
È lapidario il prof. Paolo Pombeni in un articolo sui giornali “l’Adige” e “Alto Adige” del 12 luglio 2023 intitolato ‘Giustizia, un nodo da sciogliere’: «lo scontro del sistema giudiziario con il mondo politico non giova a nessuna delle due parti e nuoce gravemente al Paese». Porta l’esempio dell’operazione di 30 anni fa: «’Tangentopoli’ non ha migliorato il nostro sistema, anzi lo ha inutilmente avvelenato». Ecco, quest’ultimi termini espressi da un politologo equilibrato contraddicono le narrazioni edulcorate su ‘Mani pulite’. Un altro autorevole docente, il prof. Angelo Panebianco, aveva già spiegato nel febbraio 2018 le false motivazioni su cui si era basata quell’operazione avvelenata: «Sul finire della prima Repubblica il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. Arriva ‘Mani pulite’ ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini e non risalirà più. È allora che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». E invece l’Italia si situava nella fascia medio-alta tra i ‘Paesi migliori’, con dispiacere per chi inveiva contro i partiti del centro-sinistra storico: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione» sui 180 Paesi considerati. Ecco il risultato contradditorio e nocivo di quella operazione che voleva “ripulire” il Paese.
Cosa fare oggi, quando «ci risiamo», come ha osservato – al pari di Pombeni – lo storico Paolo Mieli il 10 luglio scorso? «A trent’anni dall’inizio di Tangentopoli – continua – si è tornati all’arroventata tenzone tra Politica e Giustizia», benché questa del 2023 a noi sembri una scaramuccia rispetto alla guerra del 1993. Di quei fatti il grande filosofo Norberto Bobbio aveva scritto su “La Stampa” ad inizio 1993: “Una conclusione così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione, e non solo della classe politica che è ormai continuamente e rabbiosamente messa sotto accusa da parte di coloro che per anni l’hanno sostenuta e le hanno offerto il consenso necessario per governare. Come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova». Che fare dunque ora?
1) Cercare di non ripetere quell’ infima prova, «cambiare il copione» ha intitolato Mieli il suo scritto. Questo è il compito di una politica mite e partecipata e anche di una responsabile azione del mondo mediatico-giudiziario che ai tempi di ‘Mani pulite’ – secondo la testimonianza insospettabile dell’allora condirettore de “l’Unità” Piero Sansonetti – agì in maniera concertata, avvalendosi della intesa tra i direttori dei maggiori quotidiani italiani. «Sono stato testimone – scrive Sansonetti – dell’alleanza blindata tra i quattro giornali che furono decisivi nella riuscita dell’inchiesta Mani pulite: il “Corriere della Sera”, “La Stampa”,”la Repubblica” e “l’Unità”… Il pomeriggio verso le sette, – sempre!- partiva un giro di telefonate tra i direttori. Si discuteva su quali notizie mettere in prima pagina, che taglio dare ai commenti e tutto il resto».
Tutto il resto, capito? Ecco, oggi in molti questo dovrebbero capire: che le operazioni mediatico-giudiziarie squilibrate, possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Così è avvenuto nel decennio 1990: far fuori tutti i partiti democratici di governo è stato “un fatto unico in Europa… un esito che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre e rivoluzioni”, ha scritto il politologo Michele Salvati in un saggio de “il Mulino” nel 2011. Parimenti nell’ aprile 2017 il docente di macroeconomia Fadi Hassan ha rammentato che prima che scoppiasse ‘Tangentopoli’ «nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commentava – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni».
2) Che fare infine? Non diffamare invano! Recentemente ad una manifestazione del Primo maggio ho chiesto a rappresentanti di sindacati e partiti di sinistra come mai la maggioranza degli operai e dei lavoratori oggi votano a destra. Ecco una risposta: continue campagne populiste e moraliste contro i partiti costituzionali hanno scavato fra i lavoratori e la memoria democratica un solco incolmabile, perché – ce lo ha ricordato Mattia Feltri in prima pagina su “La Stampa” del recente 29 aprile – quella memoria “l’abbiamo diffamata e continuiamo a diffamarla”.
Nicola Zoller
(Da “Avanti Online”)

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