
Tesson ha vissuto sei mesi (febbraio-luglio 2010) in una regione sperduta della Siberia, sulle rive del lago Bajkal, là dove “l’inverno trasforma ogni cosa in un dipinto fiammingo, nitido e smaltato”, a più di cento chilometri di distanza da un villaggio abitato. Il mio interesse è attirato dalla scelta, in esergo, di citazioni assai asciutte (“Perché io appartengo alle foreste e alla solitudine” di Knut Hamsun e “La libertà esiste sempre. Basta pagarne il prezzo” di Henry de Montherlant), dalla rarefazione estrema dei rapporti umani, che avvolge le persone di una luce inedita (“I guardiani sono Serghej e Nataša, belli come divinità greche (…) vivono qui da vent’anni dando la caccia a i bracconieri. La mia capanna è a cinquanta chilometri dalla loro (…). Sono contento di averli come vicini. Mi farà piacere pensare a loro. Il loro amore è un’isola nell’inverno siberiano.”) e dal necessario (vista la condizione), continuo riferimento ad una delle attività più importanti e superflue dell’esistenza, la lettura (“Chi non ha troppa fiducia nella ricchezza della propria vita interiore deve portarsi dietro dei buoni autori”), il cui nutrimento è assicurato dalla pila di libri portata dalla Francia (l’elenco è nelle prime pagine del diario). Il Nostro non ha evidentemente (come quasi chiunque tra noi) l’anima di un Padre del deserto ma un poco la conosce (“Il lusso dell’eremita è la bellezza”/”Gli anacoreti formano una élite”), comprende la sensibilità dell’eremita (che “capta l’intero universo” ed è “estremamente attento alla minima sfaccettatura”) e non nasconde le verità meno edificanti (“Gli anacoreti volevano sfuggire alle tentazioni mondane. Alcuni peccarono per orgoglio e confusero la diffidenza nei confronti del loro tempo con il disprezzo per i loro simili”), quasi ad ammonire sé stesso. Nel ‘viaggio’ portato sulla carta non mancano passi che profumano, altrimenti, di improvvise rivelazioni (“Gli uomini dei boschi sono delle centrali che emanano forza vitale. Quando entrano in una stanza, il loro irraggiamento satura lo spazio”) e così una vita spesa in solitudine (definita, con l’immensità, “ingrediente necessario” di una vita libera) può diventare ricca, ricchissima: nella piccola capanna il tempo si accuccia “come un vecchio cane ubbidiente” e finisce che non ci si accorge della sua presenza. Si potenziano sensi e intelletto, capacità di introspezione ma anche di osservazione; si può constatare che “vicino a un lago si vive bene: offre uno spettacolo di simmetria (le rive e il loro riflesso) e una lezione di misura (l’equilibrio tra l’acqua immessa dagli affluenti e quella sottratta dagli emissari)” e i piccoli eventi che contrassegnano lo sbocciare della primavera diventano oggetto di annotazione. La natura muove i suoi passi, comunque e a prescindere dall’uomo, e se “l’uomo non sopporta l’indifferenza della natura nei suoi confronti”, allora – si domanda Sylvain (tipico nomen-omen) – “chi ama la natura per il suo valore intrinseco e non per i suoi doni benefici?” Il racconto esce alla distanza come una sequenza quasi cadenzata di affermazioni solenni, come scolpite, che qualche volta diventano perle. Non sapevate che “abitare il silenzio è una fonte di eterna giovinezza”?
Il diario/racconto di Tesson nasce da un’esigenza profonda, che lo costringe – esattamente come la solitudine di quelle vastità – a fare i conti con sé stesso. D’altronde, “se non si tiene un registro dei fatti e dei gesti, a che serve vivere? Le ore scorrono via, i giorni si cancellano e il nulla trionfa”. L’insorgere di questo nichilismo potrebbe generare un senso di eccessivo smarrimento nel Nostro eroe? Ecco che subito interviene a tranquillizzarsi: “perché credere in un Dio esterno alla sua creazione? Gli schianti del ghiaccio, la dolcezza delle cince e la potenza delle montagne mi esaltano molto di più dell’idea di qualcuno che sia all’origine di tutto.” Un modo sbrigativo di accantonare – forse, più che risolvere – il problema: difficile pensare che un uomo capace di sondare il proprio abisso non sappia o non voglia scrutare più a fondo; o sopra i ghiacci, le cince, le montagne…
Paolo Marini

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