La prima ondata di promesse elettorali non è finita molto gloriosamente, ed è già sparita la più velleitaria, l’uscita dall’euro, cancellata dai 5Stelle e annebbiata altrove al bivio tra Le Pen e Merkel.
Per tutte le altre, quotate tra i 100 e addirittura i 200 miliardi di costo, c’è stato il fuoco di sbarramento del realismo anche internazionale. Difficile valutare quanto contino promesse mirabolanti o, all’opposto, moniti saggi, e l’impressione – sondaggi alla mano – è che gli elettori non abbocchino ma apprezzino comunque di più chi ti vuol far sognare rispetto a chi, burbero e pignolo, ti fa notare che i conti non tornano.
Analizzando le due principali opzioni economiche restate in gara – reddito di cittadinanza e flat tax – non insisteremo dunque sul fatto pur tanto evidente che i soldi non ci sono, scegliendo invece un altro punto di vista, più etico politico, e cioè le implicazioni sul modello di società, e di fisco, che queste scelte sottintendono.
Il reddito di stato è coerente con l’utopia grillina degli esordi, quando Di Maio non andava ancora a Cernobbio e non progettava alleanze post elezioni “con chi ci sta”, fosse anche un esponente della casta o un transfuga senza vincolo di mandato.
Insistere su questo è quindi un omaggio residuale alla post verità del modello iniziale: aprire i Parlamenti come scatolette di tonno, uno vale uno, decrescita felice, e appunto vitto e alloggio assicurati per legge. Tre volte Natale, direbbe Dalla, e tre volte onestà. Essere alternativi alla banalità dei conti che quadrano. E’ il fascino della diversità.
Deve essere però chiaro che il reddito per chi non lavora, se vuol aver senso e risorse, comporta l’azzeramento di tutto un castello di garanzie, casse integrazioni, sussidi geografici e settoriali, conquiste sindacali, indennità, esenzioni, incentivi, 80 euro ecc. Un castello, è vero, un po’ kafkiano e spesso non proprio liberale, che non si farebbe smantellare senza furibonde resistenze. Rinunciare a quel che si ha in nome della gradualità di quello che si avrà, produce strappi. Difficile, in una democrazia europea che ha chiamato welfare tutto questo. Solo un’autocrazia russa o turca potrebbe avere la forza di imporla, non certo il precario “vediamo chi ci sta” del 4 marzo sera.
Gli sforzi altrui di inventarsi anestetici simili possono al massimo chiamarsi “reddito di dignità” e costare persino di più, perché si cerca di mettere insieme il vecchio e il nuovo, il merito individuale e l’appiattimento collettivo. Meglio allora il piccolo reddito di inclusione, che almeno c’è già.
La flat tax è materia più seria, corrisponde ad una filosofia del rapporto Stato-cittadino all’opposto di quella assistenziale e cloroformizzata del reddito garantito. Deve essere adattata al principio costituzionale di progressività introducendo correttivi complicati, ma anche per questo motivo, ha senso solo se è molto bassa.
Per produrre davvero uno choc e abbattere l’evasione dovrebbe essere almeno del 15%, come indicava Salvini, in un Paese in cui si paga mediamente il 27%, e su 40 milioni di contribuenti 10,3 milioni non sborsano una lira, la tassazione si concentra su 4,5 milioni di soggetti, e in cui 4 imprese su 10 non versano un euro di imposte, o sono a credito. Ragione per la quale ci sono poi contribuenti o aree del Paese che arrivano a pagare più del 50%.
Ma il rischio è togliere poco ai redditi medio bassi e molto a quelli alti, visto che in Italia il 5% possiede il 40% della ricchezza. Trump non ha fatto una flat, ma la sua forte riduzione ha beneficiato l’1% dei più ricchi. Berlusconi la propone al 23%, ma questo significa risparmiare 534 euro per chi guadagna 18 mila, e 10 mila euro per chi guadagna 80 mila.
Verissimo che le tasse basse possono rimettere in moto un circuito consumi-investimenti, ma attenti: sempre negli USA, per il rientro di 1300 miliardi parcheggiati all’estero, Trump prevede un condono generoso. Lo prevede anche Berlusconi, per coprire 65 miliardi di costi. Ma è giusto?
Un economista limpidamente liberale come Nicola Rossi, e l’Istituto Bruno Leoni, non scendono sotto il 25%, ma è troppo poco per parlare di vera flax tax. E in ogni caso si tenga conto che Rossi per la sua Irpef al 25% (aumentando Iva oggi al 22% e Ires oggi al 24%, e diminuendo la finanza oggi al 26%) prescrive la cancellazione di molti dei benefici del welfare di cui sopra, introduce la sanità a pagamento per i più abbienti e prevede un taglio alla spesa pubblica di 70 miliardi.
Può riuscire un’impresa del genere in un Paese tripolare in cui nessuno vincerà le elezioni?
Beppe Facchetti

l reddito di cittadinanza è semestrale, il tempo della formazione e lavori sociali, e poi l’inserimento nel mondo del lavoro e sostituisce tutti gli altri sussidi a pioggia
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la flat tax è una detrazione sugli investimenti nell’azienda e sull’assunzione di personale