
Le ultime parole di Beppe Grillo raccontano più il suo stato d’animo che quello del Movimento 5 Stelle. Il fondatore accusa il M5S di aver smarrito la propria identità, denuncia l’abbandono delle battaglie originarie e rimpiange una stagione in cui il Movimento si proponeva come alternativa radicale al sistema politico. È uno sfogo amaro, attraversato più dal rancore che dal ragionamento.
Eppure, dentro l’ultima invettiva, c’è anche un elemento di verità. Il Movimento 5 Stelle nacque intercettando un disagio reale che la politica tradizionale aveva sottovalutato. La crisi della rappresentanza, la sfiducia verso i partiti, la richiesta di maggiore trasparenza, il bisogno di rompere rendite di posizione e privilegi: tutto questo esisteva e il Movimento ebbe il merito di portarlo dentro le istituzioni.
Sarebbe un errore negarlo, non comprendere un periodo storico. Come sarebbe un errore dimenticare che, senza quella spinta, probabilmente la politica italiana avrebbe continuato ancora per anni a non ascoltare una parte consistente del Paese.
Ma un movimento di protesta non può restare tale per sempre.
Se vuole incidere sulla società deve trasformarsi in forza di governo. Deve passare dalla denuncia alla proposta, dallo slogan alla responsabilità, dalla protesta alla mediazione. Perché la politica non è solo testimonianza: è costruzione. È la capacità di trovare un punto di equilibrio tra interessi diversi, di fare sintesi, di assumersi la responsabilità delle decisioni.
È proprio qui che Grillo si è fermato. La mediazione l’ha sempre considerata un tradimento, il compromesso una resa, il confronto una contaminazione. Eppure la democrazia vive esattamente di questo: confronto, mediazione, responsabilità.
Anche il Movimento ha commesso errori profondi. Il principio dell’«uno vale uno», nato per contestare le oligarchie dei partiti, si è trasformato troppo spesso nella mortificazione delle competenze, della preparazione e del merito. E ‘stato il tentivo di superare il principio della rappresentanza che è alla base del funzionamento della democrazia. Ha alimentato l’illusione che rappresentare un’istituzione fosse semplice e che l’esperienza fosse quasi un difetto anziché un valore. Una semplificazione che ha finito per impoverire la qualità della rappresentanza.
Ma arrivato a un certo punto il Movimento aveva davanti una scelta: restare una forza di permanente contestazione, incapace ci incidere nella società, oppure diventare un soggetto politico capace di governare.
Giuseppe Conte ha scelto la seconda strada. Non era una scelta scontata né semplice. Ha dovuto accompagnare una comunità politica cresciuta nell’idea dell’autosufficienza verso una cultura delle alleanze. Perché nessun partito, oggi, è autosufficiente. E chi vuole cambiare davvero il Paese deve confrontarsi con la realtà, non con la nostalgia.
Conte ha progressivamente collocato il Movimento nel campo progressista, conservandone alcune battaglie identitarie ma inserendole dentro una prospettiva di governo. È stato un percorso complesso, spesso contestato, ma inevitabile per chi vuole incidere e non limitarsi a denunciare.
Per questo le parole di Grillo appaiono meno come una riflessione politica e più come il racconto di chi fatica ad accettare che la propria creatura sia cresciuta senza di lui.
Il fondatore continua a guardare il Movimento come se dovesse restare eternamente quello delle piazze e dei vaffa-day. Ma un partito non può vivere soltanto di opposizione permanente. Deve misurarsi con la realtà, assumersi responsabilità, accettare la fatica del governo e persino il peso delle mediazioni.
Le domande poste da Grillo su intelligenza artificiale, lavoro, democrazia digitale e capitalismo delle piattaforme sono serie e meritano risposte. Ma le risposte non arrivano dalla nostalgia di una stagione ormai conclusa. Arrivano dalla capacità di costruire consenso, elaborare proposte e stringere alleanze.
Grillo è oggi un leader al tramonto che osserva da lontano un Movimento che non gli appartiene più. È comprensibile che provi amarezza. Meno convincente è trasformare quella amarezza in una critica permanente.
La politica non si misura dalla purezza delle intenzioni, ma dalla capacità di migliorare la realtà. E tra chi continua a denunciare tutto e chi prova, con fatica, a governare i cambiamenti, la differenza è tutta qui.
Gaetano Amatruda

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