
Le inquadrature tv della facciata resa colorata da fasci di luce blu di Palazzo Chigi mi fanno venire in mente mesi in cui a Roma, appena arrivato in Rai, seguivo l’attività di governo come redattore economico sindacale del Tg1. Prima Repubblica, seconda metà anni Ottanta. Come direbbe mia figlia: papà sei vecchio ho visto VHS dei tuoi telegiornali in cui c’erano Bush padre e Papa Giovanni Paolo Secondo. Ed io solitamente replico: Benny, tranquilla, l’è na roda c’a gira. È una ruota che gira. Caporedattore era il mantovano Beppe Momoli, fratello dell’indimenticata avvocatessa Bianca Maria Momoli, e vicecaporedattore era Maurizio Beretta, poi direttore generale di Confindustria. Una bella scuola di giornalismo economico e sindacale. E capitava di stare intere giornate a Palazzo Chigi, ovviamente in occasione di vertici, consigli dei ministri, incontri governi sindacati. Allora i ministri e sottosegretari entravano in auto dal cancello di piazza Colonna. Noi potevamo parcheggiare sotto la Colonna tra il palazzo del giornale Il Tempo, direttore Gianni Letta, e via del Corso. Non c’erano barriere, altri tempi. Per un po’ di tempo stavo lì a lavorare tutti i giorni. Ora si fanno collegamenti dalla piazza, esattamente dal colonnato del Palazzo del giornale il Tempo, ma allora visto che eravamo 4 canali televisivi in tutto ci collegavamo da dentro e potevamo fare le interviste nel cortile anzi ai piedi degli scaloni. Sembra un’altra era storica quasi geologica: eravamo noi tre telegiornali della Rai, e Telemontecarlo, più il giornale radio. E poi i veri notisti politici dei giornali di carta stampata. Che tempi. La sala stampa era, e credo sia ancora, situata appena entrati nel cortile a destra, giusto all’inizio del porticato che accede allo scalone o agli ascensori. Allora la sala stampa non era moderna come quella di oggi. Una saletta tipo cinema di periferia con un banco, una trentina di poltroncine e sul fondo una fotografia della facciata di Palazzo Chigi davanti a cui ci mettevamo per fare i collegamenti diretti: nella fascia meridiana prima il Tg2, poi il Tg1. Appena dietro c’erano le postazioni telefoniche, tipo scene dei film americani, e i banchi con le macchine per scrivere. Non c’erano computer o cellulari, c’erano box come quelli del call center. Era figo chiamare da lì passando anche attraverso il centralino del Governo perché eri annunciato più o meno così. “Pronto, Presidenza del Consiglio, le passo la sala stampa, oppure le passo ….”
Ho seguito i governi De Mita e Andreotti. Essere lì per come TG1 ovviamente aveva i suoi vantaggi. Diciamo che, soprattutto allora quando i telegiornali erano solo tre più quello di Montecarlo, il giornalista del Tg1 poteva anche stare fermo perché erano le notizie che cercavano lui.
All’inizio non capivo come mai quasi sempre consigli e riunioni finivano tra le 13 e l1 13 e 15. E poi mi sono spiegato: in tempo per il Tg1 delle 13.30. Tante firme e tante conferenze stampa arrivavano appunto a ridosso dell’inizio delle edizioni più importanti. In effetti se facevi succedere una cosa dopo il telegiornale delle 20 era come se non avvenisse. A Palazzo Chigi si lavorava bene. Dopo un po’ all’ingresso ti riconoscevano e non ti chiedevano più pass e tessere o tesserini tanto eravamo noi dieci o quindici. Dopo tre settimane, ti sentivi di casa. Il lavoro in realtà era tutta un’attesa e una ricerca del ministro o del portaborse che ti poteva dare la soffiata. Aumenta il debito, aumentano le tasse e le tariffe?, fanno l’accordo? Erano gli anni dell’accordo sulla scala mobile e della visita di Craxi alle centrali sindacali, erano gli anni di De Michelis vicepresidente del Consiglio e di Cristofori sottosegretario alla Presidenza. A forza di stare lì diventavi amico di quelli della Sicurezza e un’occhiata del loro capo ti diceva: esce il presidente, esce il ministro. Allora le transenne non c’erano e addirittura si poteva andare a mettere il microfono e la telecamera appena scendevano dalle auto. Erano i famosi arrivi. Un giorno trovo all’ingresso il prefetto Giacomo Rossano che era stato nella prima metà degli anni Ottanta prefetto di Mantova e poi fu capo della prefettura di Milano. Ci incontrammo per caso e fu come ritornare ai vecchi tempi virgiliani. Una mattina arrivo a Palazzo Chigi molto presto. Comincio a leggere i giornali proprio sulla porta. Si apre il portone da piazza Colonna ed entra ricordo la Croma color blu carta da zucchero con il presidente Giulio Andreotti al suo ultimo governo. Aveva sottobraccio alcune cartelline. Mentre scende mi lancia un’occhiata e con voce sibilante mi dice: “Siamo mattinieri …” “Presidente, noi siamo servizio pubblico anche all’alba”. Immaginate il suo impenetrabile sorriso. Scene dalla Prima Repubblica. Un giorno mi chiama Emilio Colombo, che allora faceva il ministro delle Finanze, e mi dice: “Guardi voglio dare a lei l’intervista su questo provvedimento. Ci vediamo nel cortile vicino al bar”. La mattina dopo a Palazzo Chigi seguo le istruzioni. Quatto quatto mi sposto dal gruppone dei giornalisti economici ma ovviamente spostandomi con operatore e specializzato per le luci qualcuno intuisce. Se si sposta la troupe del Tg1 meglio inseguirla. E infatti la collega bravissima di Telemontecarlo mi segue e si aggiunge al mio microfono per il ministro Colombo mi fa: “Ma ti avevo detto da solo!” “Ministro qui a Palazzo Chigi non si è mai soli”. E gli aneddoti con i presidenti delle Ferrovie? Beh, quelli semmai un’altra volta. Sono stato l’ultimo ad aver fatto un’intervista tv all’allora potentissimo capo delle FS, Ferrovie dello Stato, Lodovico Ligato. Dopo un mese, l’hanno ammazzato.
Fabrizio Binacchi
(
tra Colombo, Craxi e Andreotti

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