La storiografia italiana è sempre stata povera di biografi degni di questo nome, spesso ha dovuto cercare autori di altri paesi per porre in rilievo personaggi di spicco italiani. Oppure, caso ancora più triste, le biografie sono appannaggio di divulgatori che hanno più dimestichezza con le cronache rosa che con la storiografia biografica.
Mola rappresenta, con questa opera, quindi, un capostipite, insieme a Renzo De Felice e pochi altri, della grande storiografia biografica italiana.
Giolitti è rivisitato, attraverso documenti inediti, mettendo a nudo non solo la figura dell’Alto burocrate e facendo giustizia di vieti luoghi comuni, quale quello ripetuto da cattedratici di “Ministro della malavita” (Gaetano Salvemini), ma mettendo in chiaro l’uomo e la sua rettitudine senza ombre. E nel descrivere le azioni del grande statista lo storico Aldo Mola ha rievocato la figura di padre e marito esemplare, le vicende politiche e l’ambiente liberaldemocratico nel quale Giolitti lavorò. Ecco l’altra grande virtù messa in luce: il lavoro, l’impegno politico visto attraverso la fatica quotidiana e le difficoltà spesso enormi incontrate dall’uomo politico.

Operoso creatore e rianimatore della piccola e media borghesia impiegatizia, valorizzatore degli insegnanti, segretari comunali, medici condotti, spina dorsale del giovane regno. Non più quindi una politica di repressione, ma di costruzione di uno Stato moderno ancora tutto da inventare. Giova ricordare, e Mola lo mette in luce con le vicende famigliari degli avi, che Giolitti si era ben formato sotto un’architettura di stampo napoleonico, che la diceva lunga sulla disciplina e sulla funzionalità burocratica dell’apparato statale. Fautore dello Stato “senza chiasso” – ad iniziare dalle manifestazioni anticlericali e di libero pensiero – che non giovavano al fragile regno nella mente dello statista, al siluramento di prefetti incapaci a recepire il nuovo orientamento liberale.
Fu anche fortemente moralizzatore dell’etica di Stato, a tutti i livelli, fino al processo Nasi, Ministro della pubblica istruzione; un processo che si trascinerà fino al 1908 davanti al Senato, per la prima volta costituito in Alta Corte di Giustizia.
Ma la cultura italiana capì Giolitti? Si domandava Giovanni Spadolini nell’acuta prefazione a Il parlamento Italiano “E’ un interrogativo che attende una definitiva risposta. Certa maggioranza dei movimenti di opinione che si formarono nel primo decennio del secolo (scorso) si posero tutti in una linea di contestazione della ‘prosa’ giolittiana, di critica del metodo giolittiano. Soprattutto il suo economicismo fu contestato. Ma rimane da domandasi se esperienze come La Voce di Prezzolini o L’Unità di Salvemini sarebbero state possibili senza il ritorno ai temi concreti che caratterizzarono complessivamente la svolta economica dell’epoca giolittiana, quel respiro dell’Italia a paese moderno. In realtà Giolitti assicurò le basi di sviluppo di una società che si consentì tutte le libertà o tutte le audace culturali al riparo della sicurezza che il grande statista le garantiva”. Non a caso Mola ci racconta come la lira faceva aggio sull’oro.
Egli, narra lo Storico, seppe accattivarsi il voto dei socialisti e dei cattolici, non la simpatia di don Sturzo, da questi definito “prete intrigante”. Ostilità che aveva la motivazione recondita nel tentativo di Giolitti di rendere nominativi i titoli mobiliari e nella contrarietà della chiesa cattolica che non voleva far emergere l’immane ricchezza posseduta.
“Giolitti compì anche errori politici, e gravi. In questa opera se ne dà conto. Ma quale abisso fra lui e chi giunse al governo con le mani lorde di sangue e ci rimase tra delitti innumerevoli e altri che servirono dittature spietate e dall’esilio rientrarono lasciando alle spalle una scia di sangue. La grandezza della democrazia liberale giolittiana sta anche nella distanza incolmabile tra l’errore politico e il crimine”.
Ministro del Tesoro dal 1889, venne nominato per ben cinque volte Presidente del Consiglio tra il 1892 e il 1921. E’ uno dei pochi parlamentari a contrastare Mussolini. Nell’aula del parlamento difese la libertà di stampa e si oppose a delegare al Gran Consiglio del fascismo la formazione della camera dei Deputati.
L’unico pronto a fare un governo senza Mussolini fu l’ottantenne Giolitti, ma Facta fece in modo che non arrivasse a Roma. La sua assenza da Roma – forzata o meno che fosse – fu tra i motivi della decisione ultima del re nell’affidare la conduzione del governo: prima a vantaggio di Salandra poi di Mussolini.
In queste pagine vengono ricostruite la vita, i pensieri, l’azione di Giolitti sulla scorta di centinai di inediti; ne viene fuori un personaggio nuovo e diverso rispetto a quello usuale dell’ “uomo di Dronero”, ministro della malavita e il mieloso ministro della buona vita di altri autori. Emerge un personaggio serio, amante della quiete domestica, semplice nei modi. Giolitti, ricorda Mola, fu anche il primo statista a circondarsi di uomini di tutte le regioni d’Italia. Italia che egli ben conosceva a differenza di Cavour e altri, Zanardelli compreso, per averla visitata in missioni di lavoro.
Un lavoro ed un’opera monumentale da cui non si potrà prescindere nel rievocare l’età giolittiana e nel ripercorrere la storia d’Italia.
Guglielmo Adilardi

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