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Gaza alla fame, ma la condanna (da sola) non ferma Netanyahu

Per porre fine alla catastrofe umanitaria, impedire che Israele si avvii verso il disastro e salvare il progetto nazionale palestinese, la retorica e le condanne da sole non sono sufficienti. Mentre a Gaza la catastrofe umanitaria è imminente, Israele è sotto un’ondata di pressioni internazionali e sempre più isolato dai suoi partner e alleati. L’opinione pubblica globale chiede a gran voce la fine dei bombardamenti e la distribuzione di aiuti alla popolazione palestinese allo stremo, ma tutto ciò non è bastato finora a forzare la mano di Benjamin Netanyahu. 

di Alessia De Luca | 23 Maggio 2025

Mentre a Gaza la catastrofe umanitaria è imminente, Israele è sotto un’ondata di pressioni internazionali e sempre più isolato dai suoi partner e alleati. L’opinione pubblica globale chiede a gran voce la fine dei bombardamenti e la distribuzione di aiuti alla popolazione palestinese allo stremo, ma tutto ciò non è bastato finora a forzare la mano di Benjamin Netanyahu. In una conferenza stampa convocata ieri, la prima da cinque mesi, il premier ha detto che “Israele è pronto ad un cessate il fuoco” salvo poi ribadire le sue condizioni per un’interruzione delle ostilità temporanea. Netanyahu ha dichiarato che la guerra a Gaza continuerà finché la Striscia non sarà “interamente” sotto controllo israeliano e ha introdotto, per la prima volta, lo sfollamento dei palestinesi come condizione per la fine del conflitto. In risposta, i familiari degli ostaggi ancora detenuti a Gaza lo hanno esortato a firmare un accordo che “li riporti immediatamente indietro e ponga fine a questa guerra”. Ma in serata, il governo israeliano ha richiamato i negoziatori presenti in Qatar per cercare un’intesa con Hamas, segnalando la non disponibilità a proseguire i colloqui. È in questo clima che si è consumata, all’alba di oggi a Washington, un’aggressione armata davanti all’ambasciata israeliana negli Stati Uniti costata la vita a due giovani dipendenti. “Esiste un filo diretto che collega l’incitamento antisemita e anti-israeliano” alla sparatoria di Washington, ha detto il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar affermando che “questa istigazione viene praticata anche da leader e funzionari di molti paesi e organizzazioni internazionali, soprattutto europei”. Il presidente Donald Trump e numerosi leader europei e stranieri hanno condannato l’attacco.

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Gli aiuti col contagocce non bastano?

Intanto, a Gaza, l’intensificazione delle operazioni terrestri israeliane e i nuovi ordini di evacuazione stanno mettendo a dura prova il sistema sanitario, mentre nuovi ritardi hanno impedito la distribuzione degli aiuti autorizzati ad entrare nella Striscia. Antoine Renard, alto funzionario del Programma Alimentare Mondiale, ha spiegato che i problemi sono sorti perché l’esercito israeliano “vuole che i camion si muovano all’interno di Gaza lungo un percorso che le agenzie umanitarie considerano pericolosi e a rischio di attacchi da parte di civili affamati” e di bande criminali armate. “Ai prezzi di mercato attuali a Gaza – ha dichiarato Renard alla Bbc – ogni camion pieno di farina vale circa 400mila dollari”. E impedire agli autisti di percorrere le strade meno sicure li espone a rischi enormi che metterebbero a repentaglio la loro corretta distribuzione. Se anche venissero distribuiti, tuttavia, al ritmo attuale gli aiuti non basterebbero neanche lontanamente a soddisfare le necessità della popolazione civile, ridotta allo stremo da mesi di privazioni. Pascale Coissard, coordinatrice delle emergenze a Gaza per Medici Senza Frontiere (Msf) ha descritto gli aiuti ammessi a Gaza come “ridicolmente inadeguati” e affermato che Israele starebbe permettendo l’ingresso di cibo e medicine col contagocce, solo come “cortina fumogena per fingere che l’assedio sia finito”.

L’Europa deve fare di più?

Di fronte a dati e impietosi sulla situazione umanitaria, la sola condanna internazionale non basterà a cambiare le cose. Eppure “se l’Europa volesse, avrebbe molta capacità di influire su Israele” ha affermato l’ex alto rappresentante per la politica estera della Ue, Josep Borrell, ricordando che “la metà delle bombe sganciate su Gaza sono fabbricate in Europa”. In un’intervista alla radio spagnola Cadena Ser, l’attuale presidente del Barcelona Centre for International Affairs (Cidob) ha denunciato con insolita veemenza la debolezza dell’Ue nell’imporre sanzioni a Israele. Nel commentare l’incidente dell’esercito israeliano che ieri ha esploso alcuni colpi di avvertimento in aria non lontano una delegazione diplomatica che visitava Jenin, in Cisgiordania, Borrell ha dichiarato seccamente che “non è la cosa più grave che accade” nell’offensiva di Israele sulla Striscia di Gaza e ha aggiunto: “Genocidio è una definizione giuridica che dovrà essere determinata da un tribunale, ma non ho nessun dubbio che ci sia un’intenzione genocida”, precisando che la sua affermazione “deriva da ciò che fanno e dicono i ministri del governo di Netanyahu, il governo più religioso e fanatico che ci sia mai stato in Israele”. Riguardo al premier israeliano e ai mandati di cattura internazionale spiccati contro di lui e contro alti vertici militari israeliani e di Hamas dalla Corte penale internazionale Borrell ha detto: “Non so se sarà processato, ma è sconfortante vedere che in Europa qualche Paese lo accoglie con grandi onori”.

Servono azioni concrete?

Dopo quasi 20 mesi di guerra e sempre più isolamento sulla scena mondiale, anche l’opposizione interna al governo israeliano sta crescendo. I familiari degli ostaggi tuttora detenuti a Gaza e gruppi della società civile chiedono un’azione immediata Mentre la metà dei riservisti non risponde all’appello. Intanto, i sondaggi mostrano che quasi il 70% degli israeliani desidera la fine del conflitto. Nel contempo, la spinta di Netanyahu per controverse riforme giudiziarie ha riacceso le proteste per quella che molti considerano un’erosione dei pesi e contrappesi democratici. Ieri, la Corte Suprema ha decretato “illegittimo” il suo tentativo di destituire il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, denunciando che il premier ha “dei conflitti di interesse” evidenti. Sfidanti politici come l’ex primo ministro, Naftali Bennett, e il leader del Partito Democratico, Yair Golan, stanno guadagnando terreno tra gli elettori delusi dalla strategia di una guerra portata avanti “ad ogni costo”. Tuttavia, una seria sfida alla direzione intrapresa dal governo Netanyahu richiederà una pressione internazionale che vada oltre la retorica. La minaccia di “azioni concrete” avanzata lunedì da Canada, Francia e Regno Unito è un primo passo, come pure l’ipotesi di sanzioni e la possibile sospensione dell’Accordo di associazione tra Israele e Unione Europea, il cui articolo 2 si basa sul “rispetto dei diritti umani e della democrazia”. Politicamente, la conferenza franco-saudita sulla Palestina, che si terrà alle Nazioni Unite a New York il mese prossimo, segnerà un momento cruciale per il futuro della regione e del diritto internazionale. Per porre fine alla catastrofe umanitaria, impedire che Israele si avvii verso il disastro e salvare il progetto nazionale palestinese, quanto accade a Gaza e in Cisgiordania deve produrre degli effetti capaci di cambiare il corso delle cose.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: conferenza stampa, De Luca, dichiarato, europa, francia, futuro, giovani, governo, medici, mercato, organizzazioni, partito democratico, riforme, stati uniti, stranieri, unione europea

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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