
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole: l’adesione di molti artisti alla retorica dell’odio contro Israele rientra in una lunga storia di complicità tra arte e potere. Per oltre un secolo, una parte del mondo artistico ha cercato visibilità, prestigio e legittimazione accodandosi ai regimi più violenti, salvo poi presentare la propria scelta come gesto di coraggio o di civiltà. La storia insegna: l’arte non è mai innocente, e troppo spesso ha scelto di stare dalla parte del potere o quello che si presume come tale.
Oggi il copione si ripete. Si grida all’esclusione di Israele dai festival, dalle biennali, dai palcoscenici, con l’illusione che questa sia una battaglia di civiltà.
Ma dietro la facciata morale si nasconde la stessa dinamica di sempre: la ricerca di consenso facile, la voglia di sentirsi nel flusso della maggioranza, il bisogno di apparire “dalla parte giusta” e ecco like e applausi.
Quale artista non sogna visibilità? Quale artista non desidera essere amato? L’odio diventa così scorciatoia: lo si traveste da bene comune, lo si presenta come atto di giustizia.
Ma quale bene? Davvero si crede che squalificando Israele dal campo culturale si cambino le politiche di Netanyahu? Davvero qualcuno pensa che l’umiliazione simbolica convinca un governo eletto a mutare strategia? È l’opposto: più l’odio cresce, più chi è colpito si compatta. È la legge del potere e della psicologia collettiva. Così, come un secolo fa gli inni all’uomo forte non fecero cadere i regimi, ma li rafforzarono, oggi l’esclusione alimenta soltanto il muro contro muro.
L’arte che cede all’odio e all’esclusione non emancipa ma tradisce se stessa. Non illumina le coscienze, si riduce a propaganda ornamentale, braccio culturale di un conformismo che si crede virtù.
ll coraggio non sta nell’accodarsi, ma nel resistere. L’artista che sceglie l’odio come scorciatoia per il consenso non fa che ripetere il gesto vile di chi, ieri come oggi, ha confuso la ricerca della verità con l’adesione al potere.
E se davvero l’arte deve avere un senso, esso non può essere quello di perpetuare l’amplificazione dell’odio.
David Pacifici

Lascia un commento