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“Fiorin Fiorello salvator di Patria”

Ci voleva il mostruoso talento di Rosario Fiorello a salvare l’Italia dallo spettro del Coronavirus e dell’inazione della politica nostrana. Per la verità, così è effettivamente stato. Senza Fiore, Amadeus e le canzoni atoniche del Festival sarebbero stati ben poca cosa, eccettuata qualche realtà di riguardo.

di Andrea Randighieri | 7 Marzo 2021

Caro Direttore, se pensassi di questi tempi ad un titolo a presa rapida per una prima pagina, scriverei: “Fiorin Fiorello salvator di Patria”. Insomma, le redini della nazione affidate all’eroe della risata; dopo Sanremo siamo tutti liberi. Ci voleva il mostruoso talento di Rosario Fiorello a salvare l’Italia dallo spettro del Coronavirus e dell’inazione della politica nostrana. Per la verità, così è effettivamente stato. Senza Fiore, Amadeus e le canzoni atoniche (ben si badi: non ho detto atomiche!) del Festival sarebbero stati ben poca cosa, eccettuata qualche realtà di riguardo. Non è stato il Festival della canzone italiana, bensì delle canzonette: le canzoni usa e getta. Le ascolti una sera e te le sei già dimenticate. E l’intrepido Amadeus, benché serio e stimato professionista, privato dell’apporto del comico siciliano (e dei prestigiosi ospiti) sarebbe stato una bella statuina a presentare un iridescente contenitore semivuoto. Ma grazie a lui, ovvero alla coppia Ama-Fiore (alias Patato & Amorino), l’Italia si è istantaneamente distratta e portata in salvo dalle sabbie mobili della pandemia. Allora viva Sanremo, o meglio, viva Fiorello, autentico Atlante dell’appuntamento musicale italiano per antonomasia, nonché vero e proprio magnete per polarizzare su di sé i malcontenti del Paese intero. Per 5 memorabili serate. Eppoi? Poi torna il lugubre tenebrore del virus, senza nessuno che sappia deviare l’esondazione di questo fiume in piena dalle case e dagli affetti più cari che il Covid 19 sta travolgendo senza pietà, con le complici comorbilità della nostra politica. Poi faremo i conti con una saga arcinota e dall’acre sapore del deja vu. Eh sì, perché il canovaccio è monotono e monotematico. Staticità, carenza di idee e inventiva, burocrazia, ritardi, inadempienze politiche e contrattuali, macchinosità, frammentazione, divisioni e divergenze, cadreghini dorati proiettati in osmosi coi loro occupanti, misere figure interne e internazionali, incompetenze e inadeguatezza, meriti di casta contrapposti a meriti di fatto, vale a dire: nepotismo batte meritocrazia 5 a 0, economia classista e una bella spalmata di atteggiamenti discriminatori e pregiudizi sessisti. E i mass media votati allo sterminio delle coscienze e a idolatrare i fenomenali showman che passino un dito di belletto sul viso consumato di questa povera signora chiamata Italia, ignorando che anche loro sono come Yorick, buffone del re col cui teschio Amleto si intratteneva riesumando il passato, sottoposti al dominio temporale della morte, della malattia e dello sconforto. Una magnifica orchestra diretta dal maestro Beppe Vessicchio sul palco dell’Ariston. Solo che in realtà il maestro, degna persona ma impaludato nella camicia di forza del manicomio parlamentare, è il nostro prof Mario Draghi. E gli spettatori paganti siamo noi, soddisfatti o comunque non rimborsati, amanti del genere o no. L’apostolo Paolo, nell’epistola agli Efesini, rivolgendosi ai ‘nati di nuovo’, oramai “concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio”, dice loro che, sulla “pietra angolare” che è Gesù Cristo stesso, costituiscono un “edificio ben collegato insieme per essere un tempio santo nel Signore”. Anche l’Italia è un edificio e per crescere bene, collegato in tutte le sue parti, ha bisogno di un solido fondamento. La pietra angolare è la Carta Costituzionale (non può essere una persona ancorché valida né un dicastero per quanto organizzato), e il collegamento si chiama cooperazione, sic et simpliciter. Siamo tutti nella stessa barca e, specialmente nelle emergenze nazionali (e mondiali) come il Covid 19, dobbiamo tanto più mettere da parte le partigianerie e le prospettive di nicchia per fare sistema. Nelle nazionali di calcio, si trovano a giocare insieme esponenti di squadre molto spesso in acerrima rivalità. Ma vincere è l’obiettivo comune. E’ anche un discorso di humilitas, ma per quella bisogna scomodare pontefici ed eremiti. Le risorse non mancano, ma vanno sapute valorizzare. Dipende da loro, dipende da noi. Onde evitare aspettative sorprendenti verso un Festival di Sanremo per scoprire il Fiorello di turno che ci rammenti che l’autoironia è il sale della vita ed un ottimo antidoto contro i veleni della politica, e che le pandemie potranno decimarci, ma non ci sottrarranno mai la voglia di sorridere e di una melodia scacciapensieri. Sennò dateci Sanremo tutto l’anno.
Andrea Randighieri

Pubblicato in : EditorialeTag: canzone, carta costituzionale, casta, conti, discorso, draghi, fiorello, italia, mario draghi, mass media, nazione, usa

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