E’ stupefacente come, a distanza di un secolo, il Futurismo sappia impressionarci, entusiasmarci, ispirarci. Ha una carica e una energia che il tempo non scalfisce. Né può dirsi verosimilmente indagata e squadernata tutta l’eredità che ha lasciato, tutta l’influenza che ha esercitato sulle correnti artistiche e sulla cultura del Novecento (e oltre).
Allora si accoglie come un dono la mostra organizzata dal Mart di Rovereto “Giacomo Balla. Lo stile dell’avanguardia”(fino al 18 ottobre) dove, come si legge nel comunicato ufficiale, le opere del maestro “entrano in risonanza naturale con il patrimonio che il museo custodisce”; non a caso: tra le oltre 20.000 opere delle collezioni permanenti sono diversi quadri di Balla così come di altri esponenti del movimento tra cui, anzitutto, quel Fortunato Depero con cui Balla nel 1915 vergò il manifesto della “Ricostruzione futurista dell’universo” e di cui il museo conserva e valorizza la produzione nella omonima Casa d’Arte Futurista. Si può dire anche di più, cioè che il Mart deve i propri stessi natali al fondo/lascito di Depero.
Secondo Vittorio Sgarbi, che del vivace ente museale trentino è presidente, quel manifesto è forse ”il programma più concreto e coerente fra quelli contemplati dai vari manifesti futuristi. Se il progresso tecnologico stava cambiando inesorabilmente la faccia del mondo, allora il compito primario dell’artista diventava quello di dargli forma in tutti quegli aspetti in cui la creatività del nuovo uomo moderno poteva trovare estrinsecazione, azzerando in tal senso qualunque separazione passatista fra arte e vita. Il Futurismo, insomma, doveva essere tutto, necessariamente, altrimenti non sarebbe stato”. I futuristi Balla e Depero volevano realizzare “questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente” e dare “scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile”. Quello del manifesto era un vero programma di azione/intervento: “Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto”.
Di questa istanza onnipervasiva, del sogno di “un’arte totale” che trabocca ed esonda in ogni aspetto della vita, l’articolata produzione artistica di Giacomo Balla è la rappresentazione perfetta e la proposta espositiva ne dà adeguato conto con circa 250 opere, un ricco repertorio – comprendente anche mobili, arazzi, paralumi e poi studi per sciarpe, cravatte, cappelli, ricami – proveniente dalla Collezione Laura Biagiotti e dalla Fondazione Biagiotti Cigna.
Tutt’altro che insolito è rintracciare, soprattutto nell’arte moderna e contemporanea, tratti osmotici, se non veri e propri intrecci creativi con la moda. Così avviene con la produzione di Balla, non solo per la poliedricità del suo estro ma anche per l’interesse che ha suscitato nella celebre stilista romana: “Laura intuì immediatamente – scrive Fabio Benzi (co-curatore della mostra, insieme a Beatrice Avanzi) – questa torsione moderna del grande artista, e ne comprese il parallelismo col suo mestiere. Comprese anche che il suo atto creativo era profondamente rivoluzionario perché era stato il primo artista, e il più complesso, ad articolare questa fusione tra arte e moda, soprattutto proiettandola nel panorama delle avanguardie storiche”. Si aggiunga con Micol Forti, direttrice del Mart, che “Laura Biagiotti ha forse cercato, sicuramente trovato, oltre a un’amicizia profonda con le figlie dell’artista, Elica e Luce Balla, conosciute nel 1986, una fonte di ispirazione, la testimonianza concreta e tangibile di un maestro che, attraverso il suo lavoro, le ha fatto intuire i multiformi e vitali sentieri lungo i quali si snoda il processo creativo: dall’elaborazione di un’idea, fino alla sostanza di una forma, al rigore di una composizione, al valore mai neutro né neutrale di un’opera o di un oggetto”.
L’esposizione offre uno sguardo ampio che consente di cogliere – come annota Sgarbi – “l’intera parabola dell’avventura espressiva di Giacomo, dagli esordi ancora ai margini del Divisionismo fino al ritorno figurativo degli ultimi anni”.
Ecco un’altra ragione di interesse di questo evento, l’attenzione per il men noto Balla divisionista. “Divisionismo” è la rubrica e la materia della prima delle cinque sezioni tematiche (le altre quattro sono “Futurismo”, “La moda futurista”, “Ricostruzione futurista dell’universo” e “Una nuova figurazione moderna”) in cui è articolata cronologicamente la trama espositiva. L’impegno/studio pionieristico dell’artista, dopo il trasferimento a Roma nel 1895, era stato favorito da un interesse precoce alla fotografia (il padre Giovanni era chimico e fotografo) e al tema della luce, oltre che segnato dalla conoscenza di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Così le sue prime esperienze/prove si concentrarono su ritratti e paesaggi, caratterizzati in particolare dalla scomposizione della luce attraverso una stesura pittorica a sottili filamenti di colore (di cui troviamo esempi diretti in “Autospalla”, “La fidanzata al Pincio” e “Villa Borghese. L’ombra della torre”). Stando tuttavia a quanto si apprende da Piero Dorazio (“Giacomo Balla era il decano del gruppo”, testo esterno al bel catalogo edito da Silvana editoriale), Balla sarebbe stato folgorato sulla piazza di Parigi, all’Esposizione Universale (1900): rientrato a Roma iniziò a dipingere quadri che adottavano la tecnica impressionista e divisionista della luce (avrebbe chiamato con questo nome persino una delle figlie), mentre lo studio attento del comportamento della luce nei suoi effetti sulle figure lo avrebbe portato ad abbracciare un nuovo tema, un altro fenomeno naturale, il movimento.
L’ultima sezione, che indaga e illustra il ritorno di Balla alla figurazione, è il segno definitivo della cifra delle collezioni Biagiotti e Cigna, che nulla paiono tralasciare della sua esperienza artistica. Una cifra che si riverbera ed è rilevante per la valutazione della mostra stessa in cui conta di più, secondo Sgarbi, “la logica dell’insieme raccolto piuttosto che quella dei singoli esemplari che lo compongono”.
Nulla togliendo alla logica d’insieme, val la pena di segnalare che appartiene alla collezione Laura Biagiotti – e dunque campeggia nella esposizione – il “Genio futurista”, la più grande opera realizzata da Balla (olio su tela d’arazzo di circa 4 metri di base per quasi 3 metri in altezza), presentata all’Esposizione universale di arti decorative e industriali moderne di Parigi (1925).
Paolo Marini

Genio Futurista, 1925
Collezione Laura Biagiotti

Autobalsettanta4, 1948
Fondazione Biagiotti Cigna

Autospalla, 1903
Collezione Laura Biagiotti

Gilet futurista ricamato con motivi sul nome Balla, 1924-1925
Fondazione Biagiotti Cigna
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