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“I giovani devono credere in sé stessi”, quando lo diceva il cavalier Edi Biondoli

Credere in sé stessi. Soprattutto da giovani. Mica facile. Lui l’ha fatto, da giovane, e l’ha predicato fino all’ultimo, quando poteva guardare tutto dall’alto della fama industriale, del successo produttivo, della saggezza umana. Lui, il cav. Edi Bondioli, fondatore con Guido Pavesi del colosso Bondioli&Pavesi, scomparso il 20 luglio del 2020, ha avuto fino all’ultimo respiro la preoccupazione di insegnare ai giovani di credere in sé stessi, di scoprire i propri talenti, di valorizzare quelle qualità che magari sono nascoste e sono lì.

di Fabrizio Binacchi | 6 Maggio 2026
Da sinistra un giovane Fabrizio Binacchi e il cavalier Edi Biondoli

Credere in sé stessi. Soprattutto da giovani. Mica facile. Lui l’ha fatto, da giovane, e l’ha predicato fino all’ultimo, quando poteva guardare tutto dall’alto della fama industriale, del successo produttivo, della saggezza umana. Lui, il cav. Edi Bondioli, fondatore con Guido Pavesi del colosso Bondioli&Pavesi, scomparso il 20 luglio del 2020, ha avuto fino all’ultimo respiro la preoccupazione di insegnare ai giovani di credere in sé stessi, di scoprire i propri talenti, di valorizzare quelle qualità che magari sono nascoste e sono lì.

Ho conosciuto il cavalier Edi Bondioli in anni lontani, da giovane cronista, conterranei suzzaresi, e ricordo uno sguardo arguto, la risposta, anche cruda, sempre pronta, e aveva un pensiero ricorrente: aiutare chiunque fosse minimamente promettente a trovare la vocazione, anche al più complicato dei caratteri. E di caratteri complicati ne deve aver incontrati, il cav. Bondioli! La storia personale e dell’azienda è quasi un romanzo: i primi passi, la bottega, i primi investimenti, i primissimi collaboratori. Proprio oggi viene presentato il libro del prof. Paolo Bianchi che racconta per filo e per segno i 70 anni della fabbrica Bondioli&Pavesi, in un tomo bello ricco di documenti e preziosi racconti.

Al Cavaliere, diventato Ingegnere honoris causa nel 2019, piaceva raccontare gli esordi ma anche scavare nell’animo umano degli interlocutori, dei collaboratori. Per questo oserei dire che al meritato titolo di ingegnere meccanico poteva essergli riconosciuto anche quello di dottore in pedagogia industriale, che è la pedagogia generale e culturale applicata all’impresa. E di imprese il cavalier Bondioli ne ha fatte tante, umane ed economiche, culturali e sociali. Non gli piaceva per niente il conformismo. E questo ci ha resi empatici da subito.

Ricordo che entrava in luoghi dove si stava per celebrare una cerimonia o un anniversario e lui mi guardava con un sorriso quasi complice, di quelli che dicono senza aver bisogno di parole “Nuatar a sem fat acsé”. I riti vanno bene, ma poi andiamo alla sostanza. Tanti anni fa girava voce che lo volessero candidare alla Presidenza dell’Associazione Industriali di Mantova, era stato tante volte Vice, mi bastò una breve telefonata per capire l’aria che tirava, e che non era la sua aria. L’aria che respiriamo è importante. Per tanti anni è venuto alla cerimonia della consegna delle Stelle al Merito del Lavoro che di solito a maggio si teneva nella sala delle conferenze di Confindustria Mantova in via Portazzolo.

Arrivava sempre in orario e dopo aver salutato autorità ed amici si sedeva in prima fila per ascoltare e apprezzare, per applaudire e condividere il valore di un premio e le storie di una vita di lavoro. Tante donne tanti uomini con le Stelle da Maestro avevano lavorato o lavoravano ancora nella sua azienda. Dallo sguardo capivo che aveva voglia di dire qualcosa e anche se la scaletta non prevedeva lo invitavo a fare un commento, a dire la sua, e non c’era bisogno nemmeno di una domanda specifica perché il tema che gli stava a cuore era evidente: spiegare come il lavoro, ogni lavoro, aiuta la donna e l’uomo a realizzarsi e che “bisogna rischiare anche in prima persona, avere coraggio, ingegnarsi e non pensare che si deve andare solo sotto padrone ma si può essere padroni di sé stessi”. Cosa vuoi dire di più?! Il resto è vita da condurre, la legge fondamentale è tutta lì.

Al cavalier ingegner Edi Bondioli piaceva quella platea della cerimonia Maestri del Lavoro: perché c’erano loro, i lavoratori premiati premiandi, tanti amici, a cominciare dal Console provinciale Enos Gandolfi, che è stato per decenni capo officina e stretto collaboratore del Capo, ma anche perché c’erano gli studenti, gli allevi delle scuole che avevano fatto il tema sul lavoro. E si compiaceva Edi Bondioli per le parole e per le frasi che questi ragazzi e ragazze di 15 – 16 anni usavano per descrivere il lavoro e le esperienze che avevano provato ascoltando le storie dei Maestri del Lavoro. Ve l’avevo detto io che accanto all’ing c’era il suscitatore di emozioni, e anche il sociologo perché le sue analisi, sulla composizione delle esigenze sociali e sulle risposte che devono dare le classi sociali, sono sempre state azzeccate.

Ricordo scene di una sera a Palazzo Te ad una cena di gala per la Mostra dei Tesori dei Gonzaga dove Bondioli guardava, ovviamente ammirato, quelle architetture e quelle opere e mi diceva: “Vedi cosa può fare il cervello umano e poi ci vuole la mano!” Partecipava a cene e pranzi di rito ma gli piacevano anche molto le tavolate alla buona tra amici e conoscenti più meno stretti. Una sera da Battista mangiammo gomito-a-gomito e mi rivelò una delle sue passioni gastronomiche: il cotechino. O meglio “Al capèl dal pret cul zabaiun”. Il cappello del prete con lo zabaione. Perché ben sapeva Edi Bondioli che il talento delle persone può essere perfezionato e meglio applicato dal buon mangiare, dal buon cibo. Non a caso la mensa della sua azienda era ed è un fiore all’occhiello dell’intero sistema, non era non è una mensa come le altre medie della categoria, ma una mensa di nome e un ristorante di fatto dove i piatti venivano e vengono preparati con cura e con prodotti di prim’ordine, appunto come in n ristorante. Se chi lavora mangia bene e giusto è più contento e lavora meglio, non c’è dubbio. L’attenzione per l’ambiente di lavoro, ante-litteram e ante mode, era per Bondioli un principio intrinseco, era nei patti primordiali non in quelli aggiuntivi, un tutt’uno, com’era un tutt’uno per lui il valore e il risultato.

Gli ho fatto l’ultima intervista televisiva nell’autunno del 2017 per i 140 anni della Scuola Arti e Mestieri. Ea contento di parlare della Scuola che aveva sfornato nei decenni centinaia di tecnici e operai che la sua azienda aveva poi assunto e valorizzato in tanti settori. Andammo in sede verso le 11 del mattino ma cominciammo l’intervista quasi un’ora dopo perché prima ci fece vedere le foto, i modelli, i quadri, le mappe, i documenti gli attestati delle tappe della sua creatura che ha dato lavoro e ricchezza a Suzzara e al territorio circostante e anche distante. In mezzo mondo. Leggeva targhe, indicava motori, spiegava particolari con l’entusiasmo del giovane imprenditore eternamente alla ribalta.

Un bellissimo umanissimo ricordo di back stage, di dietro le quinte che sono le scene più belle della vita. Ci sedemmo e in dieci minuti intensi e motivanti mi raccontò la Suzzara degli anni ruggenti e degli anni della prime macchine agricole, dell’urbanizzazione e della ricerca di operai specializzati che sapessero fare le cose alla perfezione, o meglio degli altri, le ricerche per gli stampi e le prime macchine automatiche, poi lo sviluppo, l’estensione, il mondo. E dentro la formazione costante continua e necessaria, la curiosità la voglia di capire cosa c’è dopo e di migliorare prima, di arrivare prima del vento. Insieme con tanti colleghi che sono usciti dalla Scuola Arti e Mestieri, dove il mestiere diventa arte e ogni arte può dare un mestiere.

Era molto contento quel giorno il cavalier Edi Bondioli, con occhi luccicanti e talora lucidi di commozione, nella memoria degli anni Cinquanta, Sessanta dei protagonisti dell’avventura industriale suzzarese. Era contento di lanciare quel suo eterno e ancor oggi modernissimo messaggio: I giovani devono credere in sé stessi, devono capire quel è la loro strada e non pensare di lavorare sotto padrone ma di provare ad essere autonomi, imprenditori e responsabili del proprio destino e dar del lavoro agli altri. Così si va avanti”. Già, così si va avanti, si chiama progresso. Quello che Edi Bondioli aveva nel cuore e nella mente.

Fabrizio Binacchi

Pubblicato in : Blog, CornerBlog, Editoriale

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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