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G7, guerre e intese

A Evian-les-Bains, comune francese sulle rive del lago Lemano, sono arrivati i sette capi di stato e di governo delle principali economie più avanzate per una due giorni di diplomazia che si concentrerà sui conflitti e sulle loro conseguenze. A poche ore dalla notizia del raggiungimento di un memorandum d’intesa tra USA e Iran, l’arrivo del presidente americano Donald Trump è il più atteso. Trump terrà infatti diversi bilaterali, tra cui quello con il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky, che partecipa alla prima sessione del vertice: ora che la guerra nel Golfo si avvia verso la fase negoziale – su cui i leader europei sono comunque ancora prudenti – gli Stati Uniti possono auspicabilmente concentrarsi sul conflitto in Europa. Il vertice è un’occasione per la diplomazia europea – in primis francese dal momento che Parigi detiene la presidenza di turno del G7 – per ripristinare sinergia transatlantica e affrontare insieme le sfide globali.

di Istituto Ispi | 17 Giugno 2026

A Evian-les-Bains, comune francese sulle rive del lago Lemano, sono arrivati i sette capi di stato e di governo delle principali economie più avanzate per una due giorni di diplomazia che si concentrerà sui conflitti e sulle loro conseguenze. A poche ore dalla notizia del raggiungimento di un memorandum d’intesa tra USA e Iran, l’arrivo del presidente americano Donald Trump è il più atteso. Trump terrà infatti diversi bilaterali, tra cui quello con il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky, che partecipa alla prima sessione del vertice: ora che la guerra nel Golfo si avvia verso la fase negoziale – su cui i leader europei sono comunque ancora prudenti – gli Stati Uniti possono auspicabilmente concentrarsi sul conflitto in Europa. Il vertice è un’occasione per la diplomazia europea – in primis francese dal momento che Parigi detiene la presidenza di turno del G7 – per ripristinare sinergia transatlantica e affrontare insieme le sfide globali. Un’occasione soprattutto per riflettere sul G7 stesso, che non è più il formato diplomatico di un tempo e la cui sfida principale è adattarsi ai mutamenti internazionali in corso. Sarà un vertice in formato allargato, quasi un preparativo del G20, dal momento che presenziano molti altri paesi, in qualità di partner. A Evian sono infatti arrivati anche i leader di Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India e Kenya, alcuni dei quali avranno un bilaterale con Trump.

Quali temi sul tavolo?

Il memorandum d’intesa tra USA e Iran ha occupato la fase preparatoria dei lavori del G7. In particolare, i leader hanno discusso della riapertura dello Stretto di Hormuz, che Trump dice avverrà venerdì, quando le delegazioni statunitense e iraniana firmeranno a Ginevra l’accordo cui seguiranno 60 giorni di negoziazioni. Il vertice è quindi entrato nel vivo con il tema della guerra in Ucraina. Trump ha tenuto un trilaterale con Zelensky e col presidente francese Emmanuel Macron in cui ha promesso che farà tutto quanto in suo potere nel trovare un compromesso con Mosca. “L’Ucraina sta difendendo coraggiosamente la linea del fronte. La stanchezza della Russia è ormai evidente. È il momento di raddoppiare il nostro sostegno” scrive su X la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, annunciando l’erogazione a Kiev del prestito UE da 90 miliardi di euro. Su insistenza della leadership francese, il G7 affronterà poi il tema degli squilibri che caratterizzano l’economia mondiale, al fine di promuovere una crescita più equilibrata e sostenibile, rafforzare la resilienza delle catene globali del valore e prevenire tensioni commerciali e finanziarie che potrebbero frenare lo sviluppo economico internazionale. E ancora, i rapporti con la Cina, considerata al tempo stesso partner economico, concorrente industriale e rivale strategico. In particolare, il vertice affronterà le politiche industriali di Pechino, l’accesso alle materie prime critiche e la necessità di limitare le dipendenze in settori chiave come le tecnologie avanzate e la transizione energetica.

Cooperazione, debito e clima restano ai margini?

L’attenzione dei leader è assorbita dalle tensioni geopolitiche, dalla sicurezza economica e dalla competizione tra USA e Cina. Nel frattempo, temi come cooperazione allo sviluppo, debito dei paesi più poveri e cambiamento climatico hanno perso centralità. Il caso più evidente riguarda gli aiuti internazionali. Secondo i dati OCSE, nel 2025 gli aiuti allo sviluppo erogati dai paesi avanzati sono diminuiti di oltre il 23% rispetto all’anno precedente. Una contrazione che riflette nuove priorità politiche e una crescente attenzione alle spese per la difesa, ma che rischia di rallentare la convergenza economica tra Nord e Sud del mondo. Anche il tema del debito resta sostanzialmente irrisolto: nei paesi a basso reddito circa un quarto delle entrate in valuta estera derivanti dalle esportazioni viene ormai utilizzato per ripagare il debito estero, una quota più che triplicata nell’ultimo decennio. Ancora più significativo è il ridimensionamento del dibattito sul clima. Un ridimensionamento dovuto alle posizioni a dir poco scettiche di Donald Trump sulle politiche climatiche, che ha definito il cambiamento climatico “una truffa”. Il contrasto con la Cina è sempre più evidente: Pechino ha ormai installato una capacità solare ed eolica quasi doppia rispetto a quella combinata di Stati Uniti e Unione Europea. Il risultato è un G7 che continua a discutere degli equilibri tra grandi potenze, ma che fatica a trovare lo spazio politico per affrontare alcuni degli squilibri globali più profondi e potenzialmente destabilizzanti della nostra epoca.

Il G7 è ancora utile?

In un mondo sempre più multipolare, il G7 non è più il consesso economico globale che era negli anni Novanta. Allora i sette grandi rappresentavano circa il 68% del PIL mondiale; oggi il loro peso è sceso al 44%, mentre le economie emergenti dei BRICS hanno progressivamente ridotto il divario. Eppure il G7 continua a svolgere una funzione importante. Più che un luogo in cui si governa l’economia mondiale, il G7 è oggi uno spazio di coordinamento tra le principali economie mondiali. In un contesto segnato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, il vertice serve soprattutto a evitare che le divergenze tra alleati occidentali diventino insanabili. In altre parole, funziona come una “camera di contenimento” delle tensioni politiche, commerciali e strategiche che attraversano il blocco occidentale. I dati mostrano infatti che il confronto internazionale si è progressivamente concentrato sulle due superpotenze. Da un lato gli Stati Uniti, che hanno mantenuto quasi invariato il proprio peso nell’economia globale; dall’altro la Cina, passata dal 2% al 17% del PIL mondiale. In mezzo, l’Europa fatica a trasformare il proprio risparmio e il proprio potenziale economico in crescita. Questa centralità del confronto tra grandi potenze rischia però di oscurare altre questioni cruciali. Come osservato sopra, il crollo degli aiuti allo sviluppo, l’aumento del peso del debito nei paesi più poveri e il cambiamento climatico tendono a scivolare ai margini dell’agenda. Il paradosso è che, mentre il G7 discute degli squilibri globali, alcuni degli squilibri più profondi rischiano di restare senza risposta.

Il commento

Di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI

“Il G7 è solo l’ombra di quello che era in passato. Non è più il summit a cui il mondo guardava in quanto espressione della posizione dei paesi più ricchi e potenti. Non è più centrale nemmeno sugli aiuti allo sviluppo (la nicchia che si era riservato dopo la nascita del G20). Ma se è meno importante per gli altri, non lo è per noi. Le occasioni di confronto e collaborazione del G6 con gli Usa di Trump sono poche e, in prospettiva, le distanze potrebbero rimanere anche dopo Trump. Sarà un’ombra di sé stesso ma va salvaguardato perché tiene vivi canali difficilmente attivabili per altre vie.”

Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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