Riflessioni sulla recente sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna per l’uccisione di un rapinatore avvenuta a seguito di una colluttazione con una vittima della rapina.
A febbraio di quest’anno il rapporto del Censis dava un’immagine inquietante dell’Italia sotto il profilo dell’aumento record dei furti in abitazione, più che raddoppiati negli ultimi dieci anni (+127%): Asti, Pavia e Torino le province più colpite.
Lo stesso rapporto accennava ad un calo invece di furti e rapine nei negozi ove l’uso di telecamere posizionate anche sulle strade inducono i malviventi a maggiori cautele. Anche questo fenomeno –avvertiva il Censis – resta però grave e col suo pesante bagaglio di vittime contribuisce significativamente a aumentare la percezione di insicurezza dei cittadini.
La tragedia recentissima , dell’uccisione del gioielliere vittima di una rapina avvenuta in pieno giorno, in uno dei quartieri bene di Roma, ne è conferma.
Il suicidio in carcere del presunto killer, a poche ore dalla rapina, lungi dal chetare gli animi in un sentimento di commiserazione per un’altra vita spezzata, ha quasi creato, nella gente comune, disorientamento e rammarico per una giustizia incompiuta perché non vi saranno processi né pene da espiare.
E ora, sull’accaduto, vanno spengendosi i riflettori delle cronache.
Accanto al dolore della famiglia e degli amici della vittima rimangono l’amarezza e lo sconcerto per l’accaduto e la richiesta, forte e pressante, di interventi concreti delle istituzioni per potere vivere e lavorare in sicurezza.
Negli stessi giorni in cui si è consumata la vicenda di cui sopra, una sentenza della quarta sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n. 31001/2015) ci riporta ad un altro caso, accaduto nel 2009 in provincia di Trapani : un tentativo di rapina a mano armata avvenuto in un bar- tabaccheria e che pure si è concluso tragicamente.
La vittima qui è però il rapinatore e nessuna esimente è stata riconosciuta al suo autore.
Secondo la ricostruzione dei fatti, quale si legge nella stessa sentenza, due uomini si erano introdotti in un bar dove si trovava la titolare insieme a sua figlia.
La prima, minacciata con una pistola da uno dei rapinatori si era difesa utilizzando una mazza per lavare il pavimento ed era fuggita all’esterno del locale. La seconda invece era scappata attraverso una porta interna che portava al piano superiore per chiamare in aiuto il fratello e veniva inseguita dall’altro rapinatore.
Il fratello, vedendo la sorella inseguita da un uomo armato, si era scagliato contro l’aggressore. Ne era nata una colluttazione che aveva portato i due a scendere precipitosamente le scale, il rapinatore a perdere la pistola che scivola sino al pianoterra e della quale l’inseguitore riesce a impossessarsi. Il rapinatore però tentava di riavvicinarsi per riprendersi l’arma e in un susseguirsi continuo di avvicinamento ed allontanamenti era stato esploso un colpo che aveva colpito il rapinatore alla spalla sinistra. Una ferita che poi ne provocava la morte.
Dall’autopsia era emerso che la vittima era stata colpita mentre si trovava girata di spalle al tiratore, “con colpo probabilmente esploso dal pianerottolo antistante il bar, con [il rapinatore] che si allontanava in discesa per poi il tiratore gettare l’arma proprio davanti al bar dove è stata rinvenuta”.
Sulla base di tale quadro probatorio la Corte d’Assise di Appello di Caltanissetta, aveva confermato la decisione del GUP – il giudice dell’udienza preliminare- con cui l’imputato veniva condannato per omicidio colposo e al risarcimento del danno in favore delle parti civili.
Il caso finiva dunque in Cassazione dove l’imputato lamentava il fatto che non gli fosse stata riconosciuta la scriminante della legittima difesa dato che il rapinatore si trovava ancora nel luogo della colluttazione e che pertanto il pericolo era attuale, considerato che il rapinatore stava tentando di avvicinarsi con fare minaccioso per riappropriarsi dell’arma.
Tutto ciò, sempre secondo l’imputato, aveva reso difficile attuare una scelta in modo lucido e razionale perché quando venne esploso il colpo l’atteggiamento del rapinatore era ancora rivolto ad attentare alla sua vita.
La Cassazione ha confermato la condanna del ricorrente per omicidio colposo e il risarcimento del danno in favore dei familiari del malvivente ucciso, costituitisi parti civili nel processo.
Al di là del caso concreto, quello su cui in questa sede si intende porre l’accento è il rigore con cui l’ordinamento giuridico connota la legittima difesa i cui presupposti essenziali sono costituiti da un lato dall’insorgenza del pericolo -generalmente determinato da un’aggressione ingiusta- e da una reazione difensiva: l’aggressione ingiusta deve concretarsi nel pericolo attuale di un’offesa che, se non neutralizzata tempestivamente, può sfociare nella lesione di un diritto proprio o altrui (personale o patrimoniale) tutelato dalla legge; la reazione legittima deve inerire alla necessità di difendersi, alla inevitabilità del pericolo e deve sussistere comunque una proporzione tra difesa ed offesa.
Senza alcun intento polemico e senza voler indulgere in facili demagogie, non è lecito che il cittadino si domani se allora c’è il rischio concreto che finisca la vittima a essere considerata carnefice?

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