Hilferding sosteneva la nazionalizzazione delle banche, attraverso cui un governo socialista avrebbe assunto il controllo delle grandi imprese, evidenziando la sua straordinaria capacità di leggere quanto è avvenuto un secolo dopo.

Secondo Hilferding, il capitalismo industriale fondato sui principi del libero mercato, è destinato ad essere sostituito integralmente da quello finanziario, in perfetta sinergia con gli organismi statali che ne diventano diretta e subalterna espressione politica di tipo oligarchico: “La caratteristica del Capitalismo ‘moderno’ è data da quei processi di concentrazione che, da un lato, si manifestano nel ‘superamento della libera concorrenza’, mediante la formazione di cartelli e trust, e, dall’altro, in un rapporto sempre più stretto fra capitale bancario e capitale industriale. In forza di tale rapporto, il capitale assume […] la forma di capitale finanziario, che rappresenta la sua più alta e più astratta forma fenomenica. Lo schema mistico che vela in genere i rapporti capitalistici raggiunge qui il massimo della impenetrabilità”.
L’analisi di Rudolf Hilferding, a cui Lenin si ispirò pur coprendolo di contumelie per l’accettazione da socialista della democrazia parlamentare (era un’anticipazione delle invettive di Stalin contro i “socialfascisti”) è di straordinaria attualità, soprattutto quando afferma che il capitale finanziario avrebbe progressivamente assunto il controllo dell’economia produttiva, fino ad assumerne il pieno controllo, non con i conflitti ma per reciproca convenienza: i profitti reinvestiti nel settore finanziario, a scapito degli investimenti nella produzione di merci, avrebbero fatto convergere gli interessi degli industriali con quelli dei banchieri. Hilferding sosteneva la nazionalizzazione delle banche, attraverso cui un governo socialista avrebbe assunto il controllo delle grandi imprese, evidenziando la sua straordinaria capacità di leggere quanto è avvenuto un secolo dopo: la tendenza del capitalismo a smaterializzarsi e a fondarsi su un sistema sempre più distante da ciò che crea ricchezza, e cioè il lavoro.
Si tratta del dogma liberista integrato dalle teorie monetariste: distruggere i sistemi di Welfare State e la legislazione del lavoro; privatizzare i servizi; restringere la circolazione della moneta. Un dogma già sperimentato negli anni ’80 negli Stati Uniti di Reagan e nell’Inghilterra della Thatcher sulle base delle analisi dell’economista Milton Friedman, che, come è noto, portarono sul lastrico i cittadini del Cile e dell’Argentina e che ai giorni nostri costituisce una sorta di manifesto ideologico dell’Unione europea organizzata attorno alla moneta unica, come testimoniano il ruolo della Bce e il Trattato di Lisbona.
Primato della finanza e della moneta dunque, ma anche “privatizzazione della politica” e crisi della sovranità statale, per tacere di una sinistra che ai miti dello Stato e del collettivo ha sostituito quello del mercato e a cui non farebbe male rileggere classici del socialismo democratico come Rudolf Hilferding.

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