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I chiaroscuri europei del 3+2 universitario

di Fabrizio Binacchi | 6 Maggio 2012

L’Europa e l’Italia delle università. A più di dieci anni dall’introduzione del cosiddetto “tre più due” , cioè laurea breve più due anni per la laurea magistrale, crescono i chiaro scuri, le luci e le ombre.  Non c’è dubbio che la  riforma introdotta nel 2000 per fare convergere l’università italiana sul modello europeo di istruzione superiore sia stata un successo. Eccone i punti cardine: cresciuti da noi laureati che sono stati 208mila nel 2010 contro i 161mila del 2000.  A più di dieci anni dall’introduzione del cosiddetto “tre più due” , cioè laurea breve più due anni per la laurea magistrale, crescono i chiaro scuri, le luci e le ombre.

Si è ridotto lo storico ritardo in capitale umano che ancora oggi separa l’Italia dai paesi più avanzati in Europa e nell’Ocse.Vediamo i pro e i contro, in buona sintesi, a livello europeo. I pro: i laureati post-riforma ottengono più in fretta il loro titolo, in media a 26 anni per i triennali, a 27 per i magistrali. Si è allargata la base sociale degli studi universitari, quanto meno al primo livello. Si è sviluppato uno scambio internazionale di conoscenze e di ricerca. Si è acquisito che si può studiare a Londra come a Vienna come a Stoccolma sentendosi studenti del mondo. Il riconoscimento incrociato dei titoli è diventato sostanzialmente più semplice. Per alcune aree disciplinari sia scientifiche sia umanistiche (ma ormai le barriere concettuali sono sempre più sottili) l’approfondimento è maggiore. Si può parlare di pieno successo?  No. Ci sono luci ed ombre. L’ombra più grossa è questa:   i nuovi laureati trovano lavoro ma a condizioni meno favorevoli di prima. Il vantaggio retributivo sui diplomati si è ridotto, almeno nei primi anni. Il sistema non ha innescato i miglioramenti innovativi, non c’è vera valorizzazione del nuovo capitale umano. Non si capisce se l’abbassamento di quotazione  dipenda da una preparazione inadeguata dei nuovi laureati  o dall’incapacità delle imprese di sfruttare le risorse umane. Cresce la difficoltà  dei datori di lavoro di distinguere  fra i diversi tipi di laurea, e come o quando inserire in pieno la nuova risorsa, nel processo ideativo e produttivo.  Un sintomo preoccupante è la flessione delle immatricolazioni registrata negli ultimi anni: dieci punti in meno, rispetto ai picchi dell’inizio riforma. Che dire?  Che tutto questo non è solo e tanto un problema delle università quanto del dialogo formazione lavoro, tra università e imprese,  che da noi è ancora primordiale.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    7 Maggio 2012 alle 08:58

    Le scienze ex umane sono confinate alla pseudofilologia perché l’agonia sia più lunga e le prebende garantite ancora per qualche generazione. Le scienze ex esatte, nonostante la grancassa della religione sanitaria coi dati truccati, progrediscono solo in virtù della ricerca per fini militari da cui deriva la verniciatura tecnologica che ci ubriaca istante dopo istante ventilando un futuro radioso. Una volta era il titolo nobiliare, ora il titolo di dottorino e dottorone garantiscono a tutti una nobiltà stracciona e planetaria, dove gli specialisti fremono per diventare creativi e i creativi specialisti. La stessa parola “università” nell’epoca dell’apoteosi globalista indica il suo patetico fallimento e declino, da cui però si continua a restare abbacinati. E infatti, spariti i berretti della goliardia medievale, anche da noi vanno di moda le papaline nere e quadrate dei Mr. Chips da Yale per coltivare l’aristocrazia democratica, o meglio il neoplatonismo democratico. Agonia lentissima, lentissima….ma certa.

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