
Sebastien Lecornu non ce l’ha fatta. E con lui tramonta anche l’ultima speranza di Emmanuel Macron di dare forma al caos politico che agita la Francia. Questa mattina, infatti, l’ex ministro delle Forze Armate e primo ministro in pectore ha rassegnato le dimissioni dopo soli 27 giorni a palazzo Matignon e meno di ventiquattro ore dopo aver annunciato la composizione del suo governo. “Non c’erano le condizioni per restare”, ha dichiarato Lecornu, travolto dalle critiche dell’opposizione e della destra dopo aver anticipato parte della composizione dell’esecutivo, giudicato troppo simile a quello di Francois Bayrou che lo aveva preceduto e che, a sua volta, era stato costretto a dimettersi dopo 8 mesi di vita. Da quell’esecutivo, Lecornu aveva preso dodici ministri su diciotto, tra cui Jean-Noël Barrot agli Esteri e Gérald Darmanin alla Giustizia. Ma la nomina più discussa era stata quella di Bruno Le Maire, storico ministro dell’Economia dal 2017 al 2024, che avrebbe dovuto assumere la guida del ministero delle Forze armate, mentre a Roland Lescure sarebbe toccato il ruolo di titolare dell’Economia e delle Finanze, con il compito ingrato di presentare un bilancio credibile in un paese gravato da 3.300 miliardi di euro di debito, pari al 115% del Pil. “Siamo sbalorditi”, era stato il commento della leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, che aveva definito Le Maire “l’uomo che ha mandato in rovina la Francia”. Stoccate arrivate tanto dall’esterno quanto dall’interno della futura compagine di governo. Una squadra che “non rispecchia la discontinuità promessa”, avevano lamentato i Républicains minacciando di abbandonare l’esecutivo. Una situazione che ha costretto Lecornu ad anticiparli sul tempo, dimettendosi e diventando così il primo ministro con la vita più breve nella storia della V Repubblica.
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Macron verso le dimissioni?
La decisione di Lecornu ha innescato una tempesta di reazioni politiche. Il presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, ha chiesto a Macron di sciogliere l’Assemblea Nazionale e convocare nuove elezioni. “Non può esserci un ripristino della stabilità senza un ritorno alle urne e senza lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale”, ha dichiarato al suo arrivo alla sede del partito nazionalista. Il Rassemblement National, guidato da Marine Le Pen e presieduto da Bardella, ha inoltre affermato che “il macronismo è morto”, chiedendo al presidente di scegliere “in fretta” tra le due opzioni sul tavolo: lo “scioglimento o le dimissioni”. All’altro capo dello spettro politico, anche la France Insoumise (Lfi) ha sollecitato “l’esame immediato” della mozione di destituzione del presidente Macron. “Dopo le dimissioni di Sébastien Lecornu, chiediamo l’esame immediato depositata da 104 deputati per la destituzione di Emmanuel Macron”, ha scritto in un messaggio su X il leader del partito della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon. “Il conto alla rovescia è iniziato. Macron deve andarsene”, ha dichiarato Mathilde Panot, esponente di spicco della sinistra radicale francese. La decisione del presidente di sciogliere l’Assemblea Nazionale nel giugno 2024 continua ad avere effetti deleteri sulla vita politica ed economica del Paese, che nell’ultimo anno ha visto alternarsi tre primi ministri privi di un reale sostegno politico.
Ci sono altre strade possibili?
L’uscita di scena di Lecornu segna il tramonto dell’ennesimo, disperato tentativo di superare lo stallo politico in parlamento. Nemmeno la promessa di abbandonare l’ipotesi di ricorrere all’articolo 49.3 della Costituzione – che consente al governo di approvare le leggi bypassando il parlamento – e le aperture a un dibattito senza precondizioni per l’adozione del nuovo bilancio sono riusciti a ripristinare la fiducia, ormai totalmente compromessa, tra i partiti e l’esecutivo. Esattamente come i suoi predecessori, Lecornu si è trovato nell’impossibilità di unificare il proprio schieramento, di individuare compromessi di bilancio con i socialisti e di liberarsi dalle pressioni del capo dello Stato. Ora tre strade possibili si aprono davanti all’inquilino dell’Eliseo, tutte rischiose e nessuna particolarmente allettante. La prima, prevede la nomina di un nuovo primo ministro esterno al suo schieramento, data la crescente difficoltà di espandere la maggioranza verso sinistra o l’estrema destra. Ma poiché anche la nomina di un moderato di sinistra metterebbe in discussione la sua riforma pensionistica, conquistata a fatica, alcuni analisti suggeriscono che la scelta potrebbe ricadere su un tecnocrate apartitico. La seconda include un nuovo scioglimento delle camere e il ritorno alle urne. Una mossa azzardata, che secondo i sondaggi potrebbe dar vita a un altro parlamento spaccato, o potenzialmente all’insediamento di un governo di estrema destra. E la terza strada, detestata dal Presidente della Repubblica, sarebbe quella delle sue dimissioni. Nonostante Macron abbia più volte escluso l’idea di farsi da parte prima della scadenza del suo mandato nel 2027, con Le Pen che intuisce di avere la migliore possibilità di sempre di prendere il potere, sembra quest’ultima ipotesi a prendere il sopravvento nel dibattito di queste ore.

Parigi, malato d’Europa?
L’Europa intanto, intanto, assiste con sgomento misto a costernazione alla crisi della seconda economia più grande dell’eurozona. I mercati hanno preso male la notizia delle dimissioni, mentre aumentano i timori che Parigi sia politicamente incapace di effettuare i miliardi di euro di tagli al bilancio necessari per uscire dalla crisi del debito, con i governi che crollano uno dopo l’altro perché non sono in grado di portare avanti le riforme. L’eventualità che la Francia debba ricorrere, berretto alla mano, al Fondo monetario internazionale per un prestito o chiedere l’intervento della Banca centrale europea, non è più un’utopia. E tutto questo sullo sfondo di turbolenze internazionali epocali: la guerra in Ucraina, le tensioni con Mosca, il disimpegno degli Stati Uniti e l’inesorabile ascesa dei populismi. Come ha affermato il commentatore politico Nicolas Baverez: “In questo momento critico, in cui sono in gioco la sovranità e la libertà della Francia e dell’Europa, la Francia si ritrova paralizzata dal caos, dall’impotenza e dal debito”. Macron insiste nel dire che può liberare il Paese da questa situazione critica, ma gli restano solo 18 mesi alla fine del suo secondo mandato. “Una possibilità è che i punti di forza del paese – la sua ricchezza, le sue infrastrutture, la sua resilienza istituzionale temperino gli scossoni di una transizione che molti considerano storica – osserva Baverez – Ma c’è un altro scenario: che la Francia ne esca definitivamente indebolita, preda di estremisti di destra e di sinistra, un nuovo malato d’Europa”.
Il commento
Di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI
“Lecornu si è dimesso perché la lista dei suoi Ministri non piaceva quasi a nessuno. Ma dietro i ‘no’ si cela l’incapacità del sistema politico francese di guardare in faccia la realtà: crescita bassa, debito alto. Per spezzare il circolo vizioso, servirebbe una stabilità politica che i partiti francesi non riescono a esprimere. Il macronismo sta collassando e i tentativi di rianimarlo servono solo a guadagnare (poco) tempo”.
Alessia De Luca

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