
In Spagna, il leader socialista, Pedro Sánchez, registra un nuovo successo restando alla Moncloa. L’azzardo di convocare elezioni politiche immediate dopo la cocente sconfitta del PSOE alle ultime amministrative ha, al contrario, consolidato autorevolezza, forza elettorale e potere coalizionale del Presidente del Governo, contro tutte le previsioni di una nuova débâcle. E nonostante una esagitata campagna elettorale del Partito Popolare di Alberto Nuñez Feijóo, baldanzosamente sicuro di vincere e sostituirlo come premier.

Innanzitutto, professor Steven Forti, Pedro Sánchez con la nuova, terza investitura parlamentare vince una nuova sfida. Una leadership costellata di azzardi, ma sempre vinti sia nel suo Partito Socialista sia nel Paese. Torna quindi Presidente del Governo e conferma il potere di coalizione del suo PSOE. Ma chi è Sánchez, che leader socialista è, quale l’ispirazione politico-ideale?
Sánchez sta dimostrando di essere un grande leader politico. È nelle avversità che dà il meglio di sé. Non a caso la sua autobiografia, pubblicata nel 2019, si intitola “Manual de resistencia”. Ne ha dato prova in più occasioni. Riconquistando nel 2017 il PSOE con tutta la dirigenza contro, dopo essere stato defenestrato per non voler favorire un nuovo governo di Mariano Rajoy. Poi presentando nel 2018 una mozione di sfiducia, la prima vittoriosa della storia della Spagna democratica, che lo portò al palazzo della Moncloa. Guidando per un’intera legislatura un governo di minoranza, appoggiato da diverse formazioni regionaliste e nazionaliste in un Parlamento frammentato, in mezzo ad una pandemia, la guerra in Ucraina e una destra sempre più radicalizzata. E ora, vincendo la sfida probabilmente più difficile: evitando una sconfitta alle elezioni di luglio e riuscendo ad ottenere l’appoggio perfino degli indipendentisti catalani.
Nessuno avrebbe scommesso una lira bucata su di lui quando Sánchez fu eletto per la prima volta segretario del PSOE nel 2014. Resistenza, resilienza, capacità di leggere i cambiamenti nella società sono sicuramente le doti principali del premier spagnolo. E, ovviamente, la capacità di adattarsi a scenari mutevoli, ossia di fare “di necessità, virtù”, come ha detto lo stesso Sánchez la settimana scorsa nel Congreso di Madrid. C’è chi lo accusa di essere un opportunista. Ma, in realtà, tutto ciò mostra che ha la stoffa del leader politico. Al giorno d’oggi, sono davvero in pochi.
L’uscente-rientrante premier vara un governo PSOE-Sumar (il partito-cartello progressista di Yolanda Díaz, erede di Podemos e altre formazioni di sinistra) con un programma ambizioso e nuove misure sociali, ma appoggiato e contrattato in primis con gli indipendentisti catalani di Junts per Catalunya (JxCAT), con il progetto di amnistia per tutti i suoi dirigenti e militanti che agitarono la secessione da Madrid. Ma quali i punti di programma realisticamente realizzabili? E quale percorso per l’amnistia, contestatissima dalla destra di ogni gradazione e forse a rischio di incostituzionalità?
È difficile fare previsioni. Ovviamente, la strada è in salita e il rischio è che ogni votazione in Parlamento si converta in un Vietnam. La maggioranza è ampia e composita. Le politiche sociali più ambiziose, proposte da Sumar, difficilmente piaceranno ai nazionalisti baschi e catalani di destra, il cui sostegno è necessario all’esecutivo. Nella scorsa legislatura, Sánchez aveva maggiori margini di manovra; ora no. Tutti dovranno votare a favore, altrimenti il governo andrà sotto in Parlamento.
Però, c’è da dire anche che tutti sono coscienti che se l’esecutivo cade, il rischio di avere una destra radicalizzata al governo del paese è reale e concreto. Ed è ciò, in fin dei conti, che ha permesso la formazione di questo governo, qualcosa di impensabile fino a qualche mese fa.
Tutti, insomma, sanno quali sono le sfide che hanno davanti e hanno deciso di imbarcarsi in questo progetto. Ora tocca fare politica. La legge di amnistia è già stata depositata: capiremo meglio il suo percorso e la sua effettiva viabilità nel prossimo dibattito parlamentare e nel responso che ne darà la Corte Costituzionale. Dopo la lettura del testo, la maggioranza dei giudizi di chi ha cognizione di causa giuridica sono stati positivi al riguardo. Non credo vi sia il rischio di incostituzionalità.
Cosa dice Carles Puigdemont dal suo rifugio belga?
Per ora non dice molto. Il che è positivo. Vedremo se Junts per Catalunya, che potenzialmente è il principale elemento destabilizzatore del governo, manterrà la parola data e smetterà di fare del becero populismo, come in passato.
L’accordo con il PSOE e il voto a favore di Sánchez è stato un cambio di passo importante. Mi auguro segni una svolta duratura. Permetterebbe senza ombra di dubbio di chiudere definitivamente la crisi territoriale catalana dell’ultimo decennio. In ogni caso, lo capiremo presto: entro fine mese deve tenersi la prima riunione tra PSOE e Junts.
La nuova maggioranza che sostiene Sánchez comprende, oltre gli alleati organici del governo socialisti-Sumar, la variegata costellazione di deputati di diversa ispirazione: Esquerra Republicana de Catalunya, Junts per Catalunya di cui abbiamo detto, Eh Bildu, i nazionalisti baschi del PNV, il BNG galiziano e l’unico parlamentare della Coalizione delle Canarie che aveva votato per l’investitura fallita del leader del Partito Popolare, Feijóo. Una maggioranza complicata, anche se popolari e socialisti hanno guidato anche esecutivi di minoranza stabili. Ma terrà? E quali sono le più rilevanti concessioni fatte a queste formazioni regionaliste?
Al di là dell’accordo sull’amnistia con gli indipendentisti catalani, le principali concessioni riguardano finanziamenti statali per politiche sociali o costruzioni di infrastrutture nelle diverse comunità autonome, come i Paesi Baschi, la Galizia o le Canarie, oltre alla Catalogna. Ma anche la cessione di alcune competenze alle regioni, già previste in genere tanto nella Costituzione, così come nei rispettivi statuti di autonomia. Niente di strano, insomma. Utilizzando un’espressione trita e ritrita, potremmo dire che semplicemente… “è la politica, bellezza!”. Il che vale anche per capire se la maggioranza terrà in un contesto di grande polarizzazione politica.
Il Partido Popular ha sdoganato l’estrema destra di Vox, prefigurando un’alleanza e ipotizzando un ruolo di Abascal nella sfumata maggioranza di centrodestra per il governo, già varata a livello locale. Ma dentro il PP non ci sono personalità dissenzienti su questa intesa con i nostalgici di Francisco Franco?
Innanzitutto, una precisazione: non parlerei di centrodestra, ma di destra tout court, con venature, per di più, radicali ed estreme. Come, d’altronde, nell’attuale governo italiano.
Qui la questione di fondo, che va ben al di là della realtà spagnola, è che la destra mainstream si è radicalizzata praticamente ovunque, arrivando non solo a “comperare” parte del discorso e delle proposte dell’estrema destra, ma alleandosi con forze che sono una minaccia per i valori fondanti dell’Unione Europea.
Abascal, che, non dimentichiamolo, è il referente spagnolo di Giorgia Meloni, viene ripetendo da oltre tre anni che il governo Sánchez è “illegittimo” e, in relazione alla formazione del nuovo esecutivo, ha parlato di “golpe de Estado”.
I popolari non riescono né vogliono smarcarsi, timorosi, da una parte, di regalare voti a Vox, se moderassero il loro discorso, e, dall’altra, coscienti che attualmente per arrivare al governo hanno bisogno dei voti del partito di Abascal.
Qualche dissenziente ci sarà sicuramente, ma in genere non apre bocca. In ogni caso, se Rajoy, considerato un moderato e un pragmatico dentro il PP, è arrivato ad appoggiare ufficialmente la candidatura di Javier Milei in Argentina, capiamo quanto grave è la radicalizzazione della destra che si definisce democratica.
Le formazioni di ultradestra e fasciste mascherate da giovani nazionalisti, ma anche del Partido Popular, organizzano da giorni minacciose, truculente e dure manifestazioni di protesta davanti la sede centrale del PSOE e non solo. I popolari contestano il nuovo esecutivo, sempre rivendicando la loro primazia elettorale. Ma ancor più Santiago Abascal che, anche lei lo ha appunto ricordato, accusa Sánchez di “golpismo” e di disarticolare l’unità spagnola. E un gruppo di ex militari in pensione incitano a cacciare il nuovo governo.
C’è il rischio di una ancor più grave spaccatura della società? E quanto è reale questa polarizzazione politica tra i cittadini “normali”?
Che ci siano molti cittadini spagnoli contrari all’amnistia è un dato di fatto. Che il paese sia polarizzato, da anni, pure. Ma quale paese al giorno d’oggi non lo è? Gli USA ai tempi di Trump? Il Brasile pre o post Bolsonaro? L’Argentina divisa tra il peronismo e un pericoloso paleolibertario che rivendica la dittatura militare come Milei? Il Regno Unito post-Brexit? La Francia di questi ultimi anni? L’Italia di Meloni e, già prima, quella di Berlusconi? Il problema di fondo è che esiste, lo ribadisco, un’estrema destra, a cui si accoda una destra mainstream debilitata ideologicamente ed elettoralmente, che soffia sul fuoco e che ha deciso di adottare come strategia quella di polarizzare ancora di più le nostre società per ricavarne redditi elettorali.
A tutto ciò, si aggiunga il bombardamento mediatico e social che favorisce questa spaccatura, provocando quella che è stata definita una polarizzazione affettiva.
I partiti politici dovrebbero fare tutt’altro: canalizzare le domande e le insoddisfazioni della cittadinanza attraverso le vie democratiche, non esacerbarle. Se la politica e i media facessero bene il proprio lavoro, la polarizzazione diminuirebbe rapidamente.
Pedro Sánchez riuscirà a far tornare un minimo di concordia, a parte l’amnistia che dominerà a lungo il dibattito pubblico? Cosa prevede, professor Forti?
Al contrario della destra spagnola, che, ricordiamolo, ha delegato una crisi politica ai tribunali invece di tentare di risolverla politicamente, Sánchez ci ha sempre provato. Gli indulti concessi nel 2021 agli indipendentisti incarcerati ne sono la prova migliore. E il risultato è una Catalogna dove le tensioni di qualche anno fa sono solo un lontano ricordo. Difatti, tutti i sondaggi confermano che i socialisti sono il primo partito nella regione, dove tra l’altro l’appoggio all’indipendenza è il più basso degli ultimi dodici anni.
Il problema è che la destra non accetta la sconfitta elettorale e non concepisce che non sia lei al governo del paese.
Era successo lo stesso già nel 2004 dopo la prima vittoria elettorale di Zapatero. E allora Vox ancora non esisteva. È facile prevedere che le tensioni dureranno ancora a lungo sia perché la destra, infiammando le piazze, spera di far cadere il governo, sia perché in primavera si voterà per le Regionali in Galizia e nei Paesi Baschi e poi avremo il voto per le Europee. Che sarà la prova del fuoco per Sánchez, ma anche per Feijóo.
Roberto Pagano
(da “Avanti Online”)

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