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I destini, diversi, di Letta e Meloni

Un futuro opposto attende le due principali leadership del momento. Indipendentemente dal risultato elettorale, Letta tornerà a Parigi mentre la Meloni potrebbe diventare il capo di un nuovo movimento conservatore. Di Giancarlo Magni

di Giancarlo Magni | 14 Agosto 2022

Allo stato attuale la percentuale di astensione prevista sfiora il 50%. E’ un dato enorme che inficia qualunque tipo di previsione. Anche per questo i sondaggi non danno a nessuno la certezza della vittoria. Indicano comunque una tendenza che da un po’ di tempo a questa parte, non dimentichiamo il voto amministrativo che si è avuto negli ultimi tempi, vede prevalere nettamente il centrodestra.

Se le cose vanno secondo le aspettative della vigilia, Meloni vince e Letta perde. Resta la campagna elettorale e le tante variabili che nel frattempo possono verificarsi ma è molto difficile che sia possibile rovesciare il pronostico. Sulla carta il miglior risultato possibile per la coalizione di centrosinistra sarebbe il pareggio, nel senso di una vittoria di misura del centrodestra non tale da permettergli di avere la maggioranza nei due rami del Parlamento e quindi di governare.

In entrambi i casi, vittoria netta del centrodestra o sostanziale pareggio, la Meloni politicamente ne uscirebbe rafforzata. Le urne sancirebbero la sua leadership. Opposto il caso di Letta. In caso di sconfitta sarebbe chiamato a pagarne subito il conto, soprattutto per il fallimento della strategia del “campo largo”. Ma anche in caso di pareggio, con possibilità di recuperare un’eventuale maggioranza di centrosinistra in sede parlamentare, non sarebbe Letta a portare avanti l’operazione. Né se la maggioranza potesse essere raggiunta con il concorso dei 5Stelle né con quello di Calenda e Renzi.

Sul fronte 5Stelle una parte preponderante del PD, quella che privilegia l’alleanza con i grillini, rimprovera infatti il segretario di essere stato troppo rigido nell’escludere, prima del voto, l’alleanza con tutta la sinistra. Del resto Fratoianni e Bonelli non sono e non sono mai stati meno anti-Draghi di Conte. Se il 26 settembre i voti del Movimento fossero necessari per fare maggioranza non c’è alcun dubbio che il PD la farebbe e su quell’altare scaricherebbe Letta sostituendolo con Andrea Orlando o Giuseppe Provenzano, certo più in linea con una politica filo-grillina.

Stessa cosa sul fronte Renzi-Calenda ma in questo caso il candidato ideale alla segreteria sarebbe Bonaccini.

Così qualunque sarà il risultato, a meno del miracolo quasi impossibile di una vittoria, Letta non arriverà, come segretario, a mangiare il panettone. Ma in fondo non è nemmeno colpa sua, segue il destino degli 11 segretari, uno ogni 16 mesi, che il PD ha avuto dal 2007 ad oggi e che hanno pagato, tutti, la contraddizione di fondo di un partito che non sa decidersi se essere davvero riformista.

La Meloni, al contrario, anche qui indipendentemente dal risultato, è destinata a consolidare la leadership sulla sua coalizione. Subito se va a  Palazzo Chigi, anche se bisogna mettere in conto gli eventuali contraccolpi negativi. Più lentamente, ma forse con più sostanza, se il centrodestra non riuscisse ad avere la maggioranza. In questo favorita dal buon risultato elettorale e dal declino politico di Salvini e da quello non solo politico di Berlusconi.

Dotata di un’innegabile capacità politica la Meloni ha già fatto, rispetto alla sua storia passata e recente, dei notevoli passi avanti. Se proseguirà su questa strada edulcorando anche sovranismo e populismo, già oggi assume delle posizioni meno drastiche di quelle degli alleati, diventerà la leader di un vero, ma moderno, partito conservatore. Quello che in Italia non c’è mai stato ma che potrebbe esercitare un ruolo non secondario nella vita politica del Paese

Giancarlo Magni   (www.soloriformisti.it)

Pubblicato in : EditorialeTag: andrea orlando, berlusconi, campagna elettorale, centrosinistra, draghi, fallimento, italia, leadership, meloni, movimento, palazzo chigi, parlamento, pd, renzi

Info Giancarlo Magni

Giancarlo Magni, giornalista professionista, ha seguito per anni, a Roma, la vita politico-parlamentare. Ha lavorato nella carta stampata, nelle radio e nelle TV. Ha collaborato con la Nuova Eri e con il RadioCorriere. In Rai, e’ stato prima alla redazione del TGR della Liguria e poi al TGR della Toscana, dove ha ricoperto la carica di Vice Capo Redattore. Attualmente è VicePresidente del Comitato Regionale per le Comunicazioni della Regione Toscana. Fa parte del Comitato Direttivo della Fondazione “F. Turati”, una Onlus che opera in Toscana, Lazio e Puglia e che gestisce Centri di Riabilitazione, Rsa, Centri per disabili e strutture per persone in stato vegetativo permanente e per malati di Alzheimer.

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