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Gaetano Saffioti: qui ci vuole Cincinnato

Le ricerche di Gallinella si trasformeranno in un docufilm, La Mano Nera, del regista Ambrogio Crespi della Index Production, che ha inventato il relativo format e l’ha applicato ai casi Tortora, generale Mori, Capitano Ultimo.

di Giuseppe Mele | 10 Dicembre 2018

Ventre a terra, Giuseppe Gallinella, il geygeriano condirettore de il Format, si è messo a raccogliere quello che resta, cioè quello che vale; e quello che importa, che alla fine ritornaalla fine della storia. E la storia è quella dell’antimafia, croce e delizia sadica dei due secoli dell’Italia moderna.

 

Ciò che resta sono i Gaetano Saffioti e Luigi Leonardi imprenditori calabrese e campano, 16e 2 anni sotto scorta, i Michele Albanese ed i Michele Inserra, giornalisti, 4 e 3 anni sotto scorta, fino ai pellegrini del Santuario della ndrangheta, quello della Madonna di Polsi (Reggio Calabria), sotto scorta dagli anni ’50. La vita sotto scorta è una doppia galera, la minaccia sempre incombente criminale e parimenti quella dello Stato che nelle sue procedure ed inesattezze, isterismi ed illogicità finisce per asfissiare anch’essa. Malgrado l’impegno degli uomini che le compongono, le scorte sono una condanna, una palla al piede per chi, vittima e denunciante, si ritrova sotto la spada di Damocle di una sentenza non scritta, spesso eterna, fine mai.

 

Le ricerche di Gallinella si trasformeranno in un docufilm, La Mano Nera, del regista Ambrogio Crespi della Index Production, che ha inventato il relativo format e l’ha applicato esemplificantemente ai casi Tortora, generale Mori, Capitano Ultimo ed ancora al caso carcere (Spes Contra Spem) e quello della Malaterra della terra dei fuochi.Regista che anch’egli è da un decennio un caso di giustizia, con 200 giorni di carcere subiti e lo sciopero della fame del fratello Luigi, l’inventore per Berlusconi di un altro format, famosissimo, quello del Contratto con gli italiani del 2001. Non mancano nemmeno i giornalisti del j’accuse continuo, del giacobinismo pulito, della caccia al politico dove corrotto fa rima con nemico e viceversa, Luca Telese e Sandro Ruotolo, santoriani simboli di una stagione che alla fine ha impallinato gli stessi cacciatori.

 

C’erano proprio tutti nel carosello di giustizia invocata, giustizia penata, giustizia patita, giustizia usata, giustizia esarcerbata, giustizia negletta, giustizia tradita, giustizia idolatrata, nelle mille ed una giustizia che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Riuniti per caso spiazzando il tema dell’appuntamento a Roma, sottotraccia, nascosti dal turbinio della vita moderna, della comunicazione, della pubblicità, tra un trionfo all’aziendalismo ed un premio al miglior venditore della Fabbrica dei Leader, il format favorito del fratello Luigi. C’erano i Crespi, c’era Gallinella, c’era Telese e soprattutto c’era significativamente Saffioti.

 

58enne di Palmi, imprenditore edile, testimone di giustizia dal 2002, Saffioti avvia in dieci anni con le sue denunce le operazioni di polizia Tallone d’Achille, Arca, Cosa Mia, Scacco Matto, retate da 50 arresti a botta ed incriminazioni per le famiglie Bellocco, Mazzagatti, Romeo, Nasone, Piromalli, Gallico, Pesce cui Saffioti unico ha avuto il coraggio di mettere le ruspe a disposizione per abbattere concretamente una villa abusiva in area archeologica. L’uomo  Gaetano, occhi profondi e verdi, scrutanti, curiosi del nuovo ma  sulla difensiva risponde così ai  margini  dell’evento Fabbrica.

 

Saffioti, resta difficile immaginare come si sia sentito un 40enne, nel pieno della carriera, con una moglie e figli a dire no al sistema in cui vive? Lo fai proprio per la famiglia. O te ne vai o ti rivolti. Mi sono messo a vendere all’estero, a Parigi, in Tunisia, nel mondo arabo. E vado meglio di prima. La vita dopo le denunce non solo continua ma migliora addirittura e se l’ho fatto io lo può fare chiunque.

 

Sei un eroe dell’antimafia, cos’è la giustizia? La giustizia che riesce è quella che non ti accorgi che c’è. Poi non voglio passare da eroe. La giustizia i suoi eroi spesso se li beve oppure li elegge tra persone dubbie. Per me la giustizia è un dato di fatto quotidiano, me la ricorda la scorta. Per qualcuno la scorta è fama e onori, lustrini e potere. Per altri è la riduzione al silenzio assordante e obbligato cui riduce l’ambiente circostante ostile.

 

E nella realtà, come è la giustizia? Azione riuscita e comunicazione pessima. Ed alla fine inciampi sempre nella giustizia che  reprime e non cambia le cose. In fondo stiamo sempre alla guerra al brigantaggio. Non si è arriva al cuore delle persone.

 

La gente cosa si attende? Anche parole dure. La constatazione che la Calabria viene tenuta a stato d’ossigeno ridotto, al livello di sopravvivenza. Prima era la paura ora è una sorta di parareddito di cittadinanza cui la gente si adatta per quieto vivere.

 

Come ti ha cambiato,  anche dal punto di vista emozionale il cambiamento di vita necessario? Tante cose che sospettavo, intuivo, immaginavo, si sono palesate anche come arguti processi di business. Come riaprire gli occhi al mondo e rivederlo nuovo di zecca preciso con tutte le sue intersecazioni.Una esperienza formativa eccezionale.

 

Daniel Goleman, inventore della leadership emotiva, parla di dirigere con il cuore, si può? Qui bisogna passare dagli uommini e quaquaraquà al sei locomotiva o vagone. Come godersi la libertà è importante o vivrai di rimorsi.

 

Di cosa c’è bisogno? Di fare. Fare il Ponte dello Stretto che è utile come quello di Copenaghen, della Manica e di Crimea. Di puntare al turismo dei due mari e delle montagne al centro,  farlo con l’immigrazione di massa di persone e imprese da altre regioni, invogliati da un fisco vantaggioso perchè la Calabria è un ragazzo intelligente ma svogliato.

 

La giustizia è spesso costretta a sequestrare i cantieri…Qui ci vuole un Cincinnato con tutti i poteri aldilà di ogni pastoia burocratica. Magari un nome della Giustizia. Fare è divenuto però ormai essenziale. I pubblici funzionari, però mi chiedono perchè non me ne vado?! Capito l’antifona? 

 

L’hai raccontato nel libro Questione di rispetto…Rispetto per sé stessi e non per l’onore esibito dalla ‘ndrangheta. Superare questo muro, è dura. Anche se quando cerco di regalare -non vendere- in Calabria non mi accettano niente.  Si riesce bene nelle scuole, dove porto legalità a Milano, in Emilia, in Toscana.

 

In Calabria? Ancora no…. Oggi non ci sono più alibi. E’possibile farlo, basta non piangersi addosso. Incentivando la denuncia: magari destinando l’uno per cento dei lavori pubblici alle aziende che denunciano. Attenzione a chi denuncia e non calunnia…

 

Prima un libro ora un film… Sono felice di raccontare legalità e l’oppressione economica criminale che condanna alla povertà la mia terra. Le telecamere stanno nei tribunali e meno per i campi, fabbricati e vie. Qui vengono in pochi, i Crespi, Gallinella, Telese. La cosa mi fa felice. Ci si deve liberare e si può fare. Sarà il messaggio de La Mano Nera, sarà un successo.

 

Giuseppe Mele

 

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, calabria, fisco, leadership, massa, milano, mondo, parigi, persone, punto di vista, reggio calabria, roma, sciopero, toscana

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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