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Giovannino Guareschi, mio padre

Alberto Guareschi, figlio di Giovannino Guareschi, ci parla di suo padre. Intervista di Stefano Mecenate

di Stefano Mecenate | 10 Maggio 2020

La mia vita cominciò il 1° maggio del 1908 e, tra bene e male, pare che continui ancora. Quando io nacqui, mia madre era già da nove anni maestra elementare e continuò a fare la maestra fino al 1949. Il parroco del paese dove essa risiedé fino al 1950 le regalò una sveglia a nome della popolazione e mia madre, dopo cinquant’anni di insegnamento in scuole prive di luce elettrica e di acqua potabile ma, in compenso, fornite abbondantemente di scarafaggi, mosche e zanzare, trascorse il suo tempo aspettando che lo Stato prendesse in considerazione la sua domanda per ottenere la pensione. E, mentre si divertiva ascoltando il ticchettio della sveglia regalatale dalla popolazione, arrivò la morte e la portò via.

Mio padre, invece, quando io nacqui, si occupava di macchine di ogni genere: dalle trebbiatrici ai grammofoni e possedeva due buoni baffi che assomigliavano molto a quelli che io porto sotto il naso: continuò ad avere due ottimi baffi fino al 1950, ma da un pezzo non si occupava più di niente e trascorreva il suo tempo leggendo dei giornali. Leggeva anche quello che scrivo io, ma il mio modo di scrivere e di pensare non gli piaceva. E in fondo aveva perfettamente ragione perché anche a me non piace proprio per niente quello che scrivo io. Ai suoi tempi mio padre è stato un uomo molto brillante e già viaggiava in automobile quando in Italia intere popolazioni si spostavano da paese a paese per andare a vedere quell’accidente di macchina che camminava da sola. L‘unico ricordo di questi antichi splendori è una vecchia trombetta per automobile: una di quelle trombe con la peretta di gomma; che mio padre aveva avvitato alla testiera del suo letto e che suonava ogni tanto, specialmente d’estate.

Ho una motocicletta di sessantacinque centimetri cubici di cilindrata, una automobile utilitaria di cinquecento centimetri cubici di cilindrata, una moglie e due figli dei quali non sono in grado di precisare la cilindrata, ma che mi sono assai utili in quanto io li uso come personaggi in molte delle storie da pubblicare su un ebdomadario che tiene in gran conto la mia collaborazione forse per il fatto che io ne sono il direttore.

E proprio su quell‘ebdomadario che si chiama Candido io pubblicai settimanalmente i racconti raccolti, in piccola parte, nel 1° volume di Don Camillo. I miei genitori avevano deciso che io diventassi ingegnere navale: così andò a finire che io studiai giurisprudenza diventando in breve assai noto nella città di Parma come ideatore di affissi pubblicitari e come caricaturista. Siccome a scuola mai nessuno mi aveva fatto studiare il disegno, era logico che il disegno esercitasse su di me un particolare fascino: così, dopo la caricatura e I ‘affisso pubblicitario, coltivai molto la xilografia e la scenografia. Nello stesso tempo mi davo da fare o come portinaio in uno zuccherificio, o come tenutario di un parco di custodia per biciclette: pure ignorando nel modo più assoluto la musica, impartii anche lezioni di mandolino ad alcuni ragazzi di campagna. Diedi ottima prova come ufficiale di censimento. Fui per un anno istitutore in un collegio poi passai a correggere le bozze nel quotidiano locale. Per arrotondare il mio modesto stipendio, cominciai a scrivere delle novelle, indi mi occupai della cronaca cittadina e, siccome la domenica mi rimaneva completamente libera, presi la direzione di un settimanale del lunedì, e, per far più presto, lo scrivevo

per tre quarti io.

Un bel giorno presi il treno e andai a Milano dove riuscii a intrufolarmi in un nuovissimo settimanale umoristico chiamato Bertoldo. Qui venni costretto a smettere di scrivere e mi fu permesso invece di disegnare: e io ne profittai disegnando in bianco su carta nera: cosa che creava nel giornale vaste zone depresse e, bisogna riconoscerlo, deprimenti. Io sono nato nella Bassa parmense, vicino al Po: e la gente che nasce in quei posti ha la testa dura come la ghisa: arrivai a diventare redattore capo del Bertoldo, che è poi lo stesso settimanale sul quale Steinberg, che allora studiava architettura a Milano, pubblicò i suoi primissimi disegni e sul quale lavorò fino alla sua partenza per il Nord America. Per cause indipendenti dalla mia volontà, scoppiò la guerra e io, nel 1942, presi una grossa sbornia perché mio fratello era disperso in Russia e non mi riusciva a sapere niente di lui. Urlai molto quella notte, per le strade di Milano, e dissi cose che poi trovai tutte scritte su due fogli protocollo, la mattina seguente quando l’Ufficio Politico mi arrestò. Un sacco di gente si occupò allora di me e riuscì a farmi rimettere in libertà. Però, allo scopo di togliermi dalla circolazione, mi fecero richiamare alle armi e il 9 settembre del 1943, scoppiato il pasticcio, venni fatto prigioniero dai tedeschi a Alessandria. Siccome non mi andava di disobbedire al mio Re, venni inviato in un Lager polacco. Poi passai per vari Lager tedeschi e ciò fino all’aprile del 1945. Allora passai dall’amministrazione germanica a quella inglese e, dopo cinque mesi, venni rispedito in Italia. Fu il periodo della prigionia quello durante il quale svolsi la più intensa attività della mia vita: infatti dovevo innanzitutto fare in modo di rimaner vivo e ci riuscii quasi completamente essendomi fissato un preciso programma riassunto dal mio slogan: «Non muoio neanche se mi ammazzano». Non è facile rimaner vivi quando si è ridotti a un sacco d’ossa del peso complessivo di 46 chili e si è carichi di pidocchi, di cimici, di pulci, di fame e di malinconia. Tornato in Italia trovai che molte cose erano cambiate. Specialmente gli italiani erano cambiati e io impiegai parecchio tempo per capire se fossero cambiati in meglio o in peggio. Alla fine scoprii che non erano cambiati per niente, e allora mi venne la malinconia e mi chiusi in casa dove disegnai le illustrazioni per la mia Favola di Natale che avevo scritto nel 1944 per rallegrare con un po’ di tristezza il Natale mio e dei miei compagni di Lager.

Poi fondammo il settimanale Candido e mi trovai impegolato fino agli occhi dentro la politica pure essendo allora, come sono ora, completamente indipendente. Da questo periodo, voglio dire da quello del primo dopoguerra, ho cavato fuori un grosso volume corredato di grandi tavole documentarie intitolato Italia provvisoria. Nel 1950, il capo dei comunisti italiani, signor Palmiro Togliatti, in un pubblico discorso a La Spezia, perdette la calma e chiamò «tre volte idiota» quel giornalista milanese che ha inventato il personaggio delle “tre narici”. Quell’idiota tre volte idiota sono io e fu quello, per me, il più ambito riconoscimento della mia opera di giornalista politico. Il “trinariciuto” o uomo delle tre narici è ormai entrato nel parlare comune in Italia e l’ho appunto creato io in un felice momento di estro satirico e, dico la verità, ne sono orgoglioso, perché riuscire a caratterizzare il tipo del comunista con un minuscolo tratto di penna di pochi millimetri (mettendogli cioè sotto il naso, invece delle solite due, tre narici), è una trovata non cattiva. E funzionò bene. E (perché essere modesti?) funzionarono ottimamente anche le altre faccende che io scrissi o disegnai durante i giorni della preparazione elettorale: ma questa non c’entra:io ho in solaio

un sacco pieno di ritagli di giornale che parlano male di me: chi ne vuoi sapere di più se li venga a leggere.

I racconti di Mondo Piccolo hanno avuto un successo eccellente in Italia: molta gente ha scritto lunghi articoli su Mondo Piccolo e moltissima gente mi ha scritto delle lettere a proposito di questo o di quel racconto così mi hanno un po’ confuso le idee e io, adesso, mi troverei piuttosto impacciato se dovessi formulare un giudizio su Mondo Piccolo. L ‘ambiente di queste storie è la mia terra: la Bassa parmense, la pianura emiliana in riva al Po. Qui la passione politica arriva spesso ad una intensità preoccupante: eppure questa gente è simpatica ed ospitale e generosa e ha uno spiccato senso d’umorismo. Deve essere il sole, un sole maledetto che martella i cervelli durante tutta l’estate. Oppure deve essere la nebbia, una nebbia cupa che opprime i cervelli durante tutto l’inverno. I tipi sono veri: e le storie sono tanto verosimili che, più d’una volta, un mese o due dopo aver inventato una storia, il fatto accadeva realmente e lo si leggeva sui giornali. Addirittura la realtà superava la fantasia: perché, quando io scrissi la storia di Peppone il quale, per liberarsi di un aereo che, durante un comizio, gettava manifestini avversari, tira fuori dal pagliaio una mitraglietta, non arrivai a farlo sparare. “Andiamo nel fantastico” dissi fra me. Due mesi dopo a Spilimbergo, non solo i comunisti spararono su un aereo che lanciava manifestini anticomunisti, ma anche lo abbatterono. Io non ho niente altro da dire su Mondo Piccolo: nessuno può pretendere da un povero galantuomo che egli, dopo aver scritto un libro, lo debba anche capire.

“Autopresentazione” di Giovannino Guareschi,  da Lo spumarino pallido

Questa ampia presentazione, anzi autopresentazione perché abbiamo preferito che fosse proprio lui, Giovannino Giareschi, il papà di Don Camillo e Peppone ma non solo, a presentarsi, ci sembrava necessaria per comprendere il senso dell’intervista che abbiamo fatto ad Alberto, suo figlio. Lo avevo conosciuto tantissimi anni fa quando, insieme alla sorella Carlotta recentemente scomparsa, gestivano il ristorante di famiglia. Allora parlare di Guareschi era, almeno in Italia, quasi proibito. Quel “gigante scomodo” perché aveva sempre scelto di non mettere il “suo cervello all’ammasso”, era ancora mal visto dall’intellighenzia culturale nazionale mentre , per contro, i suoi libri invadevano il mondo tradotti in centinaia di libri.

La Rizzoli, ad esclusione di alcune timide ristampe, ancora non aveva deciso di ripubblicare i suoi libri e chi lo amava, come me, era costretto a cercarli sulle bancarelle o nei remainder felice ogni volta di aggiungere un prezioso tassello a quel puzzle che avrebbe disegnato la completa e complessa personalità di questo straordinario uomo che aveva fatto del coraggio e della coerenza il leit motive della sua vita.

Per tanti giovani che, come me, credevano in valori che la “società dei consumi” aborriva e combatteva con tutte (ed erano tante e potenti) le armi, fare la conoscenza con Guareschi significava trovare un solido riferimento ed un modello da imitare.

Il mio amore per Giovannino, che non ho potuto conoscere personalmente, mi ha portato per anni a cercare coloro che potessero parlarmi di lui: Sandra Mondaini, Delfina Metz, Gianrico Tedeschi, Paolo Mosca, Alessandro Minardi, amici o figli di coloro che, in modi e tempi diversi, avevano lavorato con lui condividendone le avventure editoriali ed umane.

Con Alberto e Carlotta era nato un positivo rapporto che io sentivo come grande e sincera amicizia che negli anni mi ha permesso di conoscere meglio suo padre ma anche di apprezzare il lavoro che avevano iniziato a fare per restituire visibilità e dignità al loro genitore.

Scrivere di lui diventava un’occasione , sempre piacevole, di scoprire e far scoprire qualcosa di nuovo della sua persona e dei suoi scritti, conscio che quella personalità dovesse essere però conosciuta individualmente perché egli sapeva parlare al cuore di ognuno in modo diverso usando quelle magiche sue “sì e no duecento parole” .

Con questa intervista, ringrazio Alberto di avermela gentilmente concessa, ho voluto fare con lui il punto su suo padre e su come lui abbia vissuto alcuni dei momenti significativi della sua vita. Volevo che ci raccontasse, attraverso i suoi occhi, ciò che la Storia, la cronaca e i suoi scritti ci hanno tramandato, in parte in modo veritiero (i suoi scritti) in parte in modo “aggiustato”  da opportunismi e/o faziosità.

Stefano Mecenate

Ecco l’intervista

Giovannino Guareschi

Essere Alberto Guareschi credo sia una grande responsabilità… Chi è Alberto Guareschi e cosa avrebbe voluto essere?

Sono un uomo fortunato perché, prendendo in prestito le parole di mio padre: «io volevo essere esattamente così come sono. Diverso di così mi andrei largo o stretto»…

Ci racconti un po’ della tua vita e magari qualcosa di Carlotta?

Guareschi a Spello con i figli

Terminato il servizio militare a ventiquattro anni mi sono sposato e ho iniziato a lavorare assieme a mia moglie nel nostro ristorante. Per i primi anni mi ha aiutato mia sorella Carlotta fino a quando si è messa a lavorare nell’azienda del marito. Ho continuato l’attività per trent’anni aiutato nel lavoro dalle mie quattro figlie fino a quando, travolto dalla ripresa di interesse nei confronti di mio padre e delle sue opere ho dovuto scegliere tra la ristorazione e la curatela delle sue opere e del suo archivio e ho scelto lui chiudendo il ristorante. Mia sorella è tornata al mio fianco e abbiamo curato assieme tutte le raccolte postume dei lavori di mio padre mai riuniti in volume. Adesso, grazie all’aiuto delle mie figlie, posso dedicarmi al riordino dell’archivio di mio padre la cui consistenza è “preoccupante” perché comprende più di 200mila documenti.

Giovannino Guareschi resta per i milioni di lettori in tutto il mondo una figura indimenticabile: lo hai già fatto benissimo, insieme a Carlotta, in un libro ma lo vuoi fare anche per noi, ci racconti chi era Giovannino Guareschi per te e per la famiglia?

Nonostante i sui impegni lui era sempre al nostro quando avevamo bisogno di lui ed era riuscito a rendere la nostra vita familiare “normale”. L’unica differenza che notavamo tra la nostra famiglia e quella dei nostri amici era che lui lavorava in casa e bisognava lasciarlo lavorare tranquillo. Cosa non facile per due ragazzini vivaci.

Alberto Guareschi

Hai avuto il coraggio di difenderne la memoria anche quando era ancora un personaggio “sgradito” alla cultura corrente ed oggi sembra decisamente sdoganato anche se ancora lo si sottovaluta. Artisticamente (come scrittore, come giornalista, come direttore di riviste satiriche) come lo giudichi? Quali secondo te i suoi pregi maggiori?

Non sono un critico letterario e lascio ogni giudizio ai suoi lettori…

Hai lavorato e stai ancora lavorando alacremente ad analizzare e schedare il materiale che ha scritto e non pubblicato: cosa ci puoi raccontare di questo mondo sconosciuto ai suoi lettori?

La precisione di mio padre gli fece conservare ogni documento o lettera o brutta di lavoro e, vivendoci in mezzo, ognuno di questi “reperti” mi richiama alla mente particolari della sua vita e del suo lavoro e mi sembra di vivere l’atmosfera di quel famoso personaggio di Pirandello che, al solo contatto dei libri del suo “Mondo di carta”, ritrovava emozioni, sensazioni e ricordi.

Guareschi e i lager: una pagina “difficile” della sua vita recentemente tornata alla ribalta per il ricordo che hanno fatto di Gianrico Tedeschi, suo compagno di prigionia. La Favola di Natale e Diario Clandestino sono i suoi ricordi “ufficiali” di questo periodo ma molto, credo, ci sarebbe ancora da raccontare prima, durante e subito dopo questa tragica esperienza. Puoi dirci qualcosa?

Di quel periodo mio padre con noi figli non ha mai voluto parlare: d’altro canto al suo ritorno eravamo troppo piccoli e ciò che poteva raccontarci non era certo adatto a noi. Anni dopo mi sono fatto un’idea della situazione in cui si trovava nei Lager leggendo tra le righe delle lettere inviate a casa. In questi ultimi tempi, meglio tardi che mai, si parla della “Resistenza bianca” degli Internati militari italiani, delle loro sofferenze, e dell’importanza della loro scelta di rimanere fedeli al giuramento di fedeltà al Re, rifiutandosi di collaborare con i tedeschi e di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.

Bertoldo e Candido, due momenti nei quali Guareschi si è messo in gioco e ha messo la faccia per raccontare, con un sorriso talvolta doloroso, i “mali” di un’Italia sempre troppo approssimativa. Puoi raccontarci qualcosa di questi due importanti periodi della sua vita personale e professionale?

Anagraficamente non posso raccontarti un granché del periodo del «Bertoldo».

Di «Candido» ricordo le sedute dei redattori nello studio di casa a Milano, invaso dal fumo delle sigarette… Era un settimanale coraggioso e onesto, indipendente e con chiare simpatie monarchiche.

Una pagina ancora “oscura” è quella del “caso De Gasperi”; senza volerti costringere a prendere posizione, puoi ricordare qualcosa della dimensione umana con la quale Guareschi ha vissuto questo momento della sua vita che lo ha portato a oltre 400 giorni di carcere?

Ti riporto un brano tratto da una delle lettere quindicinali che poteva inviare a mia madre dal carcere. Era il quinto mese di detenzione: «I giorni della sofferenza non sono giorni persi, nessun istante è perso, è inutile, del tempo che Dio ci concede. Altrimenti non ce lo concederebbe. Ogni cosa, alla fine, avrà la sua sistemazione. (…) Questi giorni non sono duri per me: perché la prerogativa dell’umorista è quella di vedere l’oggi con gli occhi di domani, e io li vedo come già trascorsi e già li rimpiango…»

Tu e Carlotta avete fatto l’impossibile perché la memoria di vostro padre e delle sue opere sopravvivesse alle mode e ai condizionamenti di una cultura spesso ingiusta e “di parte”. Come giudicate abbia risposto questo mondo sia in Italia che all’estero?

Le sue opere sono tutte attive, anche quelle postume, in BUR e sono più di venti… I suoi libri sono ancora attivi in molti Paesi esteri (in questi giorni c’è giunta la ristampa del Don Camillo in turco…). Le sue opere vanno di forza propria forse perché sono “vere”: parlano di persone che lui ha realmente conosciuto, di avvenimenti che si sono realmente verificati ed esprimono dei sentimenti che lui realmente provava e la verità è evergreen perché non è legata alle mode.

La tetralogia di Don Camillo e Peppone restano un riferimento certo della sua scrittura, ma Guareschi è stato anche altro: volendo suggerire un percorso di altre letture, quali suggeriresti e perché?

Consiglio il Diario clandestino che è una sorta di radiografia della sua anima.

Don Camillo e i giovani d’oggi, al di là del momento storico in cui è stato scritto, conserva intatta un’inquietante attualità. Cosa pensi scriverebbe ai “giovani d’oggi” del XXI secolo?

In uno dei dialoghi settimanali tra lui e la Gio’ apparsi su «Oggi» si rivolge ai giovani dicendo: «Diffidate di chi vi sorride e vi dà importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gassato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola, una scheda elettorale, un cartello, un manganello, un mitra. Anch’io sono stato giovane e buggerato come saranno buggerati i giovani d’oggi…»

I film tratti dai suoi libri sono immancabili appuntamenti per i cinefili di tutte le età. Non hai mai pensato di suggerire a qualche produttore (o non ti hanno mai proposto) di fare nuovi film con altri attori legati a questi personaggi?

Io e Carlotta abbiamo sempre rifiutato le numerose proposte per non deludere gli spettatori che rifiuterebbero qualsiasi altro interprete dei due personaggi al posto di Fernandel e Cervi.

Tre tre libri che lo rappresentano di più.

Oltre al Diario clandestino consiglio La favola di Natale e il Corrierino delle famiglie.

E Alberto Guareschi cosa vuole ancora fare per se stesso e per suo padre?

Il richiamo del suo archivio è troppo forte e sono certo che potrò fare ancora delle buone “scoperte”.

Stefano Mecenate

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: anni, architettura, de gasperi, discorso, estero, figlio, genitori, giornali, giovani, giurisprudenza, importanza, intervista, italia, lavoro, macchine, milano, mondo, natale, nato, pensione, personaggi, persone, repubblica, repubblica sociale italiana, scuola

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giampaolo Mercanzin

    8 Maggio 2020 alle 21:06

    Una sorpresa eccezionale, che solo su Pensalibero si poteva trovare,

    Rispondi

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