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I fossili del patriottismo

C’è un filo invisibile che lega il passato più nobile del nostro Paese al suo presente più radioso. È un filo fatto di sacrificio, dignità e senso di appartenenza che abbiamo potuto vedere e toccare proprio dopo quell’ultimo potente dritto che ha abbattuto il tennista russo-tedesco Zverev. Infatti, nel giorno in cui l’Italia onorava il centodecimo anniversario del sacrificio di Cesare Battisti e Fabio Filzi, figure centrali del pantheon risorgimentale, sul prato di Wimbledon si scriveva una nuova pagina di storia sportiva. In quel Tempio della racchetta, il nostro Jannik Sinner trionfava per il secondo anno consecutivo nel torneo di tennis più prestigioso del mondo

di Eugenio Fusignani | 20 Luglio 2026

C’è un filo invisibile che lega il passato più nobile del nostro Paese al suo presente più radioso. È un filo fatto di sacrificio, dignità e senso di appartenenza che abbiamo potuto vedere e toccare proprio dopo quell’ultimo potente dritto che ha abbattuto il tennista russo-tedesco Zverev.

Infatti, nel giorno in cui l’Italia onorava il centodecimo anniversario del sacrificio di Cesare Battisti e Fabio Filzi, figure centrali del pantheon risorgimentale, sul prato di Wimbledon si scriveva una nuova pagina di storia sportiva. In quel Tempio della racchetta, il nostro Jannik Sinner trionfava per il secondo anno consecutivo nel torneo di tennis più prestigioso del mondo, incarnando i valori più autentici della nostra comunità nazionale: il talento, la serietà e il lavoro silenzioso, lontano da eccessi e clamori. È l’affermazione di chi fa parlare il campo, dimostrando come i grandi traguardi si taglino solo attraverso la cultura dell’impegno e non le chiacchiere del facile consenso.

Proprio la concomitanza tra la memoria dei martiri irredentisti e l’impresa del tennista azzurro offre lo spunto per una riflessione profonda su cosa significhi, oggi, essere italiani. L’italianità, infatti, non si misura con il colore degli occhi, dei capelli o della pelle; e non è nemmeno una questione di accenti, di cognomi “giusti” o di caratteristiche somatiche da esibire. L’italianità, come insegna il pensiero profondo di Giuseppe Mazzini, è prima di tutto appartenenza a un sistema di valori e a una cultura condivisa, con la quale ciascuno sceglie di onorare il proprio Paese nel mondo. Per questo, nel guardare il campione azzurro che alzava al cielo il trofeo, nessuno si è chiesto se fosse “abbastanza italiano” perché di fronte a chi rappresenta la nazione con rispetto e dedizione, svaniscono i dubbi e le divisioni: Sinner è semplicemente uno di noi. Punto! Questo è il Paese che ci piace perché disegna un’Italia che si riconosce nei valori e nei principi democratici prima ancora che nei confini geografici.

Mentre Sinner afferma questa idea alta e istituzionale di patria, c’è chi invece preferisce i riti di un patriottismo drogato e regressivo. Ed è qui che il cerchio si chiude, svelando la totale assenza di buon senso politico e democratico, se non proprio limiti intellettuali e culturali, di certi personaggi. La stessa ossessione identitaria che discrimina i cittadini in base ai tratti somatici è infatti la matrice da cui originano gli sproloqui su tutto ciò che sa di modernità, dai diritti di genere fino alla transizione ecologica.

Il contrasto diventa grottesco quando si ascolta Roberto Vannacci sostenere che, siccome sulle Dolomiti ci sono fossili marini, allora il cambiamento climatico causato dall’uomo sarebbe una favola. A ben vedere, questa sul clima è solo l’ultima perla di una collana di sciocchezze colossali inanellate nel tempo dall’ineffabile generale, condottiero della crociata contro la civiltà. Di fronte a simili argomentazioni sorge spontaneo un dubbio antropologico prima ancora che politico, che investe direttamente le reali capacità cognitive e intellettive dell’eurodeputato. Non si sa, infatti, se siamo di fronte a un cinico calcolo strategico, architettato per carpire la buona fede degli elettori più sprovveduti raschiando il fondo del barile del populismo, o se invece ci si trovi davanti a un autentico e disarmante limite culturale o, peggio, cognitivo. Il dilemma resta aperto: è una recita a beneficio dei creduloni o è proprio farina del suo sacco, il frutto spontaneo di una mente rimasta ostinatamente impermeabile a secoli di evoluzione del pensiero scientifico e sociale?

Infatti, applicando la medesima bizzarra logica del generale, secondo la quale la presenza di un reperto remoto spiega e determina la realtà attuale, siccome in Italia abbiamo trovato i resti dell’uomo di Neanderthal, dovremmo dedurre che sia proprio quest’ultimo in persona a scrivere i libri e i testi dell’alto ufficiale.

In fondo, il parallelismo regge perfettamente, ma per comprenderne la genesi intellettuale occorre risalire alla celebre “Caverna di Platone” perché evocare quegli antichi prigionieri costretti a vivere nell’oscurità, scambiando le ombre proiettate sul fondo per l’unica realtà possibile, serve proprio a svelare la matrice profonda di certe posizioni.

Si lega così l’onorevole a una visione “ombratile” e retrograda della quale egli si fa fiero portatore, quasi a voler dimostrare che si può occupare uno scranno europeo mantenendo lo sguardo ostinatamente rivolto al buio della cecità intellettuale, affidando la penna a un’eco del Paleolitico per dettare le risposte necessarie al presente.

I fossili raccontano il passato, la scienza spiega il presente, e confondere le due cose è come sostenere che, visto che milioni di anni fa le Dolomiti erano sommerse, domani dovremmo andare a Cortina in pantaloncini, infradito, costume e pinne. Non saprei dire se l’eurodeputato sia un discendente diretto di quella remota era o un lontano cugino di Ötzi, ma il sospetto che la sua bussola logica si sia inceppata nel Pleistocene è ormai una certezza. Quando si parla di clima e di diritti, il suo contributo sembra voler trascinare il dibattito civile e il diritto costituzionale direttamente dentro quell’oscura spelonca, con buona pace della climatologia e del buon senso.

Per fortuna, la scienza e la coscienza civile continuano a distinguere tra ciò che è successo ere geologiche fa e ciò che sta accadendo oggi. La vittoria di Sinner ci restituisce l’orgoglio di un’identità fondata su ciò che siamo e su ciò che facciamo, senza steccati di razza o di genere. Agli altri lasciamo le loro bizzarre teorie preistoriche: i fossili meritano di essere studiati; le idee, invece, ogni tanto meritano di essere aggiornate.

Eugenio Fusignani

Pubblicato in : Primo piano

Info Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e marketing, svolge l’attività di geometra come libero professionista. Dal 2021 è presidente nazionale di Culturalia, settore culturale dell’Agci. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è vicesindaco del Comune di Ravenna

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