
“Sono rimasto scioccato. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo. È lei che è inaccettabile. Non le importa se l’Iran ottiene l’arma nucleare, non vuole aiutare nella guerra, non vuole aiutare gli Stati Uniti, non vuole fare nulla.”
Trump ieri si è scagliato con queste parole contro Meloni decretando la fine di un rapporto di ferro che era alla base delle fortune internazionali della premier italiana.
Ora resta il fallimento della politica estera di Meloni.
In questo senso, é giusta la solidarietà nazionale che ieri Schlein ha voluto esprimere alla Presidente del Consiglio di fronte all’attacco virulento di Trump, oggettivamente lesivo dell’autonomia nazionale e delle istituzioni italiane.
Difendendo Meloni da Trump, la segretaria del PD ha ottenuto il risultato di presentarsi come una statista che antepone l’interesse generale del paese a quello di parte, al contempo isolando politicamente Meloni e evidenziando come la Premier sia rimasta “orfana” del suo capo americano. Soprattutto, la leader del PD è riuscita a far esprimere a tutto il parlamento una condanna ferma e esplicita di Trump. É il possibile inizio di un’Italia che comincia ad alzare la testa dopo averla tenuta per troppo tempo inchinata.
Per rompere l’idillio é bastato che Meloni fosse costretta, tardivamente e con mezze parole, a prendere le distanze dal padrone americano per le critiche da lui rivolte a Papa Leone.
Quella che mirava ad essere la costruttrice di un ponte tra gli USA e l’Europa, volendo su questa politica costruire la sua dimensione di statista internazionale, ha ricevuto una schiaffo che la tramortisce facendola balbettare, con lo stesso spirito di volontaria servitù, che “con gli alleati si può anche non essere d’accordo” e che “quando si è amici non si rinuncia al proprio giudizio”.
É il terzo schiaffo che Meloni riceve nel giro di poco tempo dopo quello del referendum e dopo quello della sconfitta di Orban.
Non riuscirà a riqualificare la sua politica estera nemmeno il tentativo di prendere le distanze dal criminale di guerra Netanyahu con la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare e difesa con Israele.
Anche questo è solo un atto minimo e dovuto di fronte ad uno Stato che applica scientemente il genocidio del popolo palestinese e ad un esercito che non ha remore a sparare contro i soldati italiani di stanza nel Sud del Libano per conto dell’ONU.
D’altra parte, niente e nessuno potrà cancellare la vergogna che ricade sul governo Meloni di avere, anche ieri, all’Assemblea Generale sostanzialmente votato contro il riconoscimento dello Stato palestinese, o di aver deciso di partecipare, anche se solo come osservatore, all’infame Board of peace voluto da Trump sulla testa dei palestinesi.
La crisi della politica internazionale di Meloni ormai è palese.
La sua credibilità in Europa è ormai ridotta al lumicino e in generale paga pegno per essere stata per troppo tempo la vassalla preferita di Trump e averlo difeso, compreso e sostenuto anche quando una misura di prudenza avrebbe consigliato un atteggiamento più sobrio.
La caduta rovinosa della politica estera di Meloni non è priva però di conseguenze per l’Italia. I tentativi furbeschi, gli equilibrismi non reggono più e condizionano negativamente il ruolo che il nostro Paese potrebbe svolgere a favore della pace e di politiche di distensione.
Il rischio di questa caduta rovinosa è che il Paese perda anche quel poco di potere di condizionamento che aveva nei dossier energetici e di sicurezza nel Mediterraneo.
Chiunque può fare un paragone con la forza e la dignità della politica estera del leader spagnolo Sanchez che si é opposto sia alle spese per il riarmo sia alla guerre scellerate in violazioni del diritto internazionale in Venezuela e in Iran.
Difendere un’istituzione italiana, come é la Presidenza del Consiglio, da una pesante e brusca ingerenza di un altro Paese é giusto e rappresenta un atto di grande consapevolezza politica e di difesa dell’interesse nazionale.
Inoltre, più semplicemente, é un principio civile di non infierire su ciò che é già morto, come la politica estera meloniana; purché non si vada oltre un limite ben preciso e non si conceda ai morti di seppellire i vivi.
Più chiaramente: quanto prima Meloni si toglie di mezzo ponendo fine alla propria agonia che danneggia il Paese e tanto meglio sarà per gli italiani.
PS. C’è un elemento decisivo, di cui si è parlato diffusamente nel post di ieri, e che non deve essere ignorato se vogliamo capire le ragioni di fondo di ciò che sta accadendo: la rottura tra Trump e Meloni si è consumata sullo scontro in atto tra il Presidente USA e Papa Leone XIV sul tema della guerra. È lì che la Presidente del Consiglio è stata costretta a intervenire.
Se sfugge questo elemento non si comprende il ruolo che la Chiesa Cattolica sta svolgendo in una drammatica situazione internazionale, né il valore del suo impegno come argine alla logica della guerra.
Enrico Rossi

Lascia un commento