
C’è qualcosa di stanco, ostinato e insieme infantile nella politica estera di Donald Trump. L’uomo che vorrebbe riscrivere il mondo come fosse una sua proprietà, tra branding, slogan e nostalgie da talk show, confonde il consenso personale con la leadership internazionale. Pensa di poter barattare strette di mano con alleanze, applausi con rispetto, minacce con autorevolezza. Ma la realtà geopolitica non è più quella di un tempo e l’America che lui sogna di riportare al primo posto non è più il centro di gravità del pianeta. Vuole rifare la partita con regole di un campionato che non esiste più.
Nella sua eterna ricerca di una sponda prova a mescolare le carte globali come se il pianeta fosse il tabellone di un reality politico. Vorrebbe dialogare con le democrazie occidentali nello stesso modo spiccio e autoritario con cui tratta i despoti che ammira, da Putin a Kim Jong Un. Parlare con Putin non è esattamente come parlare con Ursula von der Leyen, né con il primo ministro canadese o quello britannico: da una parte c’è un’autocrazia, dall’altra istituzioni liberaldemocratiche, regole comuni, pesi e contrappesi. Non vedere questa differenza significa scambiare la complicità per diplomazia, la seduzione del potere per politica estera.
L’Unione Europea, pur con tutti i suoi difetti, ha intuito prima e meglio di lui che dividere costa troppo. Ogni sanzione, ogni muro, ogni rottura strategica presenta il conto a casa. L’Europa ha imparato il valore della coesione e sa che l’unico modo per restare in piedi è cooperare, non dominare.
Gli Stati Uniti restano una potenza enorme ma appesantita, come un vecchio un po’ zoppo che vive di ricordi. Hanno bisogno di ritrovare la loro visione pionieristica, quella che guardava oltre l’orizzonte e non solo dentro lo specchio. Per tornare a guidare il mondo serve una politica estera che unisca invece di dividere, che ascolti invece di imporre, che sappia che il potere senza legittimità non è forza ma fragilità.
Trump, con il suo egocentrismo travestito da patriottismo, non può incarnare questa rinascita. In un tempo che chiede ponti, costruisce muri. In un mondo che cerca equilibrio, alimenta caos. Rimane ciò che è sempre stato: l’uomo sbagliato nel posto sbagliato.
Piero Terracina

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