Lo sguardo da occhi sgranati e sporgenti a meravigliarsi di tutto, Giorgia Meloni l’ha sviluppato già nei primi anni di vita. Indietro di quei 20 cm d’altezza rispetto ai coetanei, doveva aguzzare la vista, circondata come era costantemente da muri di ginocchia, zaini, cinture, schiene, deretani che immancabilmente si frapponevano tra lei e la realtà.
Da zitta, Giorgia appare garbatella, nomen del quartiere romano d’origine di cui resta espressione perfetta. Una zona bassa e negletta della Capitale, ex borgata fascista schiacciata dall’adiacente grande Eur, unico show della Roma rediviva all’altezza dell’immenso passato. Un quartiere, divenuto per ripicca di sinistra e che tra giardinetti ed archi colorati, si è autoeroizzato nel rimpianto di repressioni mai avvenute, status proletari mai esistiti, invidie dei maldivivere borgatari veri e difesa borghesuccia di centri sociali semiufficiali.
E’ quando parla che Giorgia rivela la sua seconda arma, sempre sviluppata per salvare l’esistenza, quella rochità baritonale facile allo schizzo alto sguaiato a stecca tra il romanesco Pierino Vitali ed il vicolo malandrino caravaggiesco. Un tono, segnale iperdecibel sonoro animale, che al di là delle parole, rianima il pigro ed annoiato spirito romano.
L’adolescenza è stata dura per Giorgia, a partire dall’incontro con la politica, in quel della porta della sezione missina, faccia a cintura del solito marcantonio, il Di Stefano oggi di Casa Pound. Si viveva allora in un mondo di alti e grossi politici, Agnes, Craxi, Altissimo, De Michelis, Segni, Storace e soprattutto Fini. Gli incontri con il vertice destro erano ore in punta di piedi con gli occhioni lanciati là in cima, alle porte del cosmo che stanno su in Germania, ad un km da terra per ascoltare cadere le parole dall’altissimo Gianfranco. Si vendicò tirando monetine alle alte ballerine e salvando, sodale i nani.
Finalmente nella II repubblica, la Meloni scoprì un capo dei capi della sua stessa specie; e trovò, in barba alla nota virilità destra, tanto spazio ampio e confortevole per le donne, anche in linea con le qualifiche da estetista. Purtroppo, se gli uomini erano ora tutti nani, le concorrenti erano delle Kessler. Di nuovo si ergeva un muro di gambe lunghissime, stangone, tacconate, inarrivabili molto più delle ballerine miti d’un tempo. Tra vecchi omoni postfascisti e Kessler conveniva ritagliarsi uno spazio garbatello in cui distinguersi e giocare al buon male assoluto antico.
La giovine Giorgia si coltivò un mondo coetaneo, riparato, di hobbit, atreju, pelleverdi ed altri avatar piccoli di statura, miti antichi precapitalistici senza imprenditori e corrotti, dove si davano la mano i ribelli e giudici che li carceravano. Titolare dell’unico movimento giovanile degno di questo nome, la bimba destra finì oggetto della disputa tra pigmalioni Gianfranco e Silvio che nel litigare tra chi l’aveva scovata, la catapultarono al vertice, ministro più giovane e più piccolo della repubblica.
Caduto il circo Barnum, dove ancora poteva contare sul roco gran abbaio del chihuahua e dello sgranar d’occhi in tutte le direzioni, per farsi ascoltare dalle numerose forme procaci, si appoggiò con coraggio a politici grossi e alti come quelli dell’adolescenza. Si accompagnò per la scissione di destra alle larghe spalle di Crosetto e di la Russa; per il mito delle primarie a Fitto e Tosi, per la nicchia di voti familiari capitolini a Rampelli e Marsilio. Con il tempo se li è mangiati tutti, la Sorellina d’Italia.
L’occhio sgranato fuori dalle orbite è divenuto quello della gigantesca serpentessa boa Ka, che nelle moine dell’alleanza, ipnotizza, cinge e stritola. Non uno ne è rimasto risparmiato: il gigantesco Crosetto ha lasciato la politica; schiacciato, l’ex sindaco Alemanno nella battaglia campale della fondazione An; dispersa nelle valli la massa di Storace e dell’ex grande destra sociale, anche al prezzo di perdere Littoria e province; cortocircuitati, l’ex uomo forte Tosi e l’ex giovane Fitto; evirato LaRussa del seguito milanese.
Nelle ultime elezioni capitoline le fauci della GiorKa si sono aperte all’inverosimile, ingoiando senza un respiro in mezzo ancora Bertolaso, poi Marchini e tentando l’inverosimile, il boccone più difficile, il grosso bue Salvini, reo di scippo di lepenismo e della bionda Marine, naturale alleati della bionda Sorellina. Il Matteo del nord, arrivato alle amministrative capitoline da leader della destra con gran vento in poppa, dopo la cura Giorgia, si è ritirato acciaccato, bastonato a Roma e Milano.
La destra è stata preti, uommene de panza, cummenda, professori, socialisti e Kessler. Il paradosso della massa destra di Roma è che era tanta ma senza malta. Tutta di uomini maturi, grandi, grossi e minchioni che, divisi tra 4 capataz e Ka, non si sono fatti valere. O si sono zittiti vedendo le iene ghignare sul cadavere politico del Gianfranco. E vicino scivolare l’unica capa della destra romana, la serpentessa Ka, vero miracolo che non ingrassa nemmeno dopo tante ingestioni. Ha portato la destra nella savana, lontana dall’abitato, fuggita da umani spaventati, in un’oasi isolata, pura di noi che ci conosciamo, l’antico ghetto destro dove il mezzocecato vede per i ciechi.
Qui la digestione della serpentessa è lunga, soporifera, meditabonda, indiscussa, nutrita di massacri mediatici altrui, di prese di distanze, di silenzi, di autogol e del tributo di voti che i famigli, isolati con lei, le debbono nel ritrovato esilio in patria, metà come fascisti metà come romani. Tutt’attorno tante postMagnani dalle nonne borgatare, col pargolo in braccio vocianti per il primato numerico frustrato ad ogni elezione, disegnano ritratti della loro dea, dagli occhi ardenti, la figura snella ed i boccoli biondi, bella come non mai.
Giorgia ringrazia, scusate se è poco.

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