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I can’t breathe (non respiro!)

L’elezione di Obama, che aveva segnato un giorno storico per i diritti in America, si lascia alle spalle rancori e veleni che, nell’elezione del repubblicano Donald Trump, fanno riaffiorare spettri e umori che si credevano per sempre fugati.

di Daniela Piesco | 1 Giugno 2020

George Floyd,era un uomo di  46 anni, afroamericano residente in un sobborgo di Minneapolis che lavorava come buttafuori in un ristorante chiuso da marzo a causa del lockdown. Per questo stava cercando un nuovo lavoro in attesa della riapertura.

“Non respiro”.

Respiro, il soffio vitale che parla di noi.

Immagino il viaggio di George in quegli interminabili istanti, avvolto dall’ottundimento della nebbia mortifera.

Itaca, fine di un viaggio, Giorge è diventato Ulisse che ritorna da mondi sconosciuti e pieni di odio  ,da  esperienze incredibili e  travolgenti perché indecifrabili.

Un eroe .

Ucciso da 4 poliziotti si narra.

Che come la sars da covid 19 annientano 
 il soffio vitale per disintegrare ,senza nè colpe nè accuse ,almeno nel momento in cui si scrive,l’esistenza di un  mondo che si differenzia solo per un colore .

Non ci sono altre motivazioni. 

L’uomo colorato ,difatti, è sdraiato a faccia in giù per strada e in manette con le braccia dietro la schiena e resta in silenzio , immobile, mentre il poliziotto continua a premere il ginocchio su di lui.

Per cinque minuti.

Per cinque minuti un poliziotto bianco ha premuto  il ginocchio contro il collo di un uomo di colore.
 
Essere un nero in America non dovrebbe significare una sentenza di morte. 

Per cinque minuti egli ripeteva :

I’m not breathe.

È stato attraverso un “respiro”, quello divino di Atena, che Achille riuscì a salvarsi dal dardo mortifero scoccato da Ettore…

Giorge avrebbe potuto essere un  Achille se solo  avesse avuto ,un  salvatore.

La  drammatica vicenda fa chiaramente capire che ,i registi del  clima di odio razziale ,agiscono   ripetutamente e impunemente  mettendo, quando vogliono,in scena l ‘abominio della superiorità della specie,proprio  nel paese che  ha consacrato  falsamente la libertà in una statua, simbolo ipocrita di fama globale .

Fasulla e farisea  come l’elezione di  Obama,arrabbattata e   mediocre emulazione  di   leader carismatici del passato , di  fatto salutata come la fine della questione razziale.

 Niente di più sbagliato. 

La razza resta un pilastro della società statunitense e un potente fattore di discriminazione, specialmente in tempo di crisi.

L’elezione di Obama, che aveva segnato un giorno storico per i diritti in America, si lascia alle spalle rancori e veleni che, nell’elezione del repubblicano Donald Trump, fanno riaffiorare spettri e umori che si credevano per sempre fugati. 

Obama avendo  avuto paura di essere considerato non solo un Presidente afroamericano ma il Presidente degli afroamericani ha adottato una sorta di strategia di normalizzazione che e’ passata a  neutralizzare il problema semplicemente non parlandone .

In realtà ha solo nascosto la rotta al capitano del Titanic che ben presto trovò la  fine inesorable contro  un  iceberg .

Appunto.

In realtà solo dopo gli innumerevoli casi di cronaca che evidenziarono lo stillicidio di giovani neri uccisi dalle Forze dell’Ordine,ritornò a parlarne , a Selma, in occasione dell’anniversario della famosa marcia di Martin Luther King, sostenendo che:

«Quella marcia non è finita, bisogna proseguire e continuare il lavoro».

Ma eravamo già agli sgoccioli della sua amministrazione.

In qualche modo Obama ha salutato l’idea che la sua elezione potesse davvero rappresentare gli inizi di un’età post razziale e questo semplice fatto ha in qualche modo cancellato queste nozioni dal dibattito pubblico.

E dunque oggi come allora.

Bianchi contro neri .

Neri contro Bianchi. 

Cinquanta anni fa, gli Stati Uniti erano la culla della segregazione razziale.


I “colored” avevano posti riservati sui bus, bagni separati dai bianchi e scuole per conto proprio.

Solo Martin Luther King o Malcolm X riuscirono a formare vere e proprie manifestazioni di massa e forme di disobbedienza civile che poi furono portate avanti dalla popolazione afroamericana.

L’ agonia riprende la scena .

 La memoria perde senso.

Come il discorso del  Presidente Lincoln, il 19 novembre 1863, pronunciato   in occasione della cerimonia di inaugurazione del cimitero militare di Gettysburg, 4 mesi e mezzo dopo la storica battaglia:

“Or sono sedici lustri e sette anni che i nostri avi costruirono su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione, così concepita e così votata, possa a lungo perdurare.
Noi ci siamo raccolti su di un gran campo di battaglia di quella guerra. Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto. Ma, in un senso più ampio, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo.
I coraggiosi uomini, vivi e morti, che qui combatterono, lo hanno consacrato, ben al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o portar via alcunché. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò che essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono.
Sta piuttosto a noi il votarci qui al grande compito che ci è dinnanzi: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano (per nulla); che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra”

Dov’è  finita la proclamata  libertà?

Daniela Piesco

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: amministrazione, anni, battaglia, cerimonia, crisi, discorso, giovani, governo, grande guerra, lavoro, martin luther king, massa, mondo, nazione, obama, rinascita, stati uniti

Info Daniela Piesco

Avvocato, giornalista pubblicista, direttore responsabile del quotidiano online “L’Eco del Sannio” di Benevento, condirettore del giornale internazionale on line “Radici”. Appassionata di cultura, politica e attualità scrive su “L’Eco di Milano e Provincia”, sul “Corriere Nazionale”, sul “Corriere di Puglia e Lucania” e su “Stampa Parlamento”.
“Sono fermamente convinta, prendendo a prestito le parole di Moravia, che quando le informazioni mancano, le voci crescono.”

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Bruno Menna

    2 Giugno 2020 alle 19:04

    Tutti gli agenti che erano presenti al momento del fermo e poi dell’uccisione sono penalmente responsabili. Non è stato solo il ginocchio sul collo di George a provocarne la morte, ma anche il peso degli altri due poliziotti sulla sua schiena,per cui tutti gli agenti presenti sono “penalmente responsabili” e “senza dubbio”lo sono anche “da un punto di vista civile”.

    Rispondi
  2. Moussa Mbaye

    1 Giugno 2020 alle 08:23

    Tragicamente triste

    Rispondi

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