Magari provocatoriamente, ma un discorso sulle periferie, sulla loro vivibilità e/o riqualificazione, potrebbe partire dall’assunto che le periferie sono lastricate spesso di buone intenzioni, alle quali purtroppo non sempre corrispondono attenzioni e azioni amministrative analoghe e conseguenti.
La nostra città non fa eccezioni, anche se per la verità, non soffre di situazioni particolarmente drammatiche, soprattutto se paragonate alle grandi metropoli o a realtà non solo urbanisticamente, ma anche socialmente, degradate del nostro meridione.
Si può affermare che tutto sommato lo sviluppo delle nostre periferie, anche nei tumultuosi, da questo punto di vista, anni ’50 e ’60 dello scorso secolo, ha seguito linee accettabili, dove si è realizzata una certa armonizzazione fra antico e moderno, e dove la dotazione di servizi a corredo delle nuove aree abitative non ha mancato di affermarsi.
Certo vi sono differenze palpabili da zona a zona, anche negli stessi quartieri, e certo, in tempi recenti, fra i criteri principi di vivibilità per giudicare uno spazio urbano si sono affermati la presenza e qualità degli spazi verdi a disposizione dei cittadini, e lo stato e la regolamentazione della viabilità, sia pubblica che privata.
In questi campi, è inutile negarlo, molto resta da fare. Sul primo aspetto, legato soprattutto alla manutenzione del nostro verde pubblico, il problema principale resta l’esiguità delle risorse messe a disposizione. Con circa 45 centesimi a metro quadro, ben si capisce che è difficile una manutenzione ottimale. O meglio, si arriva a rispettare i canoni di sicurezza ma difficilmente l’estetica può essere messa in risalto. Ed è un peccato. Perché un verde meglio curato è un importante aspetto delle nostre città, riduce molto la percezione del degrado e del disordine. Tanto più importante nelle zone periferiche, che maggiormente finiscono per risentire del problema. Il traffico attualmente sconta la presenza dei molti cantieri aperti per imponenti opere strutturali (tramvie), e qualche ritardo o scelte non compiute, eredità del passato che hanno impedito soluzioni organiche e complessive.
E’ proprio da questi aspetti che abbozzo una riflessione in merito, partendo da due esempi che conosco e che ho seguito da vicino negli scorsi anni, in virtù della carica di presidente del Quartiere 2-Campo di Marte di Firenze che ho ricoperto per due consigliature.
San Salvi e la riqualificazione di Piazza delle Cure.
Entrambe le realtà si inseriscono appunto nel Quartiere 2, uno spicchio di città di circa 90.000 abitanti, che si estende a nord est, compresa fra i viali di circonvallazione, l’Arno e il comune di Fiesole. Un Quartiere sviluppatosi principalmente dalla fine dell’800 agli anni’60 del ‘900, tutto sommato di medio alta residenzialità, in cui le vecchie zone artigianali e industriali, ben presenti sia alle Cure che a San Salvi fino a qualche anno dopo il secondo dopoguerra, ben si sono armonizzate con i nuovi insediamenti che ne hanno fatto una zona ad alta vocazione residenziale.
San Salvi ha ospitato fino ad anni recentissimi, il manicomio “Vincenzo Chiarugi, il grande ospedale psichiatrico della provincia di Firenze. La struttura, via via ingranditasi dalla costruzione dell’ospedale risalente agli ultimi decenni dell’800, ha finito inevitabilmente per permeare di sé l’intera zona limitrofa. Tanto che non lontano sorgeva un istituto per malattie psichiche dei bambini, oggi sede della Asl, e altri istituti di cura. Attorno al manicomio erano presenti vaste aree verdi, vere e proprie colonie agricole per la cura dei ricoverati, e un vasto parco attiguo alla ferrovia.
La progressiva dismissione dello stesso, a seguito della legge Basaglia del 1978, ha naturalmente aperto, come in tante altre realtà italiane sedi di grandi ospedali psichiatrici, la discussione sul come riutilizzare le strutture e gli spazi lasciati liberi.
San Salvi non ha fatto eccezione. Da almeno una ventina di anni si sono susseguite ipotesi, progetti, dibattiti, polemiche e chi più ne ha più ne metta, per un recupero funzionale ottimale a servizio della città di quei luoghi. Non si può dire, per la verità, che qualcosa da allora non sia stato fatto. Lo stato dell’arte attuale, vede presenti nei locali dell’ex manicomio, una scuola materna e una scuola elementare, a servizio dei residenti del quartiere, in buone condizioni e con due giardini a disposizione dei giovani studenti invidiabili per dimensione e qualità del verde e delle strutture. La Asl, principale proprietaria dell’area (altre residuali strutture sono, oltre alle scuole, a carico del comune), nell’ultimo decennio ha investito ingenti risorse per il restauro di alcune palazzine, da destinare a propri uffici amministrativi. In alcune di esse, inoltre, hanno trovato spazio la facoltà di psicologia, una compagnia teatrale, che svolge attività culturali, cooperative sociali. Il parco, almeno nella sua parte iniziale, è stato recuperato e appare abbastanza ben tenuto. Queste le oggettive note positive di quanto fatto negli ultimi trent’anni, che vanno tenute presenti quando si voglia affrontare una discussione complessiva sull’area. Accanto a queste non mancano le note negative. Edifici ancora abbandonati e lasciati nell’incuria e nel degrado. Luoghi fatti oggetto di occupazioni da parte di non meglio identificati senza fissa dimora o sedicenti anarchici. Una palazzina nuova di zecca da adibire a residenza per universitari ancora inutilizzata.
Ecco, forse il maggiore problema di San Salvi in tutti questi anni, è stato la mancanza di un pensiero ragionato ed organico per il suo utilizzo. L’aver agito per step progressivi, non ha dato quell’impronta di unitarietà progettuale, che il luogo avrebbe meritato. Per la verità un tentativo vi è stato. Il P.U.E (piano urbanistico esecutivo), licenziato da Provincia, Comune e Quartiere nel 2007, tentava di dare una organicità al recupero dell‘area. Semplificando molto, stabiliva un piano d’intervento misto, pubblico privato, dove, grazie alla vendita di alcune palazzine a privati (sarebbero sorti appartamenti), la parte pubblica avrebbe recuperato risorse per restituire alla funzionalità pubblica quelle rimanenti. Il Consiglio di Quartiere si impegnò molto in merito, ed espresse indicazioni, per altro recepite dall’Amm.ne comunale, per salvaguardare e garantire la fruizione pubblica della gran parte degli spazi verdi, la realizzazione di parcheggi per i residenti, e anche l’ampliamento del giardino pubblico tuttora esistente di via del Mezzetta, oltre a una maggiore integrazione delle funzioni presenti nel “parco storico”, con quelle poste nelle immediate vicinanze ( scuole superiori), e altre più di dettaglio.
L’ipotesi fu avversata peraltro da alcuni gruppi di cittadini, con annesso corollario di polemiche, riunitisi nei comitati di “San Salvi chi può” che paventavano, semplifico per ovvie ragioni di spazio, la “svendita”ai privati di un importante spazio verde, oltre che di memoria storica, della città.
Comunque sia, il P.U.E sarà ancora vigente per un paio di anni, sulla carta, e immagino lì rimarrà. Tempora mutantur e probabilmente con la crisi, anche immobiliare, privati che vogliano investire per fare abitazioni difficilmente si trovano. (beninteso, qualche problema vi sarebbe stato, anche e soprattutto come impatto di traffico sulla zona circostante). Che fare allora? In attesa di nuovi , aggiornati e meditati P.U.E, cominciare a risolvere le situazioni di legalità “border line”, liberando fette di parco e qualche palazzina malmessa da presenze “anomale”, recuperando a funzioni proprie della proprietà (ASL) l’intera zona, rappresenterebbe un primo passo, neanche trascendentale, per una fruizione corretta dell’area. Questo potrebbe bene integrarsi con attività culturali, peraltro già presenti, con la prevista residenza degli studenti universitari, e con l’uso del parco da parte dei cittadini, cosa che di fatto già avviene, soprattutto a uffici chiusi. Senza dimenticare,che comunque San Salvi è inserito in un contesto dove gli spazi verdi non mancano.
Piazza delle Cure è altra questione. Pur prendendo il nome dall’importante e antica zona delle Cure, presso il mugnone, e rappresentandone una sorta di ingresso per chi arriva dal centro città e dal viale Volta è una piazza “non piazza”, inserita com’è in un delicato snodo di traffico del nord est della città, a ridosso della ferrovia, dove afferiscono i flussi veicolari provenienti da San Gervasio-Campo di Marte attraverso il viale Volta, dalle Cure e da comuni limitrofi (fiesole e mugello) da via faentina, e dal centro città per il tragitto inverso da viale don Minzoni / viale dei Mille. Il tutto è complicato dalla presenza di uno storico e frequentato mercato rionale e da una vivace area commerciale limitrofa. Il dibattito in merito a una razionalizzazione del traffico con annessa riqualificazione della piazza è assai datato, trascinandosi dalla prima repubblica, e spesso bloccato dalla presenza in loco del mercato ambulante, la cui riallocazione ha sempre rappresentato lo scoglio su cui molti progetti si sono arenati. Anche un sottoattraversamento della ferrovia (pur con uno studio di fattibilità tecnico ed economico pronti) è passato in cavalleria, stile ponte sullo stretto. Ma, “picchia e mena” si dice a Firenze, la tenacia di molti, – cittadini, forze politiche, (la sezione di zona del PD, ma anche l’ultimo baluardo rimasto di ciò che fu il PSI, la storica sezione Console di via La Vista, con l’indomito e ormai scomparso Mario Viti fra i più convinti), consiglieri comunali, e non ultimo, anche in questo caso il consiglio di Quartiere, – ha fatto si che, pare finalmente, a breve, si materializzerà un esempio di sana e virtuosa battaglia civica. Giovani architetti del quartiere, sulla base delle loro esperienze di cittadini e conoscenze professionali, e sulla spinta del dibattito di cui sopra, (alimentato, è giusto ricordarlo, anche dall’esperienza dei “100 luoghi” del sindaco Renzi), hanno ripensato la piazza, sia in termini di flussi di traffico (con la preziosa collaborazione degli uffici comunali), che di recupero a funzioni di piazza, con tutto ciò che ne consegue in termini di vivibilità, di quella che oggi si presenta di fatto come una grande aiuolona spartitraffico.
Il progetto sembra miracolosamente aver messo d’accordo tutti, anche gli operatori del mercato ambulante, storicamente i più perplessi di fronte ai reiterati tentativi di por mano a una riqualificazione della zona. Mi dicono che il progetto stia già nel piano triennale degli investimenti del comune di Firenze. Non so in che annualità si trovi, ma mi auguro fortemente che da qui a non molto tempo si possano vedere sulla piazza i cantieri aperti di questa opera, che rappresenterebbe un miglioramento estetico e funzionale di questo spicchio di città, nata sulla base di un dibattito alimentato dal basso, protrattosi, malgrado tanti tentativi rimasti delusi, nel tempo. Un esempio, forse inconsapevole, ma per questo più genuino e magari più efficace, di progettazione partecipata.

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