Meritava tornare a vedere ed ascoltare il Trittico proposto dal 60° Festival Pucciniano e non solo perché mancava da 40 anni al Festival nella sua versione “integrale” o per ascoltare le nuove voci che hanno dato il cambio ai due “big” della prima: capita di rado di trovare nel pubblico un entusiasmo ed una partecipazione così appassionata e spontanea, così fresca e sincera in assenza delle grandi star dell’opera, che quando capita è già un ottimo motivo per una trasferta musicale.
Ancora una volta, invece, l’Auditorium E.Caruso del gran teatro G.Puccini di Torre del Lago, pieno all’inverosimile e con tanta gente disposta, visto il già annunciato sold out, a starsene in piedi o nelle panche al di fuori della sala, è stato riempito di applausi ed ovazioni “vere” unicamente legate alle performance degli artisti e non al “lustro” dei loro nomi!
Sì, ancora una volta perché così era già stato, dopo la prima del 3 agosto, anche per la replica del 7 agosto, segno di un apprezzamento che ha coinvolto pubblici diversi richiamati unicamente dall’interesse e dalla curiosità per questo progetto, Puccini 2.0, nel quale il coordinatore artistico del Festival, Daniele De Plano, ha messo la faccia rischiando non poco visto che si trattava del suo esordio alla guida artistica del Festival. Puccini affidato ai giovani, questa l’idea di De Plano, con un bando pubblico nel quale l’idea del Trittico è stata messa “in gara” per essere realizzata al meglio e con un budget contenuto. Una gara, una volta tanto, non al ribasso di costi ma al “rialzo di qualità e di idee”: un’opportunità per affinare la vena creativa e per creare quelle sinergie troppo spesso dimenticate nei teatri a vantaggio di individualismi narcisistici, un modo per trovare nuovi talenti al di fuori dei “soliti noti” o di esibizionisti a caccia di facili sensazionalismi.
Forse De Plano ha ricordato quanto Puccini scrisse il 24 luglio del 1918 a Tito Ricordi: “…e aggiungerei (a proposito del contratto proprio per il Trittico, ndr) ‘salvaguardando però sempre l’interesse artistico e morale dei lavori’. Questo lo metterei casomai la Ditta cambiasse padrone, non volendo vedere, io o miei posteri, ridotta a ballo per esempio Suor Angelica…” nel momento di decidere quale progetto fosse il migliore affidandolo a tre giovani ragazze capaci di portare, con una sensibilità davvero eccellente, queste tre storie all’attenzione del pubblico, anche giovane, del XXI secolo senza né stravolgerle né alterarle.
Monica Bernardi ha firmato le scene: con lei Carla Conti Guglia assistente alla scenografia e ai costumi, Selene Farinelli per il progetto di regia di Il Tabarro, Vittoria Lai e Giorgia Guerra per la regia di Suor Angelica, Elena Marcelli per la regia di Gianni Schicchie Lorena Marin per i costumi. Il loro progetto ha vinto, sui 14 progetti ammessi, proprio in virtù di quel difficile equilibrio che rende un allestimento un piccolo gioiello piuttosto che una volgare esibizione; tutto sembra essere dettato dal profondo rispetto per il libretto e dal desiderio di coinvolgere il pubblico per farlo diventare, da subito, parte della narrazione scenica. Fil rouge delle storie, secondo il dettato del bando che aveva come motto la frase “Metti dei bimbi, dei fiori, dei dolori e degli amori” tratta da una lettera di Giacomo Puccini a Gabriele D’Annunzio dell’agosto 1912, un bambino, anzi “il bambino”. Quello morto di Giorgetta e Michele del Tabarro, quello morto di Suor Angelica, quello, vivo e vivace, che anima la scena di Gianni Schicchi, ideale legame tra il “vecchio e il nuovo” tra il passato e il futuro. Una presenza che scivola nelle tre storie e le unisce dando loro un motivo in più per essere davvero, pur nelle loro diversità, una storia sola nella quale dall’inferno del Tabarro e dal purgatorio di suor Angelica dove il passato conta più del futuro perché il futuro sembra non esistere “bruciato” da un cruento presente, si giunge al paradiso dello Schicchi, dove il futuro è un nuovo progetto di vita che non rinnega il passato ma lo accoglie e lo mette a servizio di un “nuovo” che si desidera migliore. “Viva la gente nuova e Gianni Schicchi!” dice Rinuccio al termine della sua accorata perorazione dell’accettazione di quello Schicchi malvisto perché “Vien dal contado? Ebbene? E che vuoi dire? Basta con queste ubbie grette e piccine! Firenze è come un albero fiorito…”
Solidamente in mano al M°Bruno Nicoli, la bacchetta della direzione d’orchestra ha nuovamente fatto miracoli in un ambiente assolutamente sacrificato per simili eventi, senza una buca per l’orchestra, con le sedie a ridosso degli strumenti. Anzi, a voler essere sinceri, è riuscito a fare qualcosa in più della prima, quello di abbattere, per quanto possibile, il “muro di suono” che si era in alcuni momenti frapposto tra cantanti e pubblico senza sacrificare la sonorità dell’orchestra stessa.
Nuova Giorgetta e nuovo Michele per Il Tabarro: Valentina Boi non ha per nulla fatto rimpiangere Amarilli Nizza con una ottima interpretazione sia vocale che drammaturgica, mentre Alessio Potestio, seppure più “acerbo” di Mastromarino, ha bel rappresentato il cupo barcaiolo per il cui ruolo, ci sembra, sia stato proprio al suo debutto.
Invariato il resto del cast: energico e potente Mirko Matarazzo, Luigi; brillante e commovente Manuel Pierattelli, Il Tinca; emozionanti Marco Simonelli e Laura Brioli, il Talpa e la Frugola; piacevole il venditore di canzonette di Ugo Tarquini. Per tutti un plauso per come hanno saputo “recitare” i loro non facili ruoli senza mai scivolare nel patetico o nel macchiettistico: merito certamente della regista, Selene Farinelli, ma anche loro perché raccontare bene un’opera significa capirla e viverla fino in fondo cosa che non sempre viene fatta neppure dai big.
Cambio di cast anche per Suor Angelica: in questo caso Anna Maria Stella Pansini ha offerto una prova decisamente migliore di quella che la Nizza ha dato in occasione della prima; vocalmente e drammaturgicamente ha disegnato una Suor Angelica davvero convincente regalando al pubblico momenti di grandissima emozione fino a quel disperato grido di “Senza Mamma” al termine del quale il pubblico è esploso in un grande e meritato applauso. Migliore anche la performance della altre voci a partire da Laura Brioli, una zia Principessa con qualche problema ma che dimostra di avere i numero per interpretarla ancor meglio. Ricordiamo anche gli altri interpreti del cast: Paola Roncolato, la Badessa, Marina Gubareva, la suora zelatrice, Sandra Mellace, la maestra delle novizie, e via via le altre Federica Marotta, Hanyng Tso, Federica Grumiro, Francesca Cappelletti, Mariacarla Seraponte, Francesca Romana Tiddi, Federica Martini e Myrto Bocolini. Anche in questo caso, eccellente la regia affidata a Vittoria Lai e Giorgia Guerra, attenta ai particolari e capace di profonde suggestioni.
In ultimo, e buon ultimo, un Gianni Schicchi di grande profilo: considerando che in sala era presente il Gianni Schicchi per antonomasia, Rolando Panerai, che aveva partecipato alla presentazione pomeridiana dell’opera e alla consegna dei diplomi agli allievi dell’Accademia, per il trentenne empolese Jacopo Bianchini non deve essere stato facile indossare i panni dell’astuto “uomo del contando” al quale sono affidate le sorti della felicità dell’amata figlia Lauretta, desiderosa di andare in sposa a Rinuccio dei nobili Donati. Come per Potestio, manca di esperienza ma è normale: non manca invece di potenzialità di cui ha saputo dare un buon saggio con una performance più che piacevole; ha pienamente convinto il pubblico che ha risposto con applausi e chiamate alla ribalta al termine dell’opera. Ma in questo Schicchi altri cambiamenti hanno dato modo di apprezzare il valore di questi giovani provenienti dall’Accademia di Alto Perfezionamento per Cantanti Lirici del Repertorio Pucciniano che quest’anno era finalizzata alla ricerca di interpreti da inserire principalmente nella produzione de Il Trittico.
Così Francesca Cappelletti è stata Lauretta al posto di Mariacarla Seraponte, dando un’ottima prova delle proprie capacità e Manuel Pierattelli è stato un più che bravo Rinuccio al posto di Ugo Tarquini che invece ha vestito i panni di Gherardo. L’esperto Veio Torcigliani è stato Marco, mentre Francesca Romana Tiddi ha preso il posto di Federica Grumiro nel ruolo di Nella. Marina Gubareva è stata La Cesca al posto di Anna Maria Stella Pansini. Anche questo alternare le parti primarie e comprimarie ci è sembrata un’ottima scuola, allontanando precoci manie di protagonismo ed insegnando come ogni ruolo sia fondamentale nell’economia dell’opera e come non si finisca mai di imparare a interpretarlo meglio.
Eccellente la regia di Elena Marcelli che è stata perfettamente colta, almeno nello spirito, dai cantanti che hanno saputo renderla con quell’ironia e quella freschezza che fa davvero sperare nel futuro della lirica.
Ultima chance per chi vuol provare a vedere questo interessantissimo Trittico è per sabato 30 agosto: un’occasione da non perdere se si vuol riassaporare il gusto di una messa in scena dove conta solo la bravura e non il cognome che si porta appresso.











Ignobile recensione. prezzolata,incompetente almeno quanto miserevole è lo spettacolo cui si riferisce.Ma che c’entra con Puccini?Il “trittico ” è ben altra cosa:siete una conventicola di laidi dilettanti.Disonorate la Musica:VERGOGNA!!!