
Mario Monti è un garbato signore che sa molto di economia e gode di un favore bipartisan, forse non a caso, avendo evidentemente reso i propri servigi all’Italia e all’Europa con un approccio istituzionale, senza agitare vessilli. E’ comprensibile che dopo gli sconquassi delle ultime settimane i famosi “mercati” (e non solo) abbiano guardato e guardino a lui come al segno di una svolta, un nome (e forse un simbolo) tanto forte da aver prodotto i primi effetti prima ancora della svolta stessa.
Quando sono arrivate le dimissioni di Silvio Berlusconi, un senso di tristezza mi ha pervaso: non solo perché si chiude quasi un ventennio di speranze frustrate; non tanto perché l’uomo che nel bene e nel male le ha suscitate, è uscito dalla scena principale con il volto livido e a mani praticamente vuote, o perché abbiamo udito di nuovo quel tintinnar di monete che inaugurò l’oscura stagione di “Mani pulite”: c’è molto di più, in questa tristezza. C’è la ripulsa per quella sottile e inconfondibile linea di ipocrisia che tutti abbiamo annusato nelle dichiarazioni dei vari leaders e nelle preannunciate posizioni dei vari partiti; c’è – malcelato – il timore che tutt’un tratto le lancette dell’orologio siano riportate indietro di quasi venti anni e che l’innesto di una prassi bipolare sul nostro sistema politico abbia i giorni contati e stia per essere anch’esso consegnato alla storia.
Un Governo Monti, di “larghe intese”, fa comodo (o comunque non dispiace) un po’ a tutti, o quasi; a chi ci sta e anche a chi ne resta fuori: il Pd può brandire la pietra tombale sul Governo Berlusconi dinanzi al proprio elettorato ma soprattutto torna a rimettere le mani sul Governo del Paese e lo fa a sforzo zero – cioè senza meriti propri. Eh si perché, essendo il principale partito di opposizione, esso ha piuttosto la responsabilità di non aver saputo costruire una alternativa di governo, non ha un programma chiaro e non ha neppure un leader (indiscusso). Il Governo Monti può rappresentare per il Pd la foglia di fico che nasconde questa imbarazzante nudità – frutto di insuperabili lacerazioni -, che è ormai la sua cifra costante. Senonché, superato l’immediato, rischia di essere anche una trappola, perché Di Pietro – scarpe grosse e cervello fino – la foglia non la mangia e pare che resterà all’opposizione: da lì probabilmente confida di sparare sull’avversario (che non è mai stato Berlusconi, è chiaro) molto più facilmente e di proseguire nel tentativo di rosicchiarne i consensi. E poi c’è la sinistra, cosi detta “radicale”.
Il Governo di larghe intese corona anni e anni di paziente attesa da parte dell’ex-delfino di Forlani, che del resto non ha bisogno di giustificarsi: Casini è democristiano da sempre, le larghe intese e la responsabilità nazionale sono nel suo Dna e nessuna rivoluzione politica lo ha geneticamente modificato. Nel Terzo Polo, dietro a Casini, c’è Gianfranco Fini, così sorprendente nel sostenere una formula politica che ai tempi d’oro avrebbe declinato con nonchalance: il suo destino da comprimario è ormai una (patetica) certezza e una soluzione che procrastina le elezioni è meglio che andare tutti a casa: quando mai tornerà ad avere il drappello di parlamentari che ha oggi?
A destra, il Pdl – con tanti se e tanti ma – decide di non stare fuori perché aggiungerebbe nuovi guasti alla già cocente disfatta: la definitiva disgregazione e un umiliante rientro nei banchi dell’opposizione. C’è poi la Lega, che osteggia a parole la soluzione Monti ma nei fatti si frega le mani: dopo anni di lotta e di governo, un cinico e inconcludente equilibrismo tra gestione del potere e velleità pseudo-rivoluzionarie, ora c’è l’occasione di rifarsi una verginità politica a buon prezzo, da spendere alle future elezioni quando “Roma ladrona” potrà dunque gridarsi con minore imbarazzo.
Dispiace davvero che quella brava persona che è Mario Monti si trovi invischiata in questo squallido tritacarne e dispiace tanto di più in quanto ciò che ha prodotto e sta sviluppando questa straordinaria accelerazione di eventi mette a nudo la grave debolezza della nostra casa comune. Se nel destino immediato degli italiani c’è un Governo di ipocrisia nazionale, siamo dunque all’inceppamento della democrazia: un Governo che non ha saputo governare e cambiare il Paese, contrapposto a forze di opposizione che non hanno saputo offrire un’alternativa spendibile. Insomma, un delirio. Per questo non avremo le elezioni, almeno a breve, e non è nemmeno garantito – con buona pace di Mario Monti – che l’ipocrisia nazionale sarà un riparo durevole da tutte le intemperie.

Grandissimo Paolo!
Chissà che dopo l’epoca dei Mario, parti quella dei Paolo col sistema latino: Primus (o Maximus), Secundus, Paulus!