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I Fazio: l’acrocoro liberale liguro-piemontese

Ferruccio Fazio, neo-sindaco di Garessio, è nella storia come suo nonno, Egidio. Una stirpe di una terra che è una sorta di acrocoro liberale liguro-piemontese.

di Aldo A. Mola | 3 Giugno 2019

Garessio, in provincia di Cuneo, il 25 agosto 1870 elevata a Città da Vittorio Emanuele II, il 26 maggio 2019 ha eletto sindaco Ferruccio Fazio. Classe 1944, egli ha sconfitto nettamente un avversario di tutto rispetto come il celebre designer Giorgetto Giugiaro, candidato nella lista “Garessio c’è”. Con “Ambiente e territorio” Fazio ha ottenuto 808 consensi; l’avversario appena 197. In lizza erano anche “Rialziamoci” guidata da Isaac Carrara e “Garessio bene comune” capitanata da Renza Roberi. Alla città degli avi Ferruccio Fazio ha prestato volentieri la canizie di clinico di fama internazionale, cattedratico insigne, sottosegretario di Stato al Lavoro nel IV Governo Berlusconi (2008), viceministro con delega alla Salute (dicembre 2009) e ministro della Salute sino al fatidico 16 novembre 2011, dopo il ferale 11-11-2011.

Ferruccio Fazio è nella storia come suo nonno, Egidio. Una stirpe di una terra che è una sorta di acrocoro liberale liguro-piemontese. Ne scrisse ripetutamente il rimpianto Fulvio Basteris, classicista, docente al liceo classico di Cuneo, saggista brillante, liberalsocialista e già direttore del “Giornale del Piemonte” e studioso appassionato della sua originaria Garessio.

 

Alpigiani, naturalmente liberi

Per intendere le radici della parabola di “genti” quali i Fazio, come i Giolitti, Soleri, Moschetti, Einaudi, Riberi…, via risalendo nel tempo e passando dall’una all’altra valle liguro-piemontese, retaggio della IX Regio Augustea che andava dal mare alla destra del Po, merita ricordare quanto nel 1809 scrisse il “fratello” Dominique Destombes nell’“Annuaire statistique du Département de la Stura” su mandato del prefetto Pierre Arborio: “Il morale delle Alpi non è meno interessante del fisico. In queste alte valli, in cui non vi sono né signori né ricchi né una presenza frequente di stranieri, l’abitante, non vedendo attorno a sé che persone uguali a lui, dimentica che esistono uomini più potenti. Il suo animo si nobilita e si eleva; i servizi che egli presta e l’ospitalità che concede non hanno nulla di servile, né di mercenario.” Lo aveva già osservato Ferdinand de Saussure: gli alpigiani sono “naturalmente” liberi, orgogliosi della propria dignità, dell’indipendenza e delle tradizioni, ma senza pregiudizi né ostilità alcuna verso chi salga nelle “terre alte”, a patto che non pretenda di soggiogarle. Molto prima di Destombes ne aveva scritto da par suo l’abate Carlo Denina, nativo di Revello, in “Le rivoluzioni d’Italia”, suggellate dalla enunciazione dell’influenza del clima e del suolo sulla popolazione e dall’elogio del “Piemonte”, unico Stato italiano paragonabile alla Prussia. Esso era forte non solo per sé e in sé, ma anche per quanti ne emigravano in cerca di miglior fortuna: “Parte dell’eccedente popolazione dell’Alpi – egli scrisse – si sparge nelle pianure della Lombardia, parte nelle migliori città dello stato pontificio e in Roma; altri vanno fino a Napoli. Conviene che il resto si volga verso il settentrione, dove la grandezza degli Stati e la qualità degli abitanti offre più facile via di trovar fortuna”. Era migrante anche lui, dal regno di Sardegna alla corte di Federico II di Prussia e poi a Parigi, ove fu bibliotecario di Napoleone I. Denina non era un “cervello in fuga”, ma un europeo del suo tempo. Continuò a studiare la “Istoria dell’Italia occidentale” (1809) e i popoli che l’avevano abitata nel corso dei millenni. Avevano la propria identità: il gusto della libertà. La loro era, appunto, la terra delle famiglie che dettero nerbo al Risorgimento nazionale e alla costruzione della Nuova Italia.

Suo esponente insigne fu Egidio Fazio (Garessio, 1 settembre 1872-20 luglio 1957).

 

Il costo del consenso liberale nell’aprile 1924 

Il 6 aprile 1924 la Lista Nazionale orchestrata da Benito Mussolini registrò uno straripante successo elettorale. Non solo con  violenze e brogli (altrove, e non solo in Europa, accadeva di peggio), essa ottenne 4.305.936 voti. Altri 347.552 andarono a una lista fiancheggiatrice. Nell’insieme i “fascisti” ebbero il 64,9% dei voti validi: 54,3% al Nord, 76% al Centro, l’81,5% al Sud e il 69,9% nelle isole. I “liberali”, che sino al 1921 avevano la maggioranza dei seggi alla Camera, raggranellarono appena il 2,8% dei consensi e 15 deputati su 535. I repubblicani si fermarono all’1,3% con soli 7 eletti. I popolari crollarono da oltre 100 parlamentari a 39. I comunisti, con il  3,6% ne ebbero 19. I socialisti, divisi in due tronconi, precipitarono dai 150 seggi del 1919 a 46. Chi oggi si stupisce della volatilità dei consensi bene farebbe a ripassare la storia di un Paese che nel 1943 toccò il massimo degli iscritti al Partito nazionale fascista (oltre tre milioni) e nel 1945 ebbe il record di antifascisti.

Dopo la conta dei voti venne quella dei costi della campagna elettorale. Marcello Soleri (Cuneo, 1882-1945), coordinatore della lista dei liberali presentata in Piemonte, mandò la nota-spese ai candidati: diciottomila lire a testa. Una somma astronomica. All’epoca un buon stipendio era 5-600 lire al mese. Il maggiorente della lista, l’ormai ottantaduenne Giovanni Giolitti, il 26 aprile 1924 non esitò a rispondergli: “Non nascondo che la somma mi disturba un po’, perché io non sono in condizioni così floride come si può credere. La politica è stata per me una pessima speculazione”. Sia pure a malincuore, avrebbe comunque versato la sua quota.

Con Giolitti furono eletti Soleri e Fazio, non già Peano (a differenza di quanto scrive Pierfranco Quaglieni nella prefazione alla riedizione delle sue Memorie nella collana “Libro Aperto” valorosamente diretta da Antonio Patuelli). Anche grazie alla pubblicazione dei cinque volumi “Giolitti al Governo, in Parlamento e nel Carteggio” curati da Aldo G. Ricci e con prefazione di Giovanni Rabbia (Ed. Bastogi), lo Statista della Nuova Italia è ampiamente noto. Anzi, è in corso la sua rivalutazione malgrado la noiosa ripetizione dell’ingiurioso epiteto di “ministro della malavita” lanciato contro di lui dal livoroso Gaetano Salvemini, che gli  imputò le proprie ripetute sconfitte ai seggi elettorali.

Il nome di Soleri ricorre in due tornanti fondamentali della storia d’Italia: il passaggio dal secondo governo presieduto da Luigi Facta (nel quale rivestì la carica di ministro della Guerra) al ventennio di Benito Musoslini e la battaglia da lui condotta per la stabilizzazione della moneta quale ministro del Tesoro con Ivanoe Bonomi e Ferruccio Parri (1944-1945), accanto a Luigi Einaudi, governatore della Banca d’Italia e suo grande estimatore. Purtroppo per il Paese, Soleri morì proprio quando più ve n’era necessità.

La sua battaglia venne continuata da Egidio Fazio, componente della Consulta Nazionale per il Partito liberale italiano (1945-1946) ed eletto senatore nella prima legislatura repubblicana (1948-1953). Membro del Gruppo misto e dal 1° gennaio 1949 di quello Liberale, fattivo componente di commissioni permanenti e speciali, Fazio concorse al “miracolo” della Ricostruzione con l’esperienza di uomo politico di lunghissimo corso: monarchico, liberale, laico libero da infatuazioni anticlericali e strenuo fautore della collocazione dell’Italia nella nascente Comunità economica Europea nel quadro dell’“Occidente”. Poiché non aveva indossato il laticlavio, non fece parte del Gruppo dei Senatori del Regno costituito il 5 giugno 1955 su impulso di Re Umberto II né, sopraggiunta la morte, poté essere nominato nella Consulta dei senatori del regno, il cui profilo fu scritto da Aldo Pezzana in “Gli uomini del Re” (Ed. Bastogi).

 

Il “cursus honorum” di un politico della Terza Italia

Il “cursus honorum” di Egidio Fazio è paradigmatico per comprendere la Terza Italia dal Risorgimento alle guerre per l’indipendenza alla costruzione dello Stato unitario, incardinato sull’elettività delle cariche (consigli comunali, provinciali e Camera dei deputati), meritocrazia (tramite il volano della scolarizzazione e della moltiplicazione degli “ascensori sociali”: convitti militari e collegi universitari pressoché gratuiti), convergenza di aristocrazia operosa e borghesia a servizio per lo Stato (militari, funzionari…), dilatazione delle libere professioni, premiate con ampia nobilitazione (generoso conferimento di onorificenze ripartite nei cinque gradi: cavaliere, cavaliere ufficiale, commendatore, grand’ufficiale, gran croce). Alla base della Nuova Italia operò la “pax” non dichiarata ma fattuale tra lo Stato e il clero. Ai cattolici veniva sconsigliato (“non expedit”) di votare per i deputati alla Camera: un immenso regalo alla borghesia liberale, composta quasi esclusivamente da “credenti senza ostentazione”, ai quali mai sarebbe passato per la mente di usare simboli per procacciarsi voti, giacché distinguevano tra fede e superstizione. Essi però presero costantemente parte attiva e passiva alle elezioni comunali e provinciali nonché alla vita quotidiana della moltitudine di enti, istituti e sodalizi che costituirono la spina dorsale della Nuova Italia, incluse casse di risparmio, banche popolari, casse rurali…

Avvocato di affermata fama e competenza, dopo cariche amministrative locali, vicino ai quarant’anni Fazio fece il suo rodaggio nella Giunta Provinciale Amministrativa, interfaccia fra la Deputazione provinciale (corrispondente alla Giunta provinciale del dopoguerra) e la prefettura, da quando, nel 1890, questa non fu più presieduta dal prefetto, cioè, indirettamente, dal ministero dell’Interno, ovvero dal presidente del Consiglio, bensì da un consigliere liberamente eletto dal consesso.

 

Grandezza e decadenza dei Consigli provinciali

L’evoluzione politica e normativa dei Consigli provinciali dopo la legge Rattazzi dell’ottobre 1859, in massima parte identica sino alla loro sostituzione con i Rettorati istituiti dal governo Mussolini (1926), è rimasta ai margini della storiografia. Eppure essa è lo specchio della “costituzione materiale” della Terza Italia, quando essi furono solitamente presieduti da politici eminenti. Basti ricordare Quintino Sella a Novara, Giuseppe Saracco e i Rattazzi ad Alessandria e Giovanni Giolitti, presidente del consesso cuneese dal 1905 (in successione a Gustavo Ponza di San Martino, Alerino Como e Carlo Buttini tra il 1866 e il 1904) alle forzate dimissioni nel dicembre 1925.

Fazio fu eletto consigliere provinciale cuneese dal mandamento di Garessio nell’infausto luglio 1914, quando l’Europa precipitò nella conflagrazione generale. Il consesso contava 60 membri: una élite di altissima qualità: senatori (Giuseppe Carle, Eugenio Rebaudengo, Spirito Riberi), deputati (Lorenzo Bonino, Vincenzo Bovetti, Marco Cassin, Giacomo Curreno, il marchese Marco di Saluzzo, il conte Paolo Falletti di Villafalletto, Marcello Soleri), aristocratici (il marchese Calisto Gay di Lesegno, i conti Annibale Galateri di Genola, Giuseppe Galli della Mantica e Carlo Incisa di Santo Stefano Belbo, il marchese Alberto Scarampi del Cayro e di Prunetto) e una quantità di futuri sindaci, scienziati, artisti, docenti e “notabili” delle libere professioni.  Giuseppe  Ghio, eletto dal mandamento di Carrù, era esponente della Associazione “Giordano Bruno”, punta di diamante dell’anticlericalismo militante. Dal 1915 Giovanni Lanza, eletto per il mandamento di Limone, rappresentò l’avanguardia dei nazionalisti nel Cuneese. Voleva l’annessione di Nizza, ovvero la guerra con la Francia mentre il governo stava per passare dall’alleanza con Vienna e Berlino a quella con Parigi, Londra e San Pietrogrado. All’epoca si passava dall’uno all’altro Stato senza passaporto. Il possesso integrale della Valle Roya non valeva una guerra, come, secondo Giolitti, non era il caso di farla per spostare di pochi chilometri il confine orientale: meglio trattare e guardare lontano, a quell’Europa che ormai era realtà.

 

“Post fata”, l’eclissi del liberalismo: lo Stato per diritti e libertà

Come a Torino, Genova, Porto Maurizio (Imperia ancora non c’era) anche a Cuneo il Consiglio provinciale fu laboratorio di profonde riforme sociali. Fazio vi dette voce all’acrocoro liberale liguro-piemontese. Lo documentano gli Atti del Consiglio, sempre in attesa che venga aggiornata la “Storia dell’Amministrazione provinciale di Cuneo dall’unità al fascismo (1859-1925)” pubblicata nel lontano 1971.

Nelle elezioni del novembre 1919 Giolitti rimase soccombente proprio nella sua terra. Con lui furono eletti solo Soleri e Camillo Peano, già deputato di Barge. La Granda elesse deputati quattro socialisti, quattro del neonato del partito popolare (cattolico) e un “agrario”. Al rinnovo del Consiglio provinciale, nel 1920, il mandamento di Garessio elesse il socialista Giulio Ferrari, come a Cavallermaggiore Domenico Chiaramello. Nelle nuove elezioni (maggio1921) con Giolitti alla Camera entrarono Soleri, Peano (dall’ottobre 1922 saggiamente nominato alla presidenza della Corte dei Conti) e, appunto, Fazio. L’arco alpino era il fortilizio dei liberali…

La terna Giolitti-Soleri-Fazio venne confermata, come già si è detto, nelle elezioni del 6 aprile 1924, mentre la lista liberale ligure strappò un solo deputato: l’avvocato genovese Michele Poggi. Quei travagli sono ripercorsi da Marco Mensi in “Destra d’Italia. Breve storia da Cavour a Salvini” (Erga Edizioni, Genova). Che fare? Tenere viva la tradizione del liberalismo di Cavour, Azeglio, Lanza, Sella. La lista giolittiana aveva compreso politici di alto profilo: Bruno Villabruna, Luigi Ambrosini, Eugenio Artom, Giovanni Cantono Ceva, sindaco di Pinerolo, Mario Risso, Emanuele Sella. Liberali e democratici erano sostantivi, non etichette di comodo.

Dopo l’“affaire Matteotti” la pattuglia si domandò se rimanere in Aula o arroccarsi sullo sterile Aventino accanto a repubblicani, residui del partito popolare e dei socialisti, ormai ai margini della storia. Ne scrisse Raimondo Collino Pansa nella biografia di Soleri (Garzanti, 1948), antica ma non polverosa. Soleri propose di rimanere in Aula a qualunque costo perché quello era il mandato degli elettori. Giolitti chiuse la breve consultazione con il lapidario: “A’t l’as rasùn, Soleri. Andouma”. In Aula Fazio impose al governo di emmettere e di dichiarare che i deputati eletti nel “Listone” erano liberi di votare come meglio credessero perché non rappresentavano un “partito” ma la Nazione, ai sensi dello Statuto del 4 marzo 1848, come anche oggi esige la Costituzione repubblicana, in tanta e più nobile parte continuatrice della Carta albertina.

 

Dicembre 1925: il Natale dei tradimenti

Mussolini tentò in tutti i modi di attrarre Giolitti nella sua orbita. Gli fece ventilare la nomina a senatore (“piuttosto mi dimetterei da uomo” rispose lo Statista) e persino la presidenza della Camera Alta. Non potendolo piegare, corruppe i consiglieri provinciali. Promise loro un milione di lire per completare opere pubbliche in cambio dell’imposizione a Giolitti: tessera del PNF o dimissioni. Giolitti si dimise da presidente e, per elementare senso della dignità, da consigliere. Fu seguito da Soleri, Fillia, Enrico e da altri liberali per i quali la libertà non vale alcuna “messa” né si baratta con opere pubbliche e favori.

Nell’agosto 1943, dopo il rovesciamento di Mussolini Fazio fu nominato Regio Commissario alla Provincia di Cuneo. Lo rimase poche settimane. Il tempo di far tinteggiare i locali del Consiglio, all’epoca ospitati nella Prefettura, all’imbocco di via Roma: una sede decorosa ormai dimenticata dai più. Giova domandarsi se questi ricordi sian solo “povera foglia frale” o non pongano invece una domanda niente affatto retorica: che cosa fare dei Consigli provinciali? Delle Province? Della democrazia elettorale? In tempi di volubilità degli umori politici forse è ora di volgere lo sguardo all’arco alpino e di tornare ai piedi della Rocca di Cavour. Lì al funerale di Giolitti con tanti notabili dell’Italia liberale (Benedetto Croce, Einaudi, Bergamini, Frassati, Poggi, Ruffini, Soleri…) sfilarono anche il “fratello” Giovanni Battista Ceirano e il socialista Chiaramello, che si era dimesso dal consiglio provinciale per solidarietà con lui. Il socialismo umanitario piemontese (altra cosa dai rivoluzionari bolscevichi e dai massimalisti alla Mussolini) era un’ala del liberalismo. Riformare per conservare: più Stato in difesa dei deboli, dei meno fortunati, per maggiore uguaglianza dei diritti e della libertà. Fazio fece la sua parte. Perciò stupisce che né lui né Poggi compaiano nel “Dizionario del liberalismo italiano” (ed. Rubbettino): un repertorio che forse merita un terzo volume, riparatorio o quanto meno integrativo…

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: 2011, amministrazione, anni, banche, battaglia, benedetto croce, benito mussolini, berlusconi, camera dei deputati, campagna elettorale, consenso, consultazione, conti, corte dei conti, costi, costituzione, democrazia, dimissioni, elezioni, eugenio artom, europa, fascismo, francia, gaetano salvemini, genova

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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