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“I giovani Ucraini “hanno celebrato a Firenze l’85° dall’Holodomor.

di Enrico Martelloni | 28 Novembre 2018

Un piccolo teatro, di una piccola libreria, a Firenze in via San Gallo. Una piccola corte dall’aria bohème, con tavolini per prendere un caffè, o mordere un panino per leggere “ Liberi Libri”, o studiare davanti al PC. Qui, sabato scorso, 17 novembre “I Giovani di Ucraina” hanno organizzato un pomeriggio dedicato al ricordo dell’Holodomor; il genocidio ucraino dimenticato.  Protagonista, davanti ad una platea interessata, Ettore Cinnella, professore a Pisa, ricercatore storico, scrittore del libro presentato per l’evento sulla strage che nel 1932 33, uccise milioni di contadini di Ucraina e pastori del Kazakistan per volontà di Stalin e dei maggiori suoi collaboratori come Molotov e Gaganovic. Morirono per fame almeno sei milioni di persone nel brevissimo tempo di un anno, o poco più.  Il pomeriggio è cominciato con la presentazione, il saluto degli ospiti dell’ambasciata di Ucraina a Roma, e con una bella canzone della cantata EKA accompagnata dalla bandura, lo strumento tipico di questo popolo slavo. L’intervento del professor Cinnella, ha raccolto l’attenzione di tutta la platea, composta anche da chi di questa drammatica storia non sapeva nulla. Eppure, fu una tragedia, un genocidio che provocò un milione di bambini, uccisi dalla fame, o dalla polizia segreta dopo un rapido processo se venivano trovati con poche spighe di grano raccattate da terra: tre volte la popolazione attuale di Firenze.  Morivano 17 persone ogni dieci minuti. I paesi erano circondati e chiusi dalla polizia speciale dell’NKVD. Malevich ne ha reso testimonianza attraverso le sue opere d’arte, che in questa occasione hanno ricevuto ampio spazio di presentazione. In quel tragico anno, ai contadi era sequestrato tutto, gli uomini deportati, e nella grande guerra decennale contro gli ucraini, Stalin escogitò di farli morire di fame. Erano servi della gleba, privi di passaporto. Questi contadini gelosi dei loro averi non volevano sapere di cedere. La servitù era stata reintrodotta da Stalin e il solo mezzo per vincerli era stroncare la loro vita e la loro lingua. Questo era il vero punto: la lingua ucraina di gran lunga più antico del russo, ancora era parlata soprattutto fuori dalle grandi città. Non era bastato Pietro I e gli Zar, ha eliminare ciò che tiene unito un popolo: la lingua.  In seguito all’Holodomor, Stalin fece deportare migliaia di intellettuali, tra cui maestre, professori, giornalisti, attori, artisti, che parlavano e scrivevano in ucraino per trucidarli alle Solovki. Perché? Perché la lingua che parli è dei padri, quindi dei patrioti. Mazzini lo ricorda nell’” Amor patrio di Dante”. Per questo motivo oggi c’è la guerra in Ucraina e i russi ne occupano il 25% del territorio. Dopo l’Holodomor, paesi, villaggi e campagne erano rimaste deserte come un “The day aftrer”. Quello che era già avvenuto ai tempi di Pietro I che avvelenò con il colera le acque potabili di Odessa, si era ripetuto in maniera sistemica e cento volte più crudele, con la grande carestia del 1932 33. In questo deserto dove più nulla o quasi viveva, furono spostate migliaia di famiglie russe e russofone in sostituzione della popolazione uccisa. Questo è un dei problemi che ha accentuato la guerra che oggi l’Ucraina combatte con i suoi patrioti, per la libertà. Ma dopo questa mia chiosa a parte, la celebrazione è continuata con la poesia “ Cena”, descrizione di quello che fu l’ultimo pasto di una famiglia contadina in quei giorni di carestia. Era impossibile morire di fame in Ucraina, ma i comunisti di Stalin vi riuscirono, anche contro chi nello stesso partito si provò ad opporsi. Sono seguiti a conclusione dell’evento, altre canzoni e la presentazione di un altro libro: “ Il principio giallo “di Barka che descrive lo strazio di quell’orribile morte indotta dalla cattiveria umana, con la lettura di alcuni frammenti. Una tragedia nascosta, non solo dalle autorità comuniste fin quasi i nostri giorni, ma anche dagli stessi ucraini, che per paura delle deportazioni e della polizia segreta, vuoi per la guerra, o per le delazioni, l’avevano quasi scordata. Fu una delle tre grandi carestie dell’epoca sovietica, certamente la più dura. Solo il ricordo tramandato nelle famiglie, non appena, era riaffiorata la libertà, riemerse e alcuni chiesero ai giornali e alle autorità se sapevano, se ricordavano quella tragedia immane. Attraverso, pian piano, il racconto dei sopravvissuti e gli studi fatti su questo particolare e sconcertante avvenimento, cui anche il mondo occidentale contribuì al suo oblio, si è riusciti a scoprire la verità, che oggi Cinnella ci racconta nel suo libro, dopo studi approfonditi negli archivi di Stato russi e che già pochi prima di lui hanno riportato alla conoscenza dell’umanità.  

Enrico Martelloni

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: bohème, canzone, contadini, di pietro, firenze, giornali, giovani, grande guerra, mondo, persone, pisa, poesia, polizia, processo, professori, roma

Info Enrico Martelloni

Fiorentino di nascita ma senese d’adozione, disegna su qualsiasi elemento gli capiti in mano, passando da una vignetta pungente ed irridente ad un ritratto del proprio interlocutore con estrema naturalezza. Nasconde una profonda sensibilità ai temi ucraini, ben raccontati su questo sito.

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