
Eppure il Governo continua a non trovare le risorse necessarie per pagare decentemente i medici di medicina generale, una delle poche vere reti di protezione sanitaria ancora presenti sul territorio.
Da un lato si offrono ai medici di famiglia compensi modesti per presidiare Case di Comunità spesso ancora vuote; dall’altro si continua a spendere senza esitazioni per i medici gettonisti chiamati a coprire i turni più difficili nei pronto soccorso.
La questione non riguarda i professionisti che accettano questi incarichi. In un mercato del lavoro sempre più carente di personale sanitario, è naturale che ogni professionista scelga le condizioni più favorevoli. Il vero problema è un altro: l’incapacità della politica e della programmazione sanitaria di affrontare in modo strutturale una crisi che era ampiamente prevedibile. Per anni si è fatto affidamento su soluzioni temporanee, rinviando interventi che avrebbero richiesto investimenti, visione e coraggio.
Così, quella che durante la pandemia era stata presentata come una risposta emergenziale alla carenza di personale si è progressivamente trasformata in una componente stabile del Servizio sanitario nazionale.
A certificarlo è il nuovo rapporto dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, anticipato dal Sole 24 Ore. I numeri parlano chiaro: nel biennio 2024-2025 la spesa per medici e infermieri reclutati attraverso cooperative e società esterne ha superato il miliardo di euro. Un dato impressionante, destinato ad aumentare ulteriormente nel 2025, soprattutto per quanto riguarda il personale medico. Dietro queste cifre si nasconde una contraddizione che non può essere ignorata. Da una parte si sostiene che non vi siano risorse sufficienti per valorizzare il personale dipendente e rafforzare la medicina territoriale; dall’altra si continua a finanziare un sistema che, pur garantendo la copertura dei servizi, comporta costi elevati e non risolve alcuna delle criticità che lo hanno generato.
I gettonisti rappresentano oggi il sintomo più evidente di una malattia più profonda. I pronto soccorso, le anestesie, le medicine d’urgenza e molti reparti periferici faticano ad attrarre professionisti perché le condizioni di lavoro sono diventate sempre meno sostenibili. Turni massacranti, responsabilità crescenti, aggressioni sempre più frequenti e prospettive professionali poco attrattive hanno progressivamente allontanato medici e infermieri dalle aree più critiche del sistema. In questo contesto, le cooperative sono intervenute occupando uno spazio lasciato vuoto dalla programmazione pubblica. Hanno risposto a una domanda reale, ma il loro crescente protagonismo rappresenta anche il fallimento di un modello che avrebbe dovuto garantire continuità assistenziale attraverso personale stabilmente inserito nelle strutture sanitarie. Continuare a rincorrere l’emergenza significa accettare che una quota sempre più rilevante delle risorse pubbliche venga assorbita da soluzioni tampone. Soluzioni necessarie nell’immediato, ma incapaci di costruire il futuro.
Ogni euro speso per coprire una carenza cronica senza affrontarne le cause rischia di trasformarsi in un investimento a perdere. La vera sfida non è eliminare i gettonisti, ma rendere nuovamente attrattivo il lavoro nel Servizio sanitario nazionale. Significa investire sugli organici, migliorare le condizioni di lavoro, ridurre il peso burocratico, valorizzare le competenze e offrire prospettive professionali credibili alle nuove generazioni.
La fotografia scattata dall’Anac consegna alla politica una domanda che non può più essere rinviata: è sostenibile continuare a spendere oltre un miliardo di euro per gestire le conseguenze della crisi, senza investire con la stessa determinazione nelle soluzioni che potrebbero prevenirla? Finché questa domanda resterà senza risposta, i gettonisti continueranno a rappresentare non la soluzione del problema, ma la prova più evidente del cul-de-sac in cui si è cacciato il nostro sistema sanitario.
Angelo Santoro

Lascia un commento