
Pause di qualche ora, ogni giorno, ma nessun cessate il fuoco permanente a Gaza. Il portavoce della Consiglio di Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Kirby, ha annunciato nella serata di giovedì che le forze di Israele – impegnate nelle operazioni sul campo nella Striscia – osserveranno a partire da oggi pause umanitarie giornaliere di quattro ore in alcune zone del nord, per consentire il passaggio di aiuti umanitari e la ‘fuga’ verso il sud dei civili, che saranno avvisati tre ore prima di ogni interruzione. L’iniziativa è probabilmente il frutto delle pressioni americane sul governo di Benjamin Netanyahu per allentare la pressionesu Gaza, dove il ministero della Sanità locale indica un bilancio delle vittime ormai superiore a 11mila morti, di cui circa 4mila bambini. Intanto, sul campo, le Forze di difesa israeliane (IDF) continuano ad avanzare “lentamente e meticolosamente” nel nord della Striscia e le operazioni di queste ore si concentrano in particolare su alcune strutture sanitarie. Israele ha più volte accusato Hamas di usare gli ospedali come basi logistiche e punti di accesso alla rete sotterranea di tunnel. Il movimento palestinese nega e sostiene – al contrario – che le forze israeliane colpirebbero deliberatamente tali obiettivi, coinvolgendo civili e soggetti particolarmente fragili.

Ospedali al collasso?
Secondo gli ultimi resoconti, le IDF si stanno concentrando in modo particolare nella zona dell’ospedale Al-Shifa, il più grande della Striscia di Gaza, che le per autorità israeliane nasconde – nel sottosuolo – uno dei principali centri di comando di Hamas, se non il quartier generale vero e proprio in cui potrebbe nascondersi Yahya Sinwar, capo delle operazioni nella Striscia. Secondo Medhat Abbas, direttore generale del ministero della Sanità di Gaza, tra le 50mila e le 60mila persone sono rifugiate dentro e intorno all’ospedale. L’Al-Shifa si trova nella zona occidentale di Gaza City, nella metà settentrionale dell’enclave, fulcro in questa fase delle operazioni israeliane. In mattinata, riferiscono fonti palestinesi, le forze israeliane hanno avviato il loro attacco sulla struttura, provocando anche le prime vittime. La situazione critica per gli ospedali, tuttavia, sembra essere generalizzata. “Carri armati israeliani stanno circondando gli ospedali di Gaza, tra cui l’Al-Rantisi, l’ospedale pediatrico Nasser, i servizi di salute mentale e di oculistica”, dichiara Ashraf Al-Qedra, portavoce del ministero a Gaza. Mai al Kaila, ministra della Sanità dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), denuncia che “la situazione sanitaria è al collasso nella Striscia, dove 18 ospedali su 35 hanno smesso di funzionare”.
Miglior compromesso possibile?
L’iniziativa sulle ‘pause giornaliere’ di quattro ore, annunciata dalla Casa Bianca in serata, era stata in realtà anticipata dall’IDF via social, parlando di “pause tattiche, localizzate e circoscritte nel tempo”. In ogni caso, si tratta probabilmente dell’esito di un lungo negoziato guidato soprattutto dagli USA, che in questa fase hanno sostanzialmente due obiettivi: evitare che il conflitto assuma una dimensione regionale e alleggerire il peso dell’offensiva israeliana su Gaza in termini di costi umanitari. Documenti ottenuti dalla CNN, peraltro, riferiscono che l’amministrazione del presidente Joe Biden ha ricevuto “severi avvertimenti dai diplomatici americani nel mondo arabo” sul fatto il suo sostegno alla campagna militare di Israele a Gaza “ci farà perdere il (favore del) pubblico arabo per almeno una generazione”. Ciononostante, nei giorni scorsi si era parlato non di piccole finestre giornaliere, ma di un’intera pausa di alcuni giorni finalizzata non solo agli aiuti umanitari e alle evacuazioni di civili dal nord verso il sud della Striscia, ma anche per consentire il rilascio di alcuni ostaggi (dai 10 ai 15, secondo le indiscrezioni filtrate sulla stampa americana e locale). Probabilmente, però, alla fine ha prevalso una linea più ‘dura’: Israele teme che un’interruzione delle operazioni, anche se circoscritta, possa consentire a Hamas di riorganizzarsi. Secondo il Guardian, sarebbe stato lo stesso Netanyahu a rifiutare un accordo per cinque giorni di interruzione delle ostilità in cambio del rilascio di alcuni prigionieri.
‘Pause’ sufficienti?
È difficile al momento valutare se l’iniziativa riuscirà effettivamente ad alleviare le sofferenze della popolazione nell’enclave costiera palestinese, magari affiancata dall’arrivo di un nuovo pacchetto di aiuti attraverso il valico di Rafah. In ogni caso, rimane un clima di incertezza sia sul fronte militare che politico. “Funzionari statunitensi – scrive Karen DeYoung sul Washington Post – hanno affermato che l’accordo di giovedì è un tentativo di formalizzare e rendere pubblico l’impegno, in modo che gli israeliani siano sotto maggiori pressioni per mantenerlo”. Resta, comunque, l’incognita degli ostaggi. Il direttore della CIA, Bill Burns, ha incontrato giovedì a Doha il capo del Mossad David Barnea, e alti funzionari del governo del Qatar, per mediare nei colloqui indiretti tra USA, Israele e Hamas sul rilascio degli ostaggi detenuti a Gaza. Finora, tuttavia, non ci sono stati segnali in questo senso. Come evidenzia Shadi Hamid, sempre sulle colonne del Post, la questione ostaggi è tutt’altro che secondaria nel percorso verso un cessate il fuoco vero e proprio. “Qualsiasi proposta di cessate il fuoco – scrive – deve prendere sul serio le legittime esigenze di sicurezza di Israele. Hamas deve accettare di rilasciare gli ostaggi e impegnarsi a fermare il lancio di razzi. In cambio Israele accetterebbe di fermare il bombardamento a Gaza“.
Il commento
di Mattia Serra, ISPI MENA Centre
“La condanna alla violenza dei coloni e l’annuncio delle pause umanitarie sembrano essere la risposta di Netanyahu alle pressioni fatte dalla Casa Bianca nelle ultime settimane. Se le dichiarazioni sui coloni non hanno fermato le violenze in West Bank, è chiaro che le pause umanitarie promesse dal governo rimangono un risultato tenue, sia per la loro durata limitata che per la discrezionalità con cui le aree e i quartieri interessati saranno scelti. Si tratta di qualcosa di molto lontano da quel cessate il fuoco richiesto a gran voce da tanti paesi – soprattutto nel mondo arabo – ma anche da quelli che sembravano essere gli obbiettivi della Casa Bianca. Per il governo israeliano la battaglia di Gaza è appena cominciata e i risultati che le pressioni internazionali hanno portato finora sembrano limitati”.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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