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“Ho perso una gamba, ma non la dignità: la mia battaglia”

Nel solco della propria storia, Avanti! continua a raccontare il lavoro, i diritti e le battaglie che li attraversano. Fin dalla stagione che portò allo Statuto dei Lavoratori, il quotidiano socialista ha accompagnato e sostenuto le conquiste del mondo operaio, dando voce alle lotte sindacali e contribuendo a rendere il Festa dei Lavoratori non solo una ricorrenza simbolica, ma una giornata viva di rivendicazione politica e sociale.

di Gaetano Amatruda | 3 Maggio 2026
Umberto De Rosa parla ai giovani e di diritti

Nel solco della propria storia, Avanti! continua a raccontare il lavoro, i diritti e le battaglie che li attraversano. Fin dalla stagione che portò allo Statuto dei Lavoratori, il quotidiano socialista ha accompagnato e sostenuto le conquiste del mondo operaio, dando voce alle lotte sindacali e contribuendo a rendere il Festa dei Lavoratori non solo una ricorrenza simbolica, ma una giornata viva di rivendicazione politica e sociale.


Lo Statuto, fortemente voluto da figure come Giacomo Brodolini, rappresentò una svolta storica: la traduzione concreta di principi di dignità, tutela e giustizia nel mondo del lavoro. E l’Avanti!, coerentemente con la propria identità, non fu mai neutrale: sostenne quella riforma come una conquista dei lavoratori e continuò negli anni a vigilare sulle condizioni reali di chi lavora, denunciando abusi e disuguaglianze.
È in questa tradizione che si inserisce la storia di Umberto De Rosa. Una storia che arriva dalla provincia di Salerno e che parla di lavoro senza garanzie, di assenza di tutele, di un incidente che segna una vita. Anni di calvario tra ospedali e interventi, fino all’amputazione della gamba lo scorso anno.
Oggi Umberto parla. Lo fa per liberarsi, ma anche per lasciare un segno: perché la sua esperienza non resti un caso isolato, ma diventi esempio e monito. Per ricordare che i diritti conquistati non sono mai garantiti per sempre, e che dietro ogni arretramento ci sono persone in carne e ossa che ne pagano il prezzo.

Chi è oggi Umberto De Rosa?
Oggi sono un ragazzo normale, come tanti. La differenza è che mi porto dietro undici anni di battaglia, una battaglia che non ho scelto ma che ho dovuto combattere per forza, perché era l’unico modo per andare avanti.
L’ho affrontata da solo, fin dall’inizio. Non perché non potessi avere qualcuno accanto, ma perché ho capito che per stare bene mentalmente avevo bisogno di tranquillità, e spesso le persone attorno a me non me la davano.
In tanti mi hanno chiesto come ho fatto ad andare avanti da solo, senza aiuto. La verità è che non lo so. Mi svegliavo la mattina, vivevo la giornata, e la sera andavo a dormire. E così per anni.
Poi è arrivata anche l’amputazione della gamba.
La forza non me l’ha insegnata nessuno. Ce l’hai dentro oppure no. Io, fortunatamente, l’ho avuta. Ed è per questo che oggi sono qui.

Dopo anni di silenzio, perché hai deciso di raccontare la tua storia? Ricordi il giorno dell’incidente?
Il giorno dell’incidente lo ricordo perfettamente, come fosse oggi, anche se sono passati più di undici anni. Era un pomeriggio, avevo appena finito di lavorare.
Quando una cosa deve succedere, succede. Può capitare a chiunque, non importa se sei una brava persona o no. Pensare “non lo meritavo” è inutile, non serve a niente.
Qualche volta ci ho pensato, nei momenti più difficili, ma ho sempre cercato di restare realista. Non pessimista, realista. Sapevo che non sarei mai tornato alla vita di prima.
Dopo sono arrivati anni di ospedali, interventi, visite, terapie. Camere iperbariche, medicazioni infinite. Entravo e uscivo da cliniche senza sosta. È qualcosa che non augurerei a nessuno.
Oggi ho deciso di raccontare la mia storia perché è una liberazione. Il dolore c’è ancora, ma vado avanti.

Le ferite dell’anima sono più difficili da vedere?
L’amputazione, circa un anno fa, non è stata una scelta, è stata una necessità. Rischiavo la vita: flebiti, trombosi, infezioni gravi come l’osteomielite cronica. Tutto per colpa di quell’incidente.
Le cicatrici sul corpo si vedono. Ma quelle dentro sono più profonde. E fanno molto più male.

Cosa diresti oggi ai tuoi ex datori di lavoro?
Io lavoravo in condizioni che non erano sicure. Usavo un mezzo che non rientrava nemmeno nelle mie mansioni e che non era adatto.
Sono rimasto lì perché ero solo e avevo bisogno di lavorare, avevo spese da affrontare.
Se tornassi indietro, non salirei su quel mezzo, farei valere i mei diritti.
Ai ragazzi di oggi dico una cosa chiara: non rovinatevi la vita. Nessun lavoro vale la vostra salute, la tutela dei diritti una priorità.

Cosa diresti all’Umberto di quegli anni?
Gli direi di proteggersi di più. Di non accettare tutto per forza. Di non pensare che deve farcela da solo a ogni costo.
E forse gli direi anche di non avere paura di chiedere aiuto, quando serve davvero.

Cosa diresti ai giovani di oggi?
Ai giovani dico di non accontentarsi quando si tratta della propria sicurezza.
Capisco cosa significa avere bisogno di lavorare, ma non vale la pena mettere a rischio la propria vita. Accettare lavori senza tutele può costare troppo.
La vita viene prima di tutto. Sempre.

Gaetano Amatruda

“Ho perso una gamba, ma non la dignità: la mia battaglia”
Pubblicato in : Editoriale

Info Gaetano Amatruda

Gaetano Amatruda è un giornalista ed editorialista di “Avanti online”

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