
Mettiamo per un momento da parte le pretese di Donald Trump sulla Groenlandia e il suo modo rozzo – ma esplicito – di parlare di annessione agli Stati Uniti per garantire la sicurezza del suolo americano da possibili minacce provenienti dall’Artico. Accantoniamo anche le sue recenti sortite, arrivate fino ai palcoscenici patinati di Davos. Proviamo invece a guardare dentro casa europea. In Groenlandia vive un popolo di appena cinquantamila abitanti su una terra immensa e ricchissima. Un popolo che per decenni la corona danese ha tentato di ridurre, controllare e, di fatto, cancellare. Come? Rendendo sterili, a loro insaputa, migliaia di donne e ragazzine Inuit durante i controlli ginecologici di routine inserendo spirali non richieste. La cosa è emersa dopo che alcune di queste hanno fatto infezione. Un’operazione condotta nel silenzio, coperta da un linguaggio burocratico e giustificata come “politica sanitaria”. In realtà una pratica coloniale brutale mirata a ridurre una popolazione considerata di troppo. Di fronte a questo la domanda è inevitabile: è davvero Trump il barbaro della situazione? È più scandaloso un immobiliarista senza diplomazia, che ha persino ipotizzato di “comprare” il consenso dei groenlandesi offrendo denaro in cambio dell’indipendenza, oppure uno Stato europeo che ha agito come un ingegnere sociale, intervenendo direttamente sul corpo delle donne per estirpare un popolo dalla propria terra? Noi europei amiamo erigerci a giudici morali del mondo. Ma quando si parla di colonialismo, sterminio culturale e annientamento delle popolazioni, la nostra storia ci impone almeno il silenzio. Il Novecento non è stato una deviazione: è stato il punto più alto di una barbarie iniziata secoli prima. E se oggi possiamo permetterci di parlare di diritti, etica e democrazia è anche perché gli Stati Uniti ci hanno liberati dal totalitarismo nazifascista restituendoci una bussola morale che avevamo smarrito. Per questo le lezioni di morale a Trump suonano quantomeno stonate. Trump esaspera il concetto di democrazia, lo piega al consenso e al denaro, ma non lo nasconde dietro l’ipocrisia. La corona danese sì. Perché quasi cinquemila donne Inuit hanno scoperto solo anni dopo di essere state private della possibilità di avere figli. Nessun voto, nessun dibattito pubblico, nessuna scelta consapevole. Solo una decisione calata dall’alto. E allora andiamoci piano con le sceneggiate dei “volenterosi” pronti a spostarsi dall’Ucraina alla Groenlandia – o ovunque ci sia uno scontro lontano dai propri confini – pur di alimentare l’industria degli armamenti e distrarre l’opinione pubblica dai problemi sociali di un continente che da secoli consuma una quota sproporzionata delle risorse del pianeta. Trump è rozzo, sì. Poco diplomatico, certamente. Ma non può diventare l’alibi perfetto per rimuovere responsabilità che non appartengono a un passato remoto, bensì a pochi decenni fa. Vent’anni, forse trenta: che differenza fa per chi è stato privato del futuro?
Perché il Tycoon deve essere dipinto come un poco di buono, mentre la corona danese continua a godere dell’aura rassicurante delle “opere pie”?
La vera oscenità non è chi parla troppo chiaro, ma chi ha agito nel silenzio. Nessuna giustificazione per il comportamento del Presidente americano, però l’Europa non è nella posizione morale per “agitarsi” e fare il giudice.
Angelo Santoro

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