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Gaza: sì dell’Onu alla pace di Trump

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha formalmente approvato – con 13 voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina – una risoluzione costruita attorno al piano in 20 punti di Donald Trump per la pace a Gaza. Ciò che resta sul tavolo tuttavia somiglia più a un impianto preliminare che a un progetto dettagliato. L’inclusione di un riferimento scritto a un “percorso verso l’autodeterminazione e lo stato palestinese” è stato il prezzo pagato dagli Stati Uniti per ottenere il sostegno dei Paesi arabi e islamici, chiamati sia a finanziare la ricostruzione sia a fornire truppe per una forza internazionale di stabilizzazione (Isf).

di Alessia De Luca | 19 Novembre 2025

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha formalmente approvato – con 13 voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina – una risoluzione costruita attorno al piano in 20 punti di Donald Trump per la pace a Gaza. Ciò che resta sul tavolo tuttavia somiglia più a un impianto preliminare che a un progetto dettagliato. L’inclusione di un riferimento scritto a un “percorso verso l’autodeterminazione e lo stato palestinese” è stato il prezzo pagato dagli Stati Uniti per ottenere il sostegno dei Paesi arabi e islamici, chiamati sia a finanziare la ricostruzione sia a fornire truppe per una forza internazionale di stabilizzazione (Isf). Le reazioni delle parti direttamente coinvolte mostrano però la fragilità del progetto. Alla vigilia del voto, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito l’opposizione del suo governo alla creazione di uno Stato palestinese, sollevando dubbi sulla disponibilità di Israele ad accettare l’attuazione delle decisioni prese alle Nazioni Unite. Subito dopo l’approvazione della risoluzione, Hamas ha respinto quello che definisce un “meccanismo di tutela internazionale” imposto sulla Striscia e ha ribadito che non disarmerà i propri combattenti. Molti governi finora avevano evitato di esporsi, in attesa di un mandato Onu, prima di prendere impegni sulla presenza militare nella Striscia. Ora, pur con riserve su alcuni punti, alcuni hanno confermato il proprio sostegno per mantenere lo slancio del cessate il fuoco, che regge nonostante sporadiche violazioni.

Via libera denso di contraddizioni?

La risoluzione conferisce legittimità internazionale al piano di pace in 20 punti presentato da Trump a Sharm el Sheikh a inizio ottobre e che ha contribuito a garantire un cessate il fuoco nella Striscia. La risoluzione prevede una forza di stabilizzazione internazionale incaricata di proteggere i civili, ritirare le armi detenute da Hamas e supervisionare l’addestramento di una forza di polizia palestinese. Le forze israeliane si ritirerebbero una volta che tale forza avrà stabilito il proprio controllo sul territorio. Dal punto di vista politico poi, il progetto prevede l’istituzione di una specie di governo di transizione supervisionato dal “Board of Peace”, presieduto da Trump. Questo dovrebbe gestire la sicurezza del territorio, la distribuzione di aiuti umanitari e la ricostruzione della Striscia. Proprio il disarmo di Hamas, condizione mai accettata dal gruppo, sarà uno dei principali ostacoli alla sua realizzazione. Resta da capire se Trump discuterà il piano con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman durante la sua visita odierna alla Casa Bianca. L’Arabia Saudita si è consultata con Washington sulla fase postbellica a Gaza, mentre Trump punta alla normalizzazione dei rapporti tra Riyadh e Israele, un obiettivo che – secondo i sauditi – resta subordinato a un percorso credibile verso lo Stato palestinese.

A Gaza è ancora crisi umanitaria?

Intanto, a un mese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco Hamas ha liberato tutti gli ostaggi ancora vivi e ha consegnato a Israele i resti di altri ostaggi morti durante la detenzione a Gaza. In cambio, come da accordi, Israele ha liberato centinaia di prigionieri palestinesi detenuti nelle sue carceri. Ma a Gaza la situazione umanitaria resta drammatica. Le forti piogge degli ultimi giorni hanno sommerso decine di migliaia di tende logore che ospitano le famiglie sfollate da oltre due anni. Secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre l’80% degli edifici della Striscia è stato danneggiato o distrutto durante la guerra, una percentuale che sale a 92% nella città di Gaza, costringendo la popolazione a massicci e reiterati sfollamenti. Inoltre, gli operatori umanitari denunciano che, nonostante la tregua in atto, Israele impedisce ai giornalisti di entrare nell’enclave e consente distribuzioni di aiuti – compresi  tende, medicinali e forniture mediche – col contagocce, contraddicendo gli impegni presi.

Il futuro resta un’incognita?

Nonostante le vaghezze, il piano approvato dall’Onu rappresenta un passaggio diplomatico significativo e segna un cambio di rotta per Trump rispetto alle sue precedenti proposte per Gaza. È lo stesso presidente degli Stati Uniti che, solo nove mesi fa, aveva ipotizzato la deportazione della popolazione della Striscia in altri Paesi e si era detto disposto, all’inizio del suo secondo mandato, a sostenere l’annessione israeliana della Cisgiordania. L’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha definito la risoluzione “storica”, evocando la possibilità di “chiudere decenni di spargimento di sangue”. Un ottimismo che tuttavia contrasta con il contenuto del testo, nel quale la prospettiva della statualità palestinese è indicata soltanto in forma condizionale e rimandata a un futuro indefinito, subordinata alle riforme dell’Autorità Palestinese e ai progressi della ricostruzione. È una formulazione volutamente vaga, che non fissa tempi né offre reali garanzie. La Striscia resta così in un limbo: la tregua regge, ma senza un accordo politico credibile rischia di trasformarsi in una parentesi fragile. Le potenze regionali premono per una soluzione, quelle globali si confrontano su equilibri più ampi, mentre sul terreno si allarga uno spazio vuoto – istituzionale, di sicurezza e di governo – che, in assenza di un progetto condiviso, nessuna missione internazionale potrà davvero colmare.

Il commento

Di Caterina Roggero, ISPI Senior Research Fellow

“In quasi 80 anni di conflitto tra israeliani e palestinesi, sono tante le risoluzioni emesse dall’ONU e quasi tutte sono di fatto rimaste lettera morta. Nonostante ciò, nel negoziato bisogna continuare a credere, valorizzando anche i più piccoli passi in avanti. Nelle trattative su quest’ultima risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza l’inserzione in itinere del riferimento, seppur vago e impreciso, all’autodeterminazione dei palestinesi e alla loro futura statualità è cruciale per due motivi: per ottenere l’appoggio del mondo arabo-musulmano e per arginare l’estremismo di chi, in Israele, vuole affossare definitivamente la soluzione dei due Stati”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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