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Giovani e flessibili

di Marco Colangelo | 4 Marzo 2012

I giovani oggi? Bravi ragazzi e accorti. Non per saggezza acquisita ma per paura di affrontare un futuro  caratterizzato da una crescita esponenziale delle disuguaglianze e dei diritti.

Diritti, Sviluppo, Democrazia, trattare l’argomento Giovani vuol dire incrociare trasversalmente questi punti di discussione, da quanto sono correlati fra loro. Da alcuni anni escono sui nostri quotidiani una serie di articoli che riguardano i giovani, appellandoli in vari modi: generazione X, generazione zero, giovani né né, bamboccioni, mammoni e tante altre espressioni che sicuramente arrivano loro in modo irritante. Anche oggi su, un noto quotidiano nazionale, sono state riportate e commentate tabelle statistiche su comportamenti ed atteggiamenti dei giovani dai 18 ai 35 anni, un modo forse per etichettarli nel vano tentativo di controllarne il fenomeno. Questi giovani sono considerati “bravi ragazzi”, precari, digitali, viaggiatori, cosmopoliti. Trovano il lavoro interessante ma sanno di non avere grandi possibilità di carriera, il tempo libero lo passano con gli amici, preferiscono cenare fuori  la sera piuttosto che in casa, vedere un film in DVD o leggere un libro, piuttosto che andare in discoteca, rimanere nel proprio quartiere piuttosto che spostarsi dall’altra parte della città. Non è esclusa la messa la domenica. Bravi ragazzi e accorti. Ma dobbiamo attribuire questa accortezza non a saggezza acquisita ma alla paura di affrontare un futuro, alla certezza di non avere diritti. Primo fra questi il diritto al Lavoro, condizione essenziale per la loro autonomia e libertà. Si vive in famiglia sino oltre i 35 anni. Fuori della famiglia c’è il vuoto o quasi. L’esterno è blindato per ogni loro uscita e stiamo parlando ancora di esistenza ordinaria. Chi trova un lavoro è fortunato, se a tempo indeterminato pensa di aver vinto un terno al lotto,  numerosi sono i tentativi di percorsi lavorativi che offre il mercato,  spesso deludenti. Ci pensano taluni adulti a confondere le cose, inventando la conflittualità generazionale, inventando  la favola dei troppi diritti da levare ai padri per non darli nemmeno ai figli. Campagne giornalistiche  invocano l’eliminazione delle protezioni e delle certezze appellandosi ad una necessaria flessibilità. E’  del lavoratore flessibile che oggi il sistema ha bisogno, specialmente se giovane, senza alcuna garanzia che l’incertezza prospettata si traduca in miglioramento. La pretesa strategica basata sull’innovazione della flessibilità  è ambiziosissima: si tratterebbe di una rivoluzione culturale di ampio respiro, vincendo un bisogno di sicurezza liquidata come retrograda. Troppo facile elogiare la propensione al rischio quando si tratta di intaccare le garanzie dei soggetti più deboli e poi rifugiarsi al riparo della concorrenza quando si tratta di proteggersi magari dal rischio di impresa. E’ noto a tutti il salvataggio delle banche e delle numerose grandi aziende da parte degli Stati centrali. Chiedere ai giovani di essere maggiormente flessibili, non sognare il posto fisso, deve essere accompagnato da politiche del lavoro serie, dove deve essere chiaro il meccanismo dell’ingresso, della permanenza e dell’uscita dal lavoro, gestendo l’intervallo tra una occupazione e l’altra, visto che questo periodo è drammaticamente scoperto di garanzie.  Lasciati a sé stessi i giovani e non solo i giovani, cadono in un senso di ordinaria ingiustizia, aumentando la diffidenza nella politica che dovrebbe agevolare le soluzioni fra le parti. Leggiamo pure che la generazione fra i 20 ed  i 35  anni, più che diffidente e pragmatica sia abulica e preferisce non esporsi troppo dal nido della famiglia. Troppo facile una riduzione del genere. Provate a raccontarlo a quelle migliaia di giovani flessibili ed invisibili agli occhi dei distratti, che tutte le mattine fanno i pendolari in treno da da una città all’altra per un posto di lavoro poco retribuito e con un contratto a scadenza e con una lettera di licenziamento firmata in bianco che cova sempre minacciosa in un cassetto. Ma se i giovani hanno una salvezza ce l’hanno proprio per i timori da cui si sentono  insidiati. Queste paure sono lo spettro dei problemi più gravi che attraversa la vita sociale dell’Italia: la mancanza di autorevolezza dello Stato, la crisi della politica, le dinamiche produttive che espellono e non includono, le opportunità ed i meriti negati, aspetti di legalità mancata. Occorre ritornare al primato della solidarietà e della partecipazione, alle lotte per la difesa dei propri diritti. Niente viene regalato e quello che i giovani hanno trovato, frutto delle battaglie sindacali e politiche fatte dai genitori, si sta lentamente sgretolando in previsione di ordini economici e sociali nuovi dei quali i giovani, e non solo loro, devono per forza interessarsi e contribuire a ricostruire.

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