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I fanatici del kebab e del vegan sono tra noi!

Lasciato indietro l’ambientalismo, come un nonno rimbambito, il veganismo impera, creando una nicchia di mercato piccola ma pregiatissima.

di Giuseppe Mele | 27 Marzo 2016

Fortunatamente i più, nelle miriadi di pizzerie e trattorie che costellano la penisola, raramente incrociano lo sguardo moralista e corrucciato del consumatore vegano. La scarsa disponibilità di danaro, e talvolta di fantasia, mantiene , in un ignorante limbo, la maggioranza, intenta a nutrirsi di strane sovrapposizioni di improbabili carni dei kebab come del mix poco qualitativo di formaggio, carne, pasta e verdure, chiamato pizza. Così a loro insaputa, su proletarie tavole, i più continuano a comminare tranquillamente sentenze di dolore, sofferenza e morte tanto all’animale che al pesce, tanto al gambo di verza che allo spicchio di pesca.  E nessuno se ne preoccupa. Qualche volta questa massa ha come un riverbero di ricordo dell’infanzia e si impunta a cercare, che so, un risotto o una cotoletta alla milanese. Li vedi allora, per Milano, trascinarsi i commensali affranti e stanchi, , di trattoria in restaurant, per cucine originali pugliesi, per cozze e sushi, per soie e ‘nduja, fino alla trattativa finale con cucinieri che sospirando si impegnano a provare a preparare qualcosa che assomigli al risot o al cutulet. Tanto, si sa, a Milano nessuno fa più cucina milanese! Tutta diversa la scena, a qualche salto quantico sociopsicognomico, nei locali di prestigio, fatti apposta per ascoltare i segreti dei candidati e delle loro campagne elettorali. Qui chef, che rifiutano con sdegno l’appellativo di cuochi, possono portare di tutto, l’antico ed il nuovo, il locale e l’etnico, il lardo di colonnata ed il macrobiotico azotato. Eppure al tempo stesso non possono. Non possono non sottostare ai criteri attenti di non discriminazione, intervenuti nella vita sociale, nella città, poi nella famiglia, infine in cucina. Così loro ed i ricchi clienti si impongono di non urtare la sensibilità fanatica di una risicata minoranza, impersonata però da signore e nipotine blasonate, che difendono sempre più a fondo la sopravvivenza,  i diritti, i sensi ed i sentimenti  di sempre nuovi ambiti e soggetti di flora e fauna. Lasciato indietro l’ambientalismo, come un nonno rimbambito, qui il veganismo impera, creando una nicchia di mercato piccola ma pregiatissima dove lo spicchio di porro, tagliato con il suo consenso,  supera di gran lunga i valore della pietra più preziosa. Talvolta sulla via dell’aperitivo o nel ritorno notturno, suk e vip si incontrano; si incrociano i fanatici contrari al maiale ed i fanatici della lotta al carnivoro assassino di giumente; entrambi disprezzati dai visi ancora più incavati dei jhadisti e dei nemici dei bevitori di latte e uova, torturatori di femmine, deretani e mammelle animali. E si strizzano l’occhio, fieri di essere sul momento i più puri sul mercato del fanatismo blandito, tanto in alto che in basso.

Pubblicato in : EditorialeTag: consenso, massa, mercato, milano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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