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Gershnm Freeman autore del romanzo: Il respiro dell’Anima

MI PRESENTO… – Gli autori della casa editrice dreamBOOK edizioni raccontano di sé e dei loro libri.

di Stefano Mecenate | 15 Aprile 2020

Gershonm Freeman lo abbiamo trovato nel suo rifugio lontano dal caos delle città. Gli chiediamo di presentarsi, di farci conoscere chi sia aldilà del suo ruolo di scrittore.

Domanda provocatoria, in essa surrettiziamente sta passando l’idea che uno scrittore possa essere altro, anzi, che necessariamente lo sia. 

Non è un caso che lei abbia parlato di ruolo in relazione allo scrittore: bene sono d’accordo solo in parte, nel senso che ho precisa e radicata consapevolezza di me nell’interpretazione di, chessò, abitante del pianeta terra, coltivatore del mio orto, conferenziere e addirittura saggista, qualche volta, ma fatico davvero tanto a vedermi nel “ruolo” di scrittore. 

Per me scrivere è una radice imprescindibile di ciò che sono, non credo nemmeno sia così in relazione con il mio essere maschio o femmina, giovane o anziano, se davvero vuoi scrivere, non solo raccontare, come sosteneva Albert Camus, dietro ogni grande romanzo si erge una profonda idea filosofica. Il resto è narrativa. 

Insomma, scrivere è un modo di essere o di esser-ci, per dirla con Heidegger, un modo di vivere e di lasciarsi incontrare dalla vita che è in ogni essere umano, un modo per comprendere che in ognuno, per citare l’amico Eugenio Montale, si nasconde una divinità. Almeno, questo è scrivere per come lo intendo io. 

Ma non le sto rispondendo, quindi ricomincio. Allora, oltre ad essere uno scrittore vivo, come tutti, numerosi altri ruoli, alcuni li ho più o meno esplicitamente citati, ma ne mancano numerosi altri: sono un sognatore, amo profondamente la vita e chi la rispetta in sé e negli altri, sono profondamente convinto che non abbiamo mai abbandonato l’Eden ma che non riusciamo più a viverlo tanto da renderlo altro, e non è una buona cosa. Adoro l’amicizia, la buona conversazione specie se accompagnata da un adeguato bicchiere di vino, detesto la violenza, la prevaricazione e l’arroganza, le figlie peggiori dell’egoriferitismo, una delle malattie della nostra epoca. Credo nell’amore e nel coraggio di amare. Studio con rispetto e passione diversi pensatori e le loro opere, alcune le ho lette fino a consumarle ed ogni volta incontrando nuove profondità… Adesso mi fermo, altrimenti non la smetto più. 

Guardandosi indietro cosa ricorda, per lei significativa, della sua vita, professionale e non?

Mi succede spesso di “guardarmi indietro” per usare le sue parole: sono convinto che noi siamo la nostra memoria, consapevole ed inconscia. Il presentificare a sé momenti della propria storia è un esercizio fondamentale per incontrare se stessi, per percorrere uno degli innumerevoli sentieri che ci possono condurre, se si ha il coraggio di seguirli con spirito vorace e pulito, fino ad incrociare lo sguardo del tuo io profondo. 

Come diceva l’amico Federico, al secolo Nietzsche, guardare dentro di sé è sempre guardare abissi, ma dopo un poco scopri che l’abisso sta guardando te. 

Come fare a estrapolare qualche immagine-ricordo dal vortice del tempo interiore senza banalizzarla? Rivedo lo sguardo indaco di mia madre sul mio stupore di bimbo, il sapore del primo bacio che ancora mi intride i sogni, le fantasie dell’adolescenza quando ero sicuro che avrei ridisegnato il mondo. Affermavo, con la più classica arroganza dei vent’anni, “datemi una gomma e una matita, ridisegnerò il mondo molto meglio di come lo abbia fatto dio”. Rammento il conseguente travaglio tra una fede feroce ed il più folle nichilismo, l’incontro con la musica di Schubert, le notti tuffato in un romanzo che avrei voluto aver scritto io, i rapimenti estatici delle albe conosciute sul mar libico di Creta, l’amore sconfinato per la filosofia e l’essere umano che l’ha pensata… Ma ora basta ché rischio di lasciarmi inghiottire dal piacere del mondo della memoria e così la abbandono alla impossibilità di intervistare un assente, o è uno di quelli che intervista in contumacia inventandosi le risposte? Scherzo!

IL RESPIRO DELL’ANIMA, suo ultimo romanzo pubblicato con dreamBOOK edizioni, non è l’unico romanzo pubblicato. Perché questo bisogno di scrivere?

Il sodalizio con dreamBOOK edizioni è iniziato con un altro romanzo, IL QUADRATO DEL SATOR del quale in nuovo è un ideale seguito avendo in comune la protagonista.

Circa il “bisogno” di scrivere, credo sia un traboccare e un tramontare per dar luce al lato oscuro, è una forma di gravidanza, non puoi che generare, è un dono per te stesso e per chiunque saprà condividerlo. Provo ad essere più chiaro con un esempio: le sarà di certo capitato di svegliarsi con ancora sul palato della mente il sapore di un sogno meraviglioso, ebbene, sono sicuro che ha avvertito il desiderio di condividerlo, di raccontarlo. È un poco allo stesso modo che, una volta visitato dalla trama che ti vanno via via narrando i vari personaggi, necessariamente avverti il desiderio di rendere partecipe del sogno lucido della creazione artistica un altro essere umano, non uno qualunque, certo che no! Credo che il suo sogno avrebbe avuto piacere di condividerlo con una persona importante, importante per lei. 

Scrivo perché “l’altro” per me è essenziale, scrivo perché è un atto d’amore, scrivo perché è il modo in cui sono capace di dire sono vivo. Non sempre sono soddisfatto di quello che produco di getto, il più delle volte torno sulle pagine per un labor limae che è un segno ancora una volta di amore ma anche di rispetto per il lettore. Mi capita di avvertirmi nelle prossimità di chi mi legge, di osservarlo. Se intravedo un moto di fastidio me ne addoloro immensamente, così come mi regala infinita gioia il riconoscere il piacere. Vede, sono convinto che tutti siamo abitati dalla bellezza, chi la genera nella letteratura, chi in altre forme d’arte, chi coltivando un orto, chi costruendo un rapporto d’amore, chi assaporando il profumo che intride l’aria dell’alba, chi viaggiando alla ricerca di se stesso. Ogni atto creativo è una fonte di bellezza ed ognuno di noi ha il diritto e forse addirittura il dovere di cercare la propria strada perché il nostro viaggio nella vita può essere un regalo per noi e per gli altri o una triste attesa della scomparsa ingannando il tempo per mezzo del divertissement di pascaliana memoria.

Cosa ha voluto raccontare con IL RESPIRO DELL’ANIMA?

Sono convinto che la narrazione sia un pretesto per dire altro. In fondo, parafrasando Fromm, abbiamo dimenticato il vero linguaggio, potremmo chiamarlo “le parole dell’anima”, forse, come afferma il maestro appena citato, quel linguaggio si nasconde ancora nelle fiabe, nelle grandi opere della classicità, nelle vere poesie, nei gesti d’amore di una madre, nella passione dello sguardo di un amante… Il più delle volte usiamo la parola solo per dire e così costruire un mondo di cose e di fatti, ma il mondo è ben altro e se il linguaggio non riesce più a coglierlo allora rischiamo di perdere il mondo. Mi perdoni la breve premessa, arrivo subito alla sua domanda, solo una ulteriore minima precisazione: quando parlo di anima, sia nel romanzo che in questa conversazione, non mi riferisco a quella convenzionale della fede, ma a quel quid misterioso che fa sì che questo corpo sia un essere umano, spero di essere stato ulteriormente destabilizzante. In coerenza con quanto premesso posso affermare che il romanzo può essere intercettato su diversi piani. Uno è certamente quello che costruisce la realtà nella quale si muovono persone unite da vicende drammatiche, molto spesso oltre i confini della legalità, esseri pluridimensionali che non sono solo l’intreccio narrativo, che hanno una vita profonda, intrisa di passioni, sogni, cadute e coraggio per rialzarsi, insomma, il romanzo racconta diverse vicende che, mi auguro, intrighino per la loro natura, usiamo un termine convenzionale, poliziesca, ma colloca gli avvenimenti nella magmatica e diveniente verità della vita, in quel Lebenswelt di cui parla Husserl. 

Nello specifico una delle protagoniste, la dottoressa Clerici, Giorgia per gli amici, Gegia per il suo compagno, segue le tracce di un assassino seriale. Si, lo so che ormai tutti lo definirebbero un serial killer, come volete, ciò che conta è che per individuarlo e catturarlo la bella e intelligente ispettrice è costretta a comprenderne il movente e tutto il percorso che lo ha portato all’inizio dell’azione criminale. La condivisione, il guardare il mondo con gli occhi di un altro è sempre una meravigliosa pericolosissima ed intima esperienza, Giorgia si incontrerà lungo il tragitto, esatto, incontrerà se stessa ed il mostro al quale forse tenderà anche la mano, la sfiorerà ma, scriveva il sommo Nietzsche “A certuni non devi dar la mano, ma soltanto la zampa: e io voglio che la tua zampa abbia anche gli artigli”. 

Saprà la dottoressa Clerici capire a chi porgere la mano e a chi la zampa? Saprà avere artigli? Già, perché essere buoni non significa non avere artigli ma decidere di non utilizzarli.

Quali sono state le sue letture e, se ci sono, quali autori le sono stati compagni della vita o addirittura maestri?

I primi anni di cui ho memoria sono stati abitati dai libri per bambini, com’è ovvio, ma stranamente non ricordo le fiabe classiche, per qualche oscura ragione ho letto o ricordo libri e fiabe che non ho sentito citare da altri, per esempio Enrichetto dal ciuffo e Pippi la scimmietta color di rosa. Ma quelli sono fondamenti troppo lontani e sopiti da analizzare per comprenderne i lasciti. Da adolescente sono cominciate le grandi infatuazioni, passioni, innamoramenti, sia per le fanciulle, come è ovvio, che per diversi autori, li cito come mi tornano al momento: Dostoevskij mi ha accompagnato negli anni delle medie, ricordo quanto mi sono riconosciuto nel caos etico di Raskol’nikov di Delitto e castigo, nelle perverse pulsioni di Stavrogin de I demoni, la scena del conflitto interiore del nichilista Kirillov mi ha abitato per molto tempo e mi ha avvicinato al pensiero di Camus ed al suo saggio Il mito di Sisifo, ma questo molti anni dopo, anche se forse ho vissuto come ancor più illuminante la figura dell’ingenuo Myskin de L’idiota. Poi è stato il turno di Herman Hesse di cui ho amato soprattutto “Il lupo della steppa”, ed ecco Boll con “E non disse nemmeno una parola” e “Le opinioni di un clown”, ma troppi dovrei citarne, da Leopardi a Montale, da Pirandello a Bukowski, da Hemingway a Borges e comunque mi sentirei in colpa per tutti quelli che non ho nominato. Infine no, non posso riconoscere nessuno come maestro esclusivo ma tutti come determinanti. Se proprio devo sceglierne uno mi vedo costretto ad evocare Nietzsche, anche in questo caso con un profondo senso di colpa verso Pascal, Kant, Kiekegaard, Schopenhauer, Heidegger, Gadamer, Camus, Sartre e molti altri, ma è certo che lo Zarathustra l’ho letto così tante volte che oramai mi sembra di poterlo considerare un fratello. 

I giorni che stiamo affrontando sono, o ci sembrano, “eccezionali”, non solo per la gravità oggettiva della pandemia in atto, ma forse ancor di più per la repentina interdizione da tutto ciò che normalmente e quasi inconsciamente, facevamo tutti i giorni come uscire, andare a prendere un caffè, trovare gli amici … Come sta vivendo questa situazione e cosa ne pensa?

Premesso che vivo in una situazione particolarmente privilegiata abitando in un bosco lontano da vie di comunicazione convenzionali e quindi il mio quotidiano ha subito ben poche variazioni essendo un solitario per natura. 

Certo, un conto è aver modo di poter stare da solo altro doverlo fare, specie se questo comporta limitazioni elementari come non poter raggiungere un negozio o l’ufficio postale; ma i miei sacrifici, me lo confermano i numerosi amici in altre condizioni, sono nulla rispetto a chi vive con più persone in un appartamento magari piccolo in un condominio. Insomma, la situazione è faticosa ma, soprattutto, angosciante per via della prossimità di tanto dolore e tanta morte. Non voglio assolutamente fare l’ottimista, non è questa l’ottica, ma suggerisco di cercare il positivo anche in questa tragedia. 

Possiamo approfittarne per modificare la gerarchia valoriale convenzionale, per dirla con Heidegger, possiamo riconoscere la falsità di un tuttigiorni scontato o, almeno, troppo poco pensato. Il nostro essere stati gettati, ricorro ancora ad Heidegger, nel mondo, compresa questa pandemia, ci fa osservare il tutto come se fosse già dato mentre ogni istante è figlio del nostro sguardo, del nostro coraggio di scrutare e non solo osservare distrattamente, vedere finalmente chi ci è vicino, chi davvero è importante, e così incontrare noi stessi, magari leggendo un buon romanzo, meglio se uno scritto da me, ma non è vincolante. 

Sono certo che il mondo ne uscirà mutato profondamente, non è luogo per approfondimenti lungo questo itinerario, ma va detto che  se è finito il mondo bipolare trenta anni fa, la promessa consumistica della globalizzazione muore oggi. Il dopo pandemia non può riesumare la salma del liberismo, è tempo di rimettere l’uomo al centro del “progetto mondo”, non più un uomo servo del potere, genuflesso ad un dio, prono nei confronti del mercato. Dobbiamo ripensare integralmente il mondo ricominciando dalla centralità dell’esser-ci. Per dirlo con le parole di Kant, comprendere e considerare nostro imperativo categorico che l’uomo sia sempre un fine e mai più un mezzo.

Cosa sta scrivendo di nuovo e come questo clima così particolare influisce sulla scrittura?

La situazione inevitabilmente incide, il mio mondo interiore è profondamente segnato sia dagli eventi quotidiani che dalle conseguenze che prevedo sia, ancor di più, dalle considerazioni etiche ed esistenziali che tutto questo genera. Quando si scrive, se si vuol creare vera letteratura, bisogna scrivere la verità che si è incontrata dentro di noi, certo, traducendola in narrazione, così come il musicista lo fa con il ritmo e le note, il pittore con le linee ed i colori, ma tutti devono raccontare la propria verità di quel momento. Si può anche affermare che la letteratura non è verità, un caro amico filosofo che approfitto per ringraziare per le presentazioni che fa dei miei lavori e per quanto mi citi nella sua rubrica filosofica, afferma che “poiché non può essere vera deve essere sincera”. 

L’amico Nietzsche scrive che chi non sa mentire non sa cos’è la verità, come gli capita spesso ha ragione, ma bisogna stare attenti, se menti a te stesso e ci credi risulti essere contemporaneamente ingannato e ingannatore, due ruoli tristi e perdenti. Tornando al mio lavoro attuale, sto scrivendo una fiaba, strano per le mie abitudini, forse è l’effetto più evidente dell’anomalia del momento, e sto contemporaneamente lavorando al terzo romanzo della saga di Giorgia Clerici e della Speciale, un romanzo che, per tornare al tema della verità, può ricondurre alla considerazione nietzscheana che “non quando la verità è sporca, ma quando è poco profonda, colui che tende alla conoscenza entra malvolentieri nelle sue acque”. Ovviamente non aggiungo altro, la creazione non consente anticipazioni, essa di disvela e si presentifica all’autore attimo per attimo, ed è bene che sia libera nel farlo.

A conclusione, ci vorrebbe regalare 15 righe del suo libro, quelle che ritiene, a suo avviso, le più significative?

Un buon romanzo è come un grande affresco o, se preferisce, un enorme puzzle, è quindi ovvio che ogni parte rivesta la medesima rilevanza delle altre, perciò mi mette in difficoltà con la sua richiesta. Che fare? Dovrei cercare la pagina più intrigante relativamente alle indagini, o quella più delicata e profonda dove si raccontano sentimenti e relazioni … allora facciamo così, scelgo le righe in cui il Tenente Casciulli, collega ed amico di Giorgia, nel corso della sua indagine, interroga un gruppo di attori di teatro, un omaggio al teatro ed alla bellezza della Compagnia di Proteo che ho conosciuto davvero e che è divenuta protagonista della scena:

«Tenente, ha deciso di fare il bis? Il primo è gratis, ma il secondo… Scherzo, naturalmente, anzi, ora può finalmente bere o è ancora in servizio? Ah, guardi chi c’è, questi sono gli attori della Compagnia di Proteo, oggi è giorno di prove. Sono quelli che mettono in scena la commedia che le dicevo ieri, ricorda?» 

«La Corte dei miracoli, per l’esattezza, – precisa una bella attrice – di cui mi onoro di essere la regina. Spero ci verrà a vedere, debuttiamo fra tre settimane». 

Non ha tempo per l’arte, non ora almeno. 

«Scusate, posso farvi qualche domanda?» 

La Regina sembra offesa da così poco rispetto per il teatro e decide di dedicarsi a un ottimo bicchiere di Morellino senza comunque sottrarsi alla richiesta del poliziotto. 

«Prego, se possiamo esserle utili». 

«Lo spero, ne va della vita di un bambino nelle mani di un pedofilo». 

I visi degli attori divengono subito seri, il clima festoso del locale immediatamente si tace. Casciulli è addirittura sorpreso da tanta partecipazione; decide di raccontare dell’esperimento con il sensitivo e descrive le immagini viste dal Mamiani nella speranza di avere dei riscontri. «Sì, è vero, – interviene un’attrice che avrà più o meno settant’anni ma una vivacità e mobilità degli occhi da incantare – la scena si apre con me vicino a un bidone metallico con un fuoco». 

Casciulli prosegue nel riportare le parole del Mamiani. 

«Io, sono io che sono incinta – esplode la voce musicale della Regina – e lui è il cantastorie, Lince, e suona davvero la chitarra». 

«Non è che ci sta prendendo in giro?» chiede il Re della Corte dei miracoli. 

«Le sembra che stia scherzando? Ebbene, allora il bambino è stato nascosto in un punto del teatro da dove poteva vedere le prove. Ecco perché l’odore di polvere, deve essere il legno del palco, dico bene?» 

«Certo – interviene la Regina – ma non poteva essere sul palco, l’avremmo visto; deve averlo tenuto nel sottopalco: da lì si riesce a sbirciare, alcuni legni dell’assito sono sconnessi. Sa, la magia vetusta degli antichi teatri ha qualche difetto.” 

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventi, MI PRESENTO...Tag: anni, autori, bambino, condominio, considerazioni, figlio, globalizzazione, grandi opere, intervista, lavoro, mercato, mondo, natura, personaggi, persone, speranza, stia

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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