Chiamala se vuoi ristrutturazione, ma dietro il gioco del Monopoli che sta interessando i grandi quotidiani, ci può anche essere un’epoca che finisce.
Dipenderà dagli attori e dalla crisi, mentre è certo che per il momento manca sulla scena quel soggetto un po’ fantomatico che è il cosiddetto “editore puro”, che secondo gli schemi anglosassoni dovrebbe garantire la libertà di stampa e poi, nella realtà, si chiama magari Murdoch, che nel Regno Unito ha chiuso un giornale per intrecci impuri.
Di per sé, la rivoluzione in atto non è del tutto nuova. L’industria editoriale, ha già registrato fusioni importanti, come quella del “Quotidiano nazionale” che ha raccolto “Il Giorno”, il “Resto del Carlino” e “La Nazione”, e ha fidanzato da anni Il “Secolo” di Genova con la Stampa.
Peraltro, le manovre in corso, per alcuni, dovrebbero essere solo un inizio, se fossero vere le voci che dicono che attorno alla partita della candidatura di Alberto Vacchi alla Confindustria, vi sia l’impegno di fondere con il Corriere, “Il Sole 24 ore” (“Il sole della sera”, ha scritto il Foglio), da tempo non più gallina delle uova d’oro, per i bilanci del bottegone dell’EUR.
E anche tra i settimanali, il glorioso “Espresso” diventa un allegato de la Repubblica, come già avvenuto, fino all’estinzione, per “Il Mondo” con il Corriere, testate che sono state cenacoli della borghesia intellettuale di stampo liberal, che risalgono ad Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio.
L’impressione è comunque che stia accadendo qualcosa di grosso, perché è vero che Stampa e Repubblica sono sempre state un po’ parenti (magari serpenti), per via degli intrecci familiari di Scalfari e soprattutto di Caracciolo, e ponte di scambio per grandi direttori, ultimo Calabrese, ma è anche vero che fa effetto vederli ora insieme.
Vedremo se l’antitrust avrà qualcosa da dire su quella che è un’oggettiva concentrazione in uno dei settori più delicati della libertà di un Paese, e vedremo anche se le malignità troveranno conferma, ad esempio sul fatto – ne ha parlato il Giornale – che De Benedetti sta restituendo un favore a Renzi, che ha taciuto sull’operazione, in cambio di un appoggio alla politica economica (si veda articolo dell’ingegnere sul 24 Ore).
Certo, per un De Benedetti che veniva considerato un pensionato ormai stanco degli affari, c’è un vero e proprio colpo di coda, quasi una rivincita per lui che della Fiat fu AD per qualche mese, e rimette ora piede in una casa trasformata, perchè FCA ha il baricentro non più nella rubrica torinesissima e retrò “Specchio dei Tempi”, ma bada a una finanza USA che non tollera gli intrecci tra auto e giornali. Marchionne ha scaricato Confindustria, figuriamoci cosa gli importa di influire sulle piccole beghe di Montecitorio, ora che lì non si approvano più incentivi. Ancora più interessante è l’uscita degli Agnelli da via Solferino, luogo in cui leggenda vuole che si nominassero i direttori solo su indicazione dell’Avvocato. Suo nipote, il non più imberbe Elkan, ha investito soldoni nell’Economist, a Londra, e si ritaglia un ruolo nel polo che fu del prozio Caracciolo, e così finisce il mitico spezzatino inventato da Enrico Cuccia per il controllo del Corrierone. Si affacciano l’azionista di maggioranza relativa Della Valle e un editore puro, egli si, come Urbano Cairo.
E’ soprattutto più difficile non tener conto di precise ragioni industriali e finanziarie e ne sa qualcosa Matteo Renzi, editore de l’Unità, che perde 200 mila euro al mese e non vende neppure una copia in media per ognuno dei 7000 circoli PD della penisola.
Ora, contano i bilanci. Nel 2015, dati Nielsen, la pubblicità ha dato ai quotidiani la metà di un tempo, per l’esattezza 755 milioni, meno 6,6% sul 2014. Preme da un lato la ragione localistica che sostiene i regionali e provinciali e dall’altro l’accesso diffuso del pubblico alla rete. Le rilevazioni dicono che, per farsi un’idea anche politica, il pubblico ascolta sempre meno i giornalisti (44%, in discesa di 2 punti sul 2014) e sempre più gli influencer della rete. Secondo “Trust barometer 2016” i blog influiscono sull’opinione pubblica per il 28%, i social per il 67%, la TV per il 69% e i quotidiani solo per il 45%.
Quest’ultimo è forse il dato decisivo per il disamore di chi, pur sapendo di perderci, un tempo investiva nei giornali anche se fabbricava auto, costruiva case, gestiva navi, e questo non è detto che sia un male, perché la triangolazione tra economia, politica, comunicazione, altrimenti detta conflitto d’interesse, può essere anche perversa e devastante per la più preziosa delle libertà, quella di opinione. Se più che il potere, insomma, conteranno i bilanci, non è detto che sia solo un’arida prevalenza dei ragionieri.

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