
La tensione nello Stretto di Hormuz è ai massimi storici a causa di una serie di eventi critici. Almeno tre navi cargo, tra cui la portinfusa tailandese Mayuree Naree, sono state danneggiate da “proiettili sconosciuti” o esplosioni mentre transitavano nello stretto.
Intelligence statunitense e immagini satellitari confermano che l’Iran ha iniziato a posizionare mine navali utilizzando piccole imbarcazioni veloci dei Pasdaran. Teheran ha minacciato di spingere il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile se le incursioni USA e israeliane non cesseranno. Il presidente Trump ha avvertito l’Iran di rimuovere gli ordigni, minacciando “conseguenze mai viste prima”. Il transito nello stretto, fondamentale per il 20% del petrolio mondiale, è quasi paralizzato; le assicurazioni marittime si rifiutano di coprire le rotte nell’area.
L’espressione “la trappola di Hormuz” si riferisce alla capacità strategica dell’Iran di trasformare lo Stretto di Hormuz in un’arma di ricatto globale. Essendo il principale “chokepoint” (punto di strozzatura) energetico mondiale, lo stretto rappresenta un’area dove la geografia favorisce nettamente Teheran, permettendole di innescare crisi sistemiche con costi minimi.
Lo stretto è il passaggio obbligato per circa il 20-21% dell’offerta globale di petrolio (oltre 20 milioni di barili al giorno) e per gran parte del gas naturale liquefatto (LNG).
Un blocco, anche parziale, causerebbe un’impennata immediata dei prezzi del greggio, con stime che prevedono il barile tra i 150 e i 200 dollari.
Circa il 38% degli approvvigionamenti energetici cinesi transita da qui. Questo rende lo stretto uno strumento di pressione iraniano non solo verso l’Occidente, ma anche verso i suoi stessi partner asiatici per ottenere sostegno diplomatico. L’Iran non ha bisogno di una flotta convenzionale per chiudere lo stretto; utilizza una strategia di guerra asimmetrica. La costa iraniana domina l’intero passaggio, lungo circa 60 km e largo solo 30 km nel punto più stretto. L’uso di mine navali, droni suicidi e sciami di motoscafi veloci rende estremamente difficile e costoso per le marine occidentali (come la US Navy) garantire la sicurezza dei transiti. Teheran usa la minaccia di chiusura come deterrente contro attacchi diretti al proprio territorio. Per Israele e Stati Uniti, la chiusura di Hormuz è considerata un casus belli automatico, trascinando potenzialmente le superpotenze in un conflitto regionale su vasta scala che l’Iran chiama “trappola” per l’incapacità nemica di uscirne vittoriosi in tempi brevi. Un’interruzione prolungata avrebbe effetti devastanti sulla stabilità economica europea.
L’aumento dei costi energetici alimenterebbe l’inflazione frenando al contempo la produzione industriale, portando al rischio di stagflazione. In Italia, l’impatto si rifletterebbe immediatamente sui costi delle bollette elettriche e del gas, oltre che sulla solvibilità delle imprese energivore.
Recentemente, l’Iran ha iniziato a distinguere i transiti tra “amici” e “nemici”, proponendo di mantenere lo stretto aperto solo per chi non segue le sanzioni statunitensi. Questa tattica mira a frammentare il fronte internazionale, offrendo corridoi sicuri a chi si allinea a Teheran e trasformando Hormuz in un confine politico oltre che geografico. L’Italia partecipa alla coalizione a guida USA per garantire la sicurezza della navigazione, originariamente focalizzata sul Mar Rosso ma ora estesa al coordinamento nell’area del Golfo. Gli Stati Uniti mantengono un’elevata pressione militare per impedire che l’Iran colpisca selettivamente navi americane o israeliane, come minacciato dal comando di Teheran. Queste tensioni seguono la cosiddetta “Guerra dei dodici giorni” del giugno 2025, durante la quale attacchi aerei (operazione “Martello di Mezzanotte”) avevano già preso di mira infrastrutture nucleari e basi militari iraniane. L’Italia dispone di riserve di emergenza (gestite dal MISE e dall’OCSIT) che coprono circa 90 giorni di consumi netti. Queste scorte servono proprio a evitare il blackout logistico se i flussi da Hormuz dovessero interrompersi totalmente per settimane. La “trappola” di Hormuz dimostra che la sicurezza energetica non è più solo una questione di mercato, ma di protezione militare. Anche con una riapertura dello stretto, i premi assicurativi sulle navi e l’instabilità permanente manterranno i prezzi dei carburanti strutturalmente più alti rispetto al passato. L’Iran ha confermato che tecnologie economiche (droni e mine) possono tenere in scacco le marine più avanzate del mondo. Questo costringe l’Italia e gli alleati a investimenti massicci in sistemi anti-drone, spostando risorse preziose dalla transizione energetica alla difesa delle rotte commerciali. Hormuz non è più solo un passaggio geografico, ma l’interruttore dell’economia globale che Teheran ha imparato a manovrare a proprio vantaggio.
Giuseppe Basilico

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