«I caratteri, i personaggi, i morali, i fanatici, i missionari, i predicanti, i credenti, i sinceri. Orribilmente falsi. Orribilmente ebeti. Orribilmente spettri. Disgustosamente parlanti. Mi ripugnano e io ripugno a loro.» (Le stelle fredde, ed. Mondadori).
Guido Piovene, una delle più grandi figure intellettuali e non conciliate del nostro paese, da adolescente, dopo la maturità classica, si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano. Ebbe fra gli amici più cari Eugenio Colorni con il quale difese il prof. Giuseppe Antonio Borgese, loro insegnante, dall’aggressione di alcuni esponenti del GUF (Gruppo Universitario Fascista). La loro amicizia si interruppe quando Piovene pubblicò alcuni articoli antisemiti. Nel dopoguerra, come tanti intellettuali già collusi con il fascismo, pensò di poter cancellare le scelte del passato con un’adesione formale al marxismo. Presto però abbandonò ogni impegno politico per dedicarsi alla narrativa e al giornalismo . Memorabili alcuni resoconti di viaggio che Indro Montanelli definì degni di essere proposti come modello nelle scuole di giornalismo. Fra le varie collaborazioni fu particolarmente significativa quella al Corriere della Sera che si interruppe quando Piovene seguì Montanelli nella primavera 1974 alla fondazione de Il Giornale.
In Piovene l’intreccio di una educazione aristocratica e di cultura classica creò un “unicum” di indefinita speranza metafisica, contrastata da una asciutta razionalità, nell’alternarsi di fantastiche illuminazioni e visioni di stampo mitteleuropeo (sospese tra le angoscianti allucinazioni di Kafka e gli enigmatici incantesimi di Mircea Eliade) e le formalità bigotte della provincia veneta, viste con il lucido disincanto di una anima tormentata.
Il ricordo e l’emozione si rinnovano, alla rilettura delle opere di un narratore la cui ispirazione seppe prima attrarre sulle soglie del mistero, poi pervadere di intensa malinconia le polverose descrizioni di una umanità condannata a una inesorabile decadenza, e infine ritrarsi (quasi con moto di autodifesa) di fronte al vuoto che la fluida magia delle parole lasciava spesso intuire. Nell’interpretazione del continuo scorrere del tempo Piovene si affidava, più che alla metodologia marxista, ad uno storicismo di ispirazione classica affine al PANTA REI di Eraclito. Un’arte difficile e sincera, che non cerca di accattivarsi il lettore, ma sottolinea il disagio di apparenti contraddizioni, illuminate a squarci dalla lucidità, che emerge da pagine soffertamente sentite. Incombe lo smarrimento di varie realtà che trascendono il concreto della quotidianità, nell’ispirazione affine a quella degli antichi poeti, fattisi tramite del mistero sospeso tra umano e divino, nel sogno subconscio e sfuocato di un ordine antico. Si intrecciano sogni e ricordi inestricabili, vorticosi come torrenti, nella musica afona di pianeti lontani nel tempo e nello spazio.
Piovene è autore dalla caratteristica mancanza di sistematicità, immune da tentazioni dottrinali. L’ispirazione profonda è unitaria, ma si esprime in modo disomogeneo, per disarmonia fra alcune illuminanti pagine saggistiche e parti semplicemente narrative, meno incisive e personali. Squarci di luce si susseguono improvvisi, come riflettori che si accendano a uno a uno su un palcoscenico, su personaggi che non di rado paiono ombre esili dai margini incerti. Quasi lieve pretesto per riflessioni e divagazioni sul paesaggio fisico, trascolorato dalla nostalgia. Sono presenze impalpabili, che ricordano l’ombra della caverna platonica o il velo di Maia, realtà mentali della cui corporeità si è incerti. Il giudizio corrosivo sulla società veneta assume un valore universale: dal trono vacillante della nobiltà decaduta cala l’accusa a una borghesia priva di ideali, spesso arricchita grazie all’usura, non di rado intimamente atea, capace sempre di sfruttare per il proprio successo economico la rozzezza e l’ingenuità di troppi parroci di campagna. Altrettanto incisiva è la descrizione del paternalismo e della superficialità con cui certe associazioni parareligiose credono di salvarsi l’anima occupando una piccola parte del tempo libero in riunioni mondano-benefiche prive di sincera dedizione. L’essenza della sua arte consiste in una «volontaria discesa e prigionia fra i fantasmi» alla fioca luce di una lucerna. La mancanza di dogmatismo è permeata da una rara capacità di comprensione di tesi e antitesi in ogni contrasto. Piovene non accetta le scuole di pensiero, né i dogmi, né le consolatorie verità rivelate delle religioni. Anima apolide non riesce a nascondere la critica agli idoli superficiali dei contemporanei, quasi anestetizzati dal ciclico ripetersi della banalità quotidiana. Nella ricerca del sacro perduto una amara e disillusa ironia sottende la convinzione che tutte le vicende umane siano intimamente collegate da una visione cosmica dai tempi immensamente lunghi. Si ha la sensazione che Piovene si senta come chi, nostalgico dello scalpitare degli zoccoli e postosi alla ricerca dei valori perduti della cavalleria, si ritrovi invece solo coi forti odori di scuderia.
Un antico scetticismo di viaggiatore dei secoli non riesce a nascondere l’esplicita mancanza di stima per i contemporanei ipnotizzati dall’assenza di valori se non superficiali (l’oraziano «odi profanum vulgus et arceo», III° libro delle Odi) ai quali non riesce ad adeguarsi. Nelle opere della tarda maturità (da Le stelle fredde a Le furie) e in quelle poi apparse postume (da Verità e menzogna a Inverno di un uomo felice) riesce a sublimare a livello di arte gli stessi sintomi del male che lo affliggeva e lo avrebbe poi condotto alla morte in una clinica londinese verso la fine del 1974. Vi sono lunari intuizioni di una vita ultraterrena che prescindono dalle certezze delle religioni rivelate e ricordano invece i miti di certe filosofie classiche (l’eterno ritorno) o di certe religioni orientali.
«Vedevo i grandi personaggi, Lear, Achille, Davide, Andromaca, e non soltanto questi ma tutti gli altri a centinaia, schierati in lontananza, in una luce di tramonto. Li vedevo nitidamente, anche quelli di cui non conoscevo il nome. Erano alti, sanguigni, ma con gli occhi vuoti, per questo erano terribili come dei…» (Le stelle fredde, ed. Mondadori 1979, pag.29). Non era quindi loro concessa neppure la consolazione delle lacrime.
Sono visioni evanescenti fra ruderi diroccati, muri sconnessi e infissi fatiscenti, tetti di sghimbescio e capanne fra il canneto e le brume di palude, testimonianza disperata e lacerante di un amore per il mondo chiaro e lineare degli eroi omerici. Un ciliegio fiorito sui ruderi è tramite dall’immanente a un’altra vita, diversa da quella della tradizione cristiana, ma più simile all’Ade del mondo classico con corpi nudi, ma astratti, come le stelle, le piante e le potenze anonime dell’aria e del fuoco. «Ripensai nuovamente agli spettri infelici , che tornano a tormentare la vita per potervi entrare, ma non riescono nemmeno a farsi presenti; e piangono a loro modo, incomprensibili e incapaci di comprendere nulla, ombre fra ombre nebulose, a cui anche i ricordi sfuggono senza prendere consistenza» (Le stelle fredde, pag.73). C’è un malinconico riallacciarsi alle sconfitte sensibilità tardo-pagane da Apuleio a Ipazia. La morte è la livellatrice assoluta, come ricordava Seneca due millenni or sono: «Impares nascimur, pares morimur» (nasciamo diversi, moriamo uguali). D’altra parte Orazio col suo «carpe diem» (Carmi, I°, 11) invitava a cogliere in serenità gli attimi fuggenti del piacere, non dimenticando però mai che «pulvis et umbra sumus» (Carmi, IV°,7).
Enzo Bettiza scrisse di Piovene: «I suoi ultimi libri possono sembrare quelli di un laico angosciato dal mistero, ma sono in realtà il testamento furente di un ateo costretto all’ateismo dal nulla» (Saggi, viaggi, personaggi, ed. Rizzoli). È rara la capacità di introspezione e autoanalisi di Piovene, come se un seme estraneo, rimasto a lungo in incubazione, avesse germogliato dentro di lui, generando una nuova persona tendente a sostituirsi alla precedente, a mo’ di paguro, nella strana sensazione di farsi parte della natura in maniera panica, fino a sentirsi una fessura nella corteccia di un albero o come il volo di un uccello in cielo «che è reale, ma non lascia traccia alcuna». Il nuovo essere («bellissimo») si china sul vecchio col rispetto dovuto ai morti, nella consapevole schizofrenia dell’animo, che anticipa alla realtà corporea il desiderio di superamento del proprio stato. Il sentimento dominante è la latina pietas di fronte all’impietosa sfilata dei giorni sempre più veloci, in uno stile agile e lineare, in cui il tema narrato è spesso solo il pretesto per giungere con sicura lentezza all’intima natura delle cose, mediante una razionalità critica e corrosiva.
La visione dell’Aldilà di Piovene è quella classica dell’Ade, un freddo deserto nebbioso popolato di ombre, con il quale l’autore, sentendosi defraudato delle rasserenanti certezze dell’eternità cristiana, esprime una forse inconscia nostalgia del predivino pagano. Le anime dei defunti a vagare per sempre nel gran mare del nulla, come i virgiliani «rari nantes in gurgite vasto». La presenza della Morte, negli ultimi tempi, è diventata una compagna fissa e assillante. La sua lucida razionalità aveva fatto divenire tormento costante l’evidenza dei sintomi della malattia fino alla paresi e ai sistematici controlli londinesi. Se Nietzsche attacca con forza il cristianesimo come religione dei deboli, fu proprio questa «religione dei deboli», fattasi religione di stato, a spingere il neoplatonico Simmaco ad una appassionata quanto vana difesa dei valori della tradizione. Quei valori della tradizione classica («mos maiorum»), fattisi nei secoli nebbia impalpabile, nei quali Piovene sembra rispecchiarsi con dolente rimpianto. I petali delle antiche processioni del politeismo sono divenuti i coriandoli del carnevale, mentre gli ormai logori sandali di pellegrino dei secoli si sono slabbrati di polvere senza trovare neppure nella croce di Cristo l’ultima speranza.
Mario Barnabé

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