Pripyat è oggi la città morta costruita sull’omonimo fiume, vicino alla medioevale città di Chernobyl ( 1193 D.C.) oggi nota come il luogo del disastro nucleare più grande mai accaduto al mondo. Pripyat fu costruita nel 1970 e morta il 26 aprile 1986 dopo un’agonia di due giorni; il tempo che ci volle per far evacuare la popolazione di cinquanta mila abitanti. La propaganda sovietica ne aveva fatto della città, un luogo all’avanguardia per l’epoca, dove mostrare al Mondo l’efficienza e la modernità . Il mio viaggio comincia a Kyiv. Si parte di buon ora, in gruppo con il pulmino di una dell’ agenzie che organizza le visite guidate. Da alcuni anni, agenzie turistiche specializzate accompagnano chi è interessato a visitare Pripyat e la zona della centrale nucleare di Chernobyl . I controlli sono accurati, sia prima di partire che al momento di entrare nella zona confinata per un raggio di circa trenta chilometri. L’idea è che tra qualche anno ci sarà un gran business turistico: gadget, tute anti radiazioni, tazze e tutte quelle cose che vengono già vendute al “ Turista” in ricordo della loro avventurosa visita. Passato il controllo, quindi, e muniti di un pendaglio che rivela la radioattività, ci avviamo sempre col pulmino verso la città. Di fianco alla ferrovia poco prima di entrare nel folto bosco che la nasconde, leggiamo “ Pripyat 1970”. Siamo vestiti semplicemente dei nostri abiti civili, nulla di più. Segno che le radiazioni sono molto basse. Il bosco occupa tutto o quasi lo spazio urbano con prevalenza di alberi di acacia e quercia. Padroni di questi luoghi ormai da molto tempo, sono gli animali selvatici. La guida ci descrive e informa di tutto quello che è accaduto mentre ci inoltriamo tra gli edifici abbandonati corrotti dal tempo. Tutto è fermo a quel 26 aprile. La sala da ballo sul fiume, la nave arrugginita delle gite e delle feste è lontano alla deriva. La nostra guida ci mostra i punti radioattivi. Pare di entrare in quei villaggi descritti nei film di avventura. Il disastro è tangibile e il suo simbolo, la falce e il martello ancora campeggiano come a monito sul tetto dei due edifici principali. Possiamo entrare in un appartamento facendo attenzione a non precipitare dall’ascensore che non c’è. E’ composto da piccole stanze. I più grandi ne hanno tre con un bagno molto piccolo da una parte e una doccia nel vano accanto. Una delle stanze deve essere stata la cucina senza uno spazio comune per la famiglia. L’ospedale posto sul lato di un viottolo, che un tempo era una delle vie principali, è un parallelepipedo che mostra bui spazzi attraverso quel che rimane delle finestre, come fossero disperate bocche aperte . L’edificio è avvolto tra piante spontanee. Davanti all’entrata c’è un telaio di poltrona ginecologica arrugginita. Proseguendo oltre, la nostra guida ci descrive un palazzo. Era quello consegnato ai contadini che furono spostati quando la città fu costruita. Essi vi portarono in questi appartamenti tutti i loro animali da cortile, parcheggiando le mucche appena dietro l’edificio che era accanto a quello della nomenclatura. Su di una piazza molto grande, da un lato si trova un grosso condominio; vi abitavano centinaia di famiglie che come in tutta la città erano composte perlopiù da giovani non più di 28 anni, arrivati da tutta l’Ucraina e dalla Russia. Di fronte, sul lato opposto della piazza, l’edificio della cultura; un luogo che doveva essere efficiente e accogliere tutte le manifestazioni, grandi e piccole, che riguardassero l’arte. Il Supermercato non è distante da lì. Completamente distrutto vi restano delle indicazioni tipiche e mobili di compensato; il legno vero era venduto all’estero. Il pericolo di crolli è reale. Un fianco di una scuola era crollato l’anno prima. Da una porta di un palazzo, invece, appoggiato ad una parete ci sono cartelloni e ritratti di comunisti che un tempo dovevano essere esposti con scritto sotto “ Komsomol”. Ci muoviamo con attenzione, mentre rivediamo Pripyet viva attraverso le fotografie che la nostra guida ci mostra. In lontananza vediamo la ruota di una grande giostra che doveva essere inaugurata il primo maggio, la pista delle macchine a cozzi, un’altra giostra arrugginita. Siamo davanti ad una sorta di Pompei, di una Ercolano del XX° secolo. Nello Stadio non fu mai giocata partita, o corso una gara di atletica. Tutto è distrutto, annerito, occupato da un fitto sottobosco. Ma a dieci chilometri da Pripiat vivono alcune centinaia di persone che non hanno mai voluto abbandonare definitivamente le abitazioni e gli animali che allevano. La sciamo così, dopo aver ascoltato altre notizie, la città morta per il pranzo alla sovietica nella mensa del complesso nucleare di Chernobyl: un’altra avventura, credetemi.
Enrico Martelloni

Lascia un commento