Lo chiamava Mosè, dal nome del profeta che guidò la traversata del deserto del popolo ebraico. Questo era l’appellativo che aveva scritto sulla sua agenda Graziano Del Rio, perché come Mosè lui aveva una missione da compiere, far uscire l’Italia dalla crisi, creare milioni di posti di lavoro, assicurare stabilità e sicurezza alle comunità. Naturalmente il lui è Matteo Renzi, l’uomo nuovo, non ancora l’unto del signore, epiteto riservato al suo genitore politico, il cavaliere Silvio Berlusconi. L’attuale capogruppo alla Camera era considerato uno dei fedelissimi di Renzi. Ed è proprio dai suoi fedelissimi che arrivano sull’ex presidente del Consiglio i giudizi più duri, più tranchant. “La sua separazione è avvenuta a freddo – ha detto l’ex fedelissimo Ministro , non c’è stato un solo momento in cui il segretario Zingaretti abbia detto o fatto intendere che il Pd non fosse la casa di tutti”. Poi ha aggiunto: “Se c’è una separazione la sconfitta è di tutti”, ma chiaramente “chi se ne va ha più responsabilità degli altri”. Anche perché “chi se ne va non tiene presente che ha un debito verso la comunità che ci ha eletto: questa comunità chiede sempre di non di non dividersi ”.
Un errore imperdonabile – è il commento di Lorenzo Guerini, un altro ex fedelissimo – per allontanare da sé e da base riformista, la sua corrente, i sospetti di chi dentro Pd, ancora pensa che l’addio di questo nutrito drappello di parlamentari sia solo questione di tempo, una scelta tattica per rimandare ciò che comunque avverrà prima o poi.
Una interpretazione nuova concernente la figura di Renzi, meglio una curiosità su Matteo Renzi arriva dalla giornalista Paola Palombelli che sottolinea come, da buon democristiano, Renzi viveva drammaticamente il ruolo di segretario del Pd, dentro il quale si doveva misurare quotidianamente con l’altra componente, quella di sinistra, con i suoi valori e le tradizioni. Sicuramente avrà sofferto per questo, commenta la Paolombelli, ma lui sostiene che ha avuto il fuoco amico. In realtà, non doveva mai diventare il segretario del Pd, doveva restare nell’ambito della Margherita, di un partito di centro che infatti sta per fare. Insomma il peggior leader della storia della sinistra degli ultimi 20 anni. Giudizio severo arriva dal pimpante ex ministro socialista Rino Formica, famoso per i suoi aforismi, che chiamato a rispondere sul ruolo di Riccardo Nencini, presidente del PSI, che ha fornito il simbolo del suo partito a Renzi per dargli la possibilità di formare gruppo al Senato : “Noi siamo distratti dai suoni di fondo. Ecco, la nascita del gruppo di Renzi al Senato è appunto un rumore di fondo. Direi una pernacchia”. E poi continua . “È come i vecchi teatri del Sud che venivano costruiti con il contributo delle famiglie benestanti. Queste famiglie conservavano un “diritto di plateatico”: avevano un palco tutto loro durante gli spettacoli. I socialisti al Senato hanno offerto il loro diritto di plateatico a Renzi. Ma cosa cambia assistere dal palco oppure dal loggione? Spettatore eri e spettatore rimani. Nella vita civile di un Paese attraversato da incubi di ogni genere –reali o immaginari –cosa vuole che cambi se un senatore di Italia Viva, o come cacchio si chiama, parli a nome del suo gruppo oppure a nome di un sottogruppo del misto che si vanno a offrire in giro per uno strapuntino nell’autobus dell’uno o dell’altro partito. Non me ne occupo più. I simboli hanno un senso se mantengono la capacità di trasmettere i loro valori originali”. E alla domanda cosa pensa di Renzi, risponde: evidentemente era a disagio nel Pd, quel partito non gli dava più soddisfazione. Renzi
è nato qualche secolo dopo Napoleone, eppure non è l’unico Napoleone in giro, ce ne sono ancora tanti. Però in genere sono nei manicomi. Poi ci sono gli amici che hanno seguito Renzi in Italia Viva. Per questioni di fedeltà e lealtà, che non sono mica un disvalore. Da buoni amici, si comportano come i medici dei pazzi: devono dirgli di sì. Sono Napoleone? Sì, è vero, sei Napoleone. È la pazienza dei medici dei pazzi.
L’uscita di Renzi ha prodotto nel partito una profonda lacerazione; ora per il Pd è il momento di spingere, di accelerare il processo di rinnovamento, per verità già iniziato dopo la vittoria di Zingaretti al congresso. Un grande vecchio della Politica, Emanuele Macaluso, ci invita a ritrovare il nostro popolo, quel popolo che negli ultimi anni si è sentito messo da parte, schiacciato dalle politiche restrittive dell’Europa, e da un riformismo solo di facciata nel Paese; quel popolo che si è sentito tradito ma che non ci ha voltato le spalle, si è rifugiato in gran parte nell’astensionismo. Solo una piccola parte ha votato con rabbia e per protesta il Carroccio. Ripartire dalle macerie riservateci da un elettorato che ha vestito i panni di un vendicatore, ricordandoci che è mancato una redistribuzione onesta della ricchezza del Paese, che le ingiustizie e il disagio sociali, gli squilibri sono aumentati, insieme all’avanzare di nuove e vecchie povertà; la crisi è andata a colpire i ceti meno abbienti trascinandoli nella incertezza, nella insicurezza.
Salvatore Lagaccia

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