
Non servono slogan. Bastano i conti, la crescita che non decolla e un Parlamento che non sta in piedi. La Francia spende più di quanto incassa, accumula debito e non trova una maggioranza capace di correggere la rotta. Il resto è rumore di fondo.
Il disavanzo resta alto, la spesa pubblica divora risorse, il gettito non regge la corsa. Questo significa meno margini per investire, più interessi da pagare, manovre difensive a ripetizione. Quando il Paese si finanzia pagando un premio maggiore dei vicini, non è un tecnicismo. È il prezzo dell’incertezza.
L’economia reale non aiuta. La crescita è tiepida, la produttività non riparte, gli investimenti pubblici sono spesso sparsi e poco mirati. La Francia resta un gigante industriale, ma senza riforme vere è un gigante che cammina piano.
Qui sta il cuore del problema politico e qui sta il fallimento di Macron. Ha promesso riformismo e stabilità, ha consegnato un’Àssemblea senza numeri, governi a tempo, riforme monche e piazze perennemente sul piede di guerra. Ha puntato su leadership personale e storytelling, ma senza una maggioranza solida e senza disciplina di bilancio la regia non diventa governo. Questo è un fallimento di metodo prima ancora che di merito: riforme annunciate e poi ammaccate, priorità cambiate in corsa, capitale politico speso all’estero mentre a casa i conti deragliano. La coesione sociale non si costruisce a colpi di conferenze stampa, la credibilità fiscale non nasce dalle dichiarazioni, la reputazione internazionale non copre i buchi di bilancio.
Ed è qui che si vede la fine di tutti quelli che si affidano a spinte ideologiche pur di tenere coeso il consenso. Finché la politica è racconto, il pubblico applaude. Quando arrivano i bilanci, cala il sipario. Un’opinione può essere sempre plausibile, i numeri invece sono sentenze.
La grande diplomazia, in questo quadro, è uno specchio che distrae. Si può teorizzare di tutto sul Medio Oriente, ma se in casa mancano i numeri e la trazione parlamentare, lo spread non scende e i conti non migliorano. Non è una questione di bontà delle posizioni, è una questione di priorità. Prima si mette in sicurezza la nave, poi si discutono le rotte lontane.
Risultato finale. Mercati che presentano il conto, Bruxelles che indica il binario del rientro, un’economia che arranca, un esecutivo senza presa sull’aula. Questo è il macronismo alla prova dei fatti. Non mancavano intelligenza o ambizione. Mancavano i mattoni: numeri in Parlamento, disciplina della spesa, coraggio di tagliare rendite e sprechi. Per questo il ciclo è finito. E per questo si parla di fallimento.
E qui entra in scena l’Italia. Non come spettatrice compiaciuta, ma come Paese che deve prendere la Francia a monito, non ad alibi. I nostri conti pubblici sono in lenta decomposizione da anni. Il governo prova a fare con responsabilità ciò che è possibile, cercando di ingentilire bilanci cronicamente in rosso. L’opposizione troppo spesso parla del nulla, come se venisse da un altro pianeta, senza una ricetta misurabile. Se non mettiamo ordine adesso, finiremo a inseguire eventi che ci passeranno sopra. Servono scelte pulite, meno promesse e più contabilità, meno slogan e più disciplina. Non c’è più spazio per trucchi di fine esercizio e rinvii diventati abitudine. Le opinioni discutono, i numeri decidono. Prendiamo lezione prima che la lezione prenda noi. Il resto è rumore.
Piero Terracina

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