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Gemellaggi, Gaza e fine corsa: la maggioranza di Sala si rompe perché è politicamente esaurita

La vera notizia non è il gemellaggio con Tel Aviv. Non è nemmeno la spaccatura nel Partito Democratico o l’ennesimo voto simbolico su una questione internazionale che il Comune di Milano non ha alcun potere reale di modificare. La vera notizia è un’altra: la maggioranza che ha governato Milano nell’ultimo decennio è arrivata alla fine del suo ciclo politico e ormai implode su tutto, soprattutto su ciò che è più lontano dai problemi concreti della città. Le parole di Giuseppe Sala — “qualcosa si è rotto” — fotografano perfettamente la situazione, ma il sindaco continua a leggere quella rottura come un incidente politico. In realtà è una condizione strutturale. Quella coalizione non esiste più come progetto di governo: esiste solo come arena elettorale interna.

di Luca Rampazzo | 21 Maggio 2026

La vera notizia non è il gemellaggio con Tel Aviv. Non è nemmeno la spaccatura nel Partito Democratico o l’ennesimo voto simbolico su una questione internazionale che il Comune di Milano non ha alcun potere reale di modificare. La vera notizia è un’altra: la maggioranza che ha governato Milano nell’ultimo decennio è arrivata alla fine del suo ciclo politico e ormai implode su tutto, soprattutto su ciò che è più lontano dai problemi concreti della città.

Le parole di Giuseppe Sala — “qualcosa si è rotto” — fotografano perfettamente la situazione, ma il sindaco continua a leggere quella rottura come un incidente politico. In realtà è una condizione strutturale. Quella coalizione non esiste più come progetto di governo: esiste solo come arena elettorale interna.

Per questo il dibattito sul gemellaggio con Tel Aviv è diventato così feroce. Non perché il tema fosse decisivo per Milano, ma perché era perfetto per marcare identità ideologiche, parlare alle rispettive tifoserie e preparare il terreno alle prossime candidature.

Il punto centrale è che la “Milano rosé” che aveva portato Sala a Palazzo Marino è finita. Era una stagione politica costruita su un equilibrio fragile ma efficace: moderatismo amministrativo, progressismo urbano, rapporto privilegiato con il mondo produttivo e una sinistra disposta a sacrificare parte della propria identità pur di restare forza di governo. Oggi quell’equilibrio è evaporato.

E c’è una ragione molto concreta. Molti consiglieri del PD sono arrivati al limite dei mandati. Per ricandidarsi avranno bisogno di deroghe, e le deroghe non si ottengono dimostrando lealtà alla coalizione o capacità amministrativa: si ottengono mobilitando pezzi di base militante, correnti, gruppi organizzati, attivismo ideologico. Di conseguenza, l’incentivo politico non è più governare bene Milano, ma posizionarsi nel “mercato delle preferenze”.

È qui che nasce la radicalizzazione permanente della discussione pubblica in aula. Ogni tema diventa una prova identitaria. Ogni voto serve a costruire credenziali interne. Ogni frattura viene esibita anziché ricomposta, perché la coesione non porta più vantaggi politici individuali.

Sala sembra stupirsi del fatto che parte della sua maggioranza abbia scelto di sfidarlo apertamente. Ma quella maggioranza non ha più nulla da perdere come coalizione. Molti dei suoi componenti stanno già giocando la partita successiva: sopravvivere politicamente dopo Sala.

Per questo la vicenda del gemellaggio è così rivelatrice. Milano affronta problemi enormi: sicurezza urbana, trasporto pubblico in difficoltà, crisi abitativa, costo della vita, desertificazione commerciale di alcuni quartieri, tensioni sociali crescenti, cantieri bloccati, pressione fiscale locale, fuga del ceto medio. Eppure il centro della discussione politica diventa Tel Aviv.

Non perché sia irrilevante ciò che accade in Medio Oriente, ma perché il Consiglio comunale di Milano non può incidere minimamente sul conflitto israelo-palestinese. Può però utilizzare quel conflitto come teatro simbolico per una battaglia tutta interna alla sinistra milanese.

Ed è esattamente ciò che sta avvenendo.

L’ultimo anno di mandato rischia quindi di trasformarsi in una lunga Via Crucis amministrativa: mozioni simboliche, distinguo ideologici, prove muscolari tra alleati, campagne identitarie permanenti. Non una competizione per amministrare meglio la città, ma una gara a “chi è più compagno”.

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre Milano avrebbe bisogno esattamente del contrario: pragmatismo, stabilità, capacità di governo, concentrazione ossessiva sui problemi quotidiani dei cittadini.

Invece la città rischia di perdere diciotto mesi. Un anno e mezzo in cui l’azione amministrativa verrà inevitabilmente subordinata alle esigenze della campagna politica nazionale e interna alla sinistra. Milano diventa così non un fine, ma uno strumento: il terreno su cui consumare una battaglia contro il governo Meloni e ridefinire i rapporti di forza dentro il centrosinistra.

È una dinamica profondamente irresponsabile. Perché una grande città non può essere trattata come il palcoscenico di regolamenti di conti ideologici permanenti.

Gli elettori milanesi, probabilmente, capiscono molto meglio dei loro rappresentanti una verità semplice: i problemi reali non si risolvono sospendendo o mantenendo un gemellaggio internazionale. Si risolvono amministrando bene.

E quando una coalizione smette di governare per iniziare esclusivamente a testimoniare, il rischio è che i cittadini decidano di presentare il conto. Senza sconti.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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