Il film che ha aperto la 70^ edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, sembrava partire da un lontano “Huston abbiamo un problema” per arrivare a “Huston ho un brutto presentimento”. Attorno alla seconda frase ruota , in tutti i sensi , Gravity del regista messicano Alfonso Cuarón.

Due attori dentro le loro tute spaziali “recitano” in uno spazio inusitato, appunto lo spazio infinito e scuro, dove regna un silenzio mai ascoltato interrotto all’inizio solo dalle tante parole di Matt, attraversato da albe (ma è esatto definirle così?) incredibilmente belle; assistiamo ad aurore di indicibile bellezza e, mentre la terra sullo sfondo è sempre presente sullo schermo, una pioggia di meteoriti e pezzi di satelliti disintegrati li investe e li lascia fluttuare nel vuoto dello spazio alla ricerca della propria sopravvivenza.
Pochi i tagli nel montaggio, lunghi piani sequenza, una grande fotografia e uso sapiente del 3D ci danno emozioni difficilmente raggiungibili: la lacrima che scivola sul volto della Bullock esce dallo schermo e ci viene incontro, coinvolge tanto che, con moto istintivo, vorresti quasi afferrarla.
E’ di grande bellezza, tanto da lasciare senza fiato la scena in cui Sandra Bullock sembra danzare senza peso con estrema lentezza, sola nel silenzio buio dello spazio. E non è la sola scena che ci commuove. Per tutta la durata del film viviamo con i due protagonisti, respiriamo quando loro respirano, sentiamo mancarci l’ossigeno, abbiamo paura con loro,ci attacchiamo alla vita come se fosse anche la nostra in pericolo.
Vittime e partecipi delle difficoltà che “affrontiamo”, impariamo quanto sia difficile, nello spazio senza gravità, afferrare gli oggetti che ti ruotano attorno, attaccarsi ad una maniglia che può permetterti di entrare nella stazione orbitante abbandonata, resistere in solitudine all’angoscia che vorrebbe soffocarti.
Rotolano a testa in giù fluttuano senza peso dentro le loro tute, non c’è sopra e sotto, non c’è destra e sinistra, si aiutano e si confortano mentre le loro riserve di ossigeno si riducano, mentre la terra, con la quale hanno perso i contatti, continua la sua rotazione, indifferente a tutto il resto.
Forse per il silenzio mai sentito, forse perla vastità dello spazio dove non esistono frontiere da conquistare, forse per quei raggi di luce che penetrano all’improvviso dagli oblò delle stazione spaziale , si ha quasi l’impressione di penetrare in un luogo sacro, in una cattedrale, che però presto si trasforma in luogo degli orrori, quando tutto sembra perduto e tu sei destinato a diventare un casco e una tuta spinto nello spazio.
I film quindi non è solo “melassa” spaziale, ma è anche un thriller (la vita è impossibile nello spazio recita una didascalia subito dopo i titoli di testa), può sembrare un film di sopravvivenza (da una situazione estrema al salvataggio con le proprie forze,la propria intelligenza, la voglia di sopravvivere) ma in questo caso è la location che fa la differenza . I due protagonisti si trovano nello spazio, nel vuoto assoluto, nel silenzio totale faccia a faccia con loro stessi. E man a mano che il film va avanti, quando vedi Clooney , che dopo aver staccato il cavo che lo teneva unito alla Bulloch, quasi cordone ombelicale
si allontana fluttuando senza peso, rotolando su stesso, verso il nulla eterno, non possiamo non pensare che il film sia anche una riflessione su noi stessi, sul nostro senso della vita e della morte, anche noi destinati a quello spazio verso l’eternità.
E dalla rinascita dell’uno (Bullock) il regista auspica la rinascita dell’umanità, come già aveva fatto con il suo altrettanto bello “I figli degli uomini”

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