Casomai mi danno un’occhiata da dietro. Forse accennano un sorriso (che ricambio sempre educatamente). Ma, se qualcuno si mettesse sul tapis roulant accanto al mio, in una palestra d’albergo, o in quella sotto casa, reagirei al solito (stupido) modo: alzerei il ritmo. Da quel momento, scenderei dal rullo solo dopo di lui (anche dovessi correre per tre ore).
Durante le riunioni (se si dovesse tirare in lungo una battaglia di resistenza) rimarrei abbottonata, nel senso letterale del termine: sopporterei (senza mostrare fatica) anche una giacca rigida, una gonna stretta, un paio di decolleté nuovi, polemiche e tatticismi. Ruzzolerei (come al solito) la penna tra le dita senza smettere di stare diritta sulla schiena. Se mostrassero cenni di stanchezza, chiederei loro (educatamente) se avessero bisogno di una pausa. Si sentirebbero toccati (succede sempre così) e deciderebbero di andare avanti, così perdendo lucidità e determinazione e sprecando energie a resistere (senza riposo) anelando acqua, cibo, un letto. Anche in quel caso, sarei l’ultima a scendere dal tapis roulant.
Una volta ho comperato un paio di costosissime scarpe da Pierre Hardy, a Parigi. Le ho usate una volta. Volevo vedere il mio quasi-fidanzato guardare una che indossava (solo) un tacco dodici arancione sul suo bel lettone bianco (vado matta nel vedere quelle espressioni sul volto degli uomini).
Fossi nata nel 1827, mi sarei comprata un corpetto per nascondere le tette, mi sarei tagliata i capelli e avrei già avuto indosso una camicia rossa. Sarei stata pronta ad imbarcarmi a Quarto (fingendomi uomo) per tirare schioppettate ai Borboni insieme ad altri novecentonovantanove temerari. Fossi nata in Tunisia, sarei stata una blogger per la parità delle donne e la democrazia. Fossi nata in Turchia, ora, farei la libera giornalista. Fossi vissuta negli States degli anni ’60, sarei stata a far campagna elettorale per i fratellini Kennedy.
Pure ora, dopo un tour de force di dieci giorni a zonzo per il mondo, continuo (nell’attesa di arrivare alla stazione di casa) a tenere la camicia di seta bianca abbottonata sino al collo. A scribacchiare sul portatile. A leggere il mio amato FT. A tenere i capelli raccolti (senza una sbavatura). A intimidire i miei colleghi (che vogliono solo farla finita col viaggio) ed a guardarli mentre scaricano il calendario delle partite, mentre (io) scarico il calendario dei dati macro e delle emissioni obbligazionarie. E se scrivessi (come ora) sul mio diario aperto e social, lo farei clandestinamente per non dare impressione di svago, come fosse un’analisi di bilancio.
So come sono.
Ho iniziato ad essere così la prima volta che mi hanno mandato a scuola, la prima volta che mi hanno presentato delle amichette, la prima volta che mi hanno regalato una bici, la prima volta che mi hanno portato in un campo di atletica: ho scoperto (e confermato a me stessa) che volevo gareggiare e sfidare. Che mi piaceva cimentarmi, anche stupidamente, anche da rissaiola, anche se in modo (moderatamente) provocante.
Posso solo immaginare come me la caverei se non fossi così fortunata da essere nata in un paese libero, democratico e ricco, che ha già lottato per l’indipendenza e per la libertà. Invidio, ed allo stesso tempo provo paura ed empatia, per ragazze come me, ma in luoghi dove esserlo porta diritto ai guai.
So come sono.
Anche se, in un momento come questo, in cui sento (un pochino) di stanchezza, mi sorprendo a desiderare di essere abbracciata al mio quasi-fidanzato (un pochino). Una dolce coccolina stasera, non mi dispiacerebbe. Addormentarmi tra le sue braccia, neppure.
Naturalmente, se lo dicessi, rovinerei la mia meritata (terribile) reputazione. Lo dirò solo a lui, al telefono, stasera (un pochino, non troppo). Forse. Chissà. Vediamo
Genere di donna
Volevo vedere il mio quasi-fidanzato guardare una che indossava (solo) un tacco dodici arancione sul suo bel lettone bianco (vado matta nel vedere quelle espressioni sul volto degli uomini).

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