Con l’avvento della pandemia di Covid 19 abbiamo imparato a cogliere le differenze tra l’essere sintomatico, paucisintomatico e asintomatico, sia ai fini del contagio e, se non ancora del tutto chiarito, l’eventuale diversità del potenziale di ‘unzione’.
Il Paese sta facendo i conti con gli effetti prodotti dalla pandemia, la miscela di contraddizioni che caratterizza sia la narrazione del presente e le previsioni del futuro prossimo, planano su un Paese educato a privilegiare il proprio io ed il ‘carpe diem’, la cui classe dirigente, oltre a non aver capito il funzionamento del GPS, ha smarrito anche la capacità di orientarsi con la vecchia bussola.
Non è certo questione di oggi, ma l’accentuazione avvenuta nell’ultimo quarto di secolo dovrebbe alzare la responsabilità dell’attenzione, in quanto i rischi e i pericoli di un non ritorno sono assai reali, e ci riportano con la memoria a scenari di un secolo fa, di una larga parte della popolazione non è sufficientemente avvertita.
Sabino Cassese ricorda che in democrazia “sono le istituzioni che dettano le regole del gioco: disegnano l’organizzazione, distribuiscono compiti e responsabilità, dettano i tempi. Dalle istituzioni dipende il benessere di una comunità.”
Indicare quali siano le istituzioni, nella comunità globale del terzo millennio, è più che doveroso, soprattutto se si omette di non ricordare come e perché sono nate, a valle di immense tragedie che hanno a più riprese convolte le comunità. Dovrebbero rinnovarsi ed avere più coraggio per fare meglio e di più, è lecito presupporlo e anche sollecitarlo ma diventa pericolosamente esiziale la strumentale assegnazione di responsabilità per manipolare e oscurare il virus della propria epidemia sociale, culturale e politica.
Quasi mezzo secolo fa, Aldo Moro, il cattolico popolare di maggior pregio politico dopo De Gasperi, rifletteva con preoccupata amarezza, quanto fosse stanca la vita sociale del Paese, erano gli anni in cui la contrapposizione ideologica alle culture liberali, popolari e socialiste, e di collocazione internazionale rendeva il sistema bloccato, le cui conseguenze erano la centrifugazione nel parlamento dei compromessi per ridimensionare l’esercizio del veto, sia all’interno delle coalizioni di governo e sia nei confronti dell’opposizione. Le convinzioni ideologiche non impedivano di trovare le sintesi che hanno consentito al Paese di raggiungere il prestigio internazionale e proporre una classe dirigente politica che si formava secondo principi e regole oggi assolutamente desueti se non del tutto estemporanei. Oggi la vita sociale, non solo è stata solo vieppiù stancata, anzi peggio, viene sistematicamente logorata e se vaccini e terapie consolidate ricondurranno Covid nella casistica delle influenze, il virus sociale e politico corre il rischio di far implodere il sistema diventato latente.
Ciò che scoperchia Covid, è quanto il Paese debba dipendere dall’Europa come nessun altro, per la dimensione del proprio debito pubblico, per il costante ‘virus’ che ne accresce la dimensione e mina la capacità competitiva del suo intero sistema economico e produttivo, compresso dalla bulimia di regole e norme e dall’incoraggiamento alla pratica del carpe diem con scambi e mance proiettate al mero usufrutto elettorale. Il Paese ha bisogno dell’Europa, ma pretende di continuare a comportarsi come se non ne avesse bisogno in quanto titolare di un diritto riconducibile alla contribuzione netta. Lo stesso principio sovran-populista che pone in discussione ogni principio di solidaristica convivenza comunitaria, adducendo la presunzione che chi fa da sé fa per tre, che come nel caso della Lombardia, Covid ha clamorosamente smentito. Per l’Osservatorio della Sanità dell’Università Cattolica nella classifica della gestione della salute pubblica, nel caso di Covid, la Regione Lombardia è clamorosamente posta all’ultimo posto, assai lontana dal Veneto, e si sapeva, ma anche dalla Campania che sorprendentemente si colloca al secondo posto, un’offesa per il popolo della Lega, istigato a tifare per il Vesuvio.
Nel frattempo la sindrome anti europea declinata negli anni con intensità e finalità diverse, ma incomprensibilmente non contrastata dalla classe dirigente del Paese, ha finito per produrre un diffuso senso di irresponsabilità, che si traduce nell’essere l’unico Paese UE, che non abbia presentato un Piano Nazionale di Riforme, in rispetto delle regole comportamentali e degli impegni assunti, che rischia di far coincidere nella diffidenza verso l’Europa, sia la maggioranza che l’opposizione, che riflette la confusione dominante nel Paese, dove la pressione della moltitudine degli scambiatori converge nel negare il domani ai giovani e alle future generazioni.
Le tracce per i contributi Sure, pare non ancora pervenute a Bruxelles, sul MES, l’assurdità di un dibattito su un finanziamento a costo quasi zero, ovviamente da restituire, che vede sulle stesse barricate le forze politiche della spesa corrente senza controllo, e si pretenderebbe di ricevere per diritto le risorse del solidale Recovery Fund, senza uno straccio d’impegni e progetti di dove indirizzarli.
L’avversione al MES, non a caso è promossa dai partiti che pendono dalle mammelle di Stato per elargire ai propri elettori di oggi, a quelli di domani ci penserà chi verrà dopo, ed appare strano che i giovani e le classi dirigenti del Paese, anche in questo drammatico contesto, non s’impegnino a sostenere che un prestito a costo zero, condizionato dal rispettare la destinazione per cui viene concesso, possa essere respinto proprio in nome del non voler assumere responsabilità.
Nel Paese a dominazione controllata, da parte degli asintomatici, quelli che fingono di non essere contagiati dal virus del vuoto politico e sociale: maitre a penser dell’informazione multimediale, leoni da tastiera, procure della Repubblica scambiate per set di prestigio a cui accedere per cooptazione, e attivare processi per giurie popolari connesse in rete, leadership politiche proposte ed esaltate in funzione dei risultati dei palinsesti del degradato spettacolo informativo per un popolo assente.
Il fabbisogno digitale inteso non certo come leva e motore di cambiamento, bensì interpretato come rete dove la democrazia viene ridimensionata all’uno vale uno, nella fierezza del non avere ne cultura né storia pregressa perché ciò che conta è l’improvvisazione del quotidiano.
Il declino della ‘membership’ dei partiti, che raccolgono assai meno adesioni e consensi delle iniziative di solidarietà che popolano il vasto terzo settore del Paese, un’eccellenza, anche se non dappertutto, seguendo la cronaca. Una membership costretta a sottomettersi alla leadership, ormai transitata non tanto dal consenso interno a quello più diffuso, la cui consistenza è affidata all’accondiscendenza degli ‘show maker’ che dettano i tempi della politica e dalla periodica ossessiva misurazione del riscontro del gradimento che impone una dichiarazione al giorno per tarare il consenso. La molteplicità dei mezzi di comunicazione ‘conferisce un sovrappiù di potere’ a chi ne sta ai vertici, con la pretesa di spaziare oltre ai limiti dei poteri conferiti.
Un vuoto politico alla base dell’insufficienza dell’offerta politica, resa più complessa dalla liquefazione del tessuto sociale, domandarsi come questo si sia reso possibile, dovrebbe diventare il must per la classe dirigente del Paese, per prevenire la minaccia implosiva, come accadde un secolo fa.
Si è venuta a costituire una composita e variegata ‘autorità morale epistrocatica’ composta da chi si autopropone in veste di ‘asintomatico del sistema’, che s’ispira all’esigenza di concentrare il potere dell’annuncio senza alcun riscontro tra il dire e il fare, che fonda il proprio potere sulla prassi di estraniare i cittadini al fine di marginalizzare la politica, in quanto sono solo gli asintomatici e a chi omologato da loro, deve essere dato credito.
Senza la loro omologazione, le istituzioni sono destinate a produrre ‘crisi strutturali’ e se le istituzioni perdono il loro ruolo e la loro credibilità il sistema sociale, prima che ancora di quello democratico rischia di entrare in un pericoloso corto circuito.
L’Europa, la sua ‘pretesa di regole e di riforme’ è oggi di fronte al virus politico del Paese, se non è proprio il vaccino appare l’unica terapia possibile, cercasi rianimatori e volontari per il Paese, ma se non scende in campo la classe dirigente consenso di responsabilità per il futuro del Paese, il futuro di ieri è già a rischio. Occorre provare a curare i sintomatici, e prendere le distanze dagli asintomatici perché si ha l’impressione che da tempo siano loro i più pericolosi untori.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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