E’ l’alternarsi ossessivo e ricorrente di due binari paralleli, la declinazione nel bene e nel male (donde il sottotitolo italiano) del medesimo volto e della medesima funzione, la costante tematica – mai così evidente – di “The Departed”, storia di infiltrati (uno in polizia e l’altro, specularmente, nella mafia) tratta dalla trilogia “Mou gaan dou” (2002) di Wai Keung Lau e Siu Fai Mak, meglio nota come “Infernal Affairs”.
E Matt Damon e Leonardo Di Caprio, il primo brutta copia del secondo, due facce – nell’immaginario popolare – della medesima figura belloccia e impomatata, sono coloro che meglio si prestano a caratterizzare la schizofrenica duplicità di un Giano Bifronte che, nella complessa intelaiatura del film, esemplifica l’avvicendarsi ora dell’uno e dell’altro, ora dei due diversi volti dell’uno e dell’altro.
Scandita dal suono anonimo e lamentoso del telefonino, l’ultima fatica di Martin Scorsese si rivela sin da subito uno scompigliato gioco di specchi (dove mentire, riassume paradigmaticamente Madolyn in tutto il suo contraddittorio psicanalismo, significa “rendersi più facile la vita”) la cui cifra stilistica non può che essere il montaggio alternato. Un espediente che in Frankenheimer sapeva essere pulito e raffinato, tuttavia, in Scorsese diviene roboante, frastagliato, disorganico, e annega in una mastodontica confezione hollywoodiana ancora una volta concitata e martellata dalla musica, che rende il film (e la sua barocca istanza autoriale) un apologo sgradevolmente eccessivo, vertiginosamente debordante, freneticamente dilatato, riscattato solo parzialmente dal finale.
Ciò non impedisce al regista di porsi in continuità con “Taxi Driver”, al quale fa evidente riferimento nella carneficina che chiude il film e nella frustrazione allucinata e scombiccheratamente maniacale che fa di Billy una sorta di Travis Bickle post litteram: particolarmente eloquente, su questo versante, la scena in cui Billy – parafrasando Travis -mima con le due dita una pistola alla tempia, o l’esilarante sequenza, squisitamente déjà vu, in cui Colin è sorpreso da Frank nientemeno che in una sala a luci rosse, nella quale si intratteneva anche Billy.
Volubile e vizioso, il Costello istrionicamente interpretato da Jack Nicholson è l’antitesi della lucida e compassata crudeltà di un Don Corleone o dell’efferatezza regale e composta di uno Charnier: emblema della spietata e capricciosa ferocia del boss del Duemila, espressione della nuova mafia della droga oramai avulsa dagli affascinanti codici che un tempo la regolamentavano, gigioneggia con enfasi nervosa tra fiumi di sangue e volute di polverina.
Ed è proprio nel brillante botta e risposta tra Frank, da una parte, e Dignam (un convincente Mark Wahlberg) e Queenan (un Martin Sheen efficace ed espressivo) dall’altra, scandito da un grottesco coro religioso di voci bianche, che “The Departed” trova i suoi momenti migliori, con un Costello (tutt’altro che melvillianamente “faccia d’angelo”) che, dopo essersi sfrontatamente congedato, si accoda ipocritamente alla processione di quelli che definisce “i miei angeli”.
Quantunque la sceneggiatura di William Monahan sia ricca di spunti interessanti, non si comprende la presenza di macchiette regolarmente perse per strada (lo zio), personaggi appena abbozzati (il cugino) o inverosimilmente spuntati alla fine (il terzo infiltrato); la scelta del cast è felice, fatta eccezione per un Alec Boldwin monocorde e imbalsamato che mantiene la stessa espressione per tutta la durata del film.
Tra citazioni da Hitchcock (nell’inquadratura della doccia) e riferimenti più o meno voluti al “Padrino parte terza” (nella breve scena del teatro), Scorsese si balocca a satireggiare il potere (e le sue ridicole medaglie al merito) riproponendo con ossessiva determinazione la cupola dorata del Palazzo del Governo, che fa da sfondo alla beffarda inquadratura finale affidata nientemeno che allo zampettare di un ratto di fogna, unica creatura rimasta in vita tra i “dipartiti” del titolo.
Mostrando solo a (brevi) tratti, però, la linearità stilistica di un “After Hours” e perdendosi, nel resto della pellicola, nei meandri di un tessuto filmico discontinuo e frammentato.
Giulio Laroni
g.laroni@pensalibero.it

Recensione accurata che è come dovrebbero esserlo tutte le altre: colta sulle valenze a un livello anche eminentemente metapercettivo, non rinuncia ad addentrarsi nei meccanismi di un film che, ancora una volta per Scorsese, va discusso, non respinto, ma per il quale una certa dose di perplessità pare più che appropriata.