
Il vomitevole copione è sempre lo stesso: IDF, un esercito in guerra che, secondo certa narrativa per lo più occidentale, dovrebbe sparare fiori e caramelle, mentre dall’altra parte hai milizie armate sino ai denti, incastrate nei territori, che non hanno alcuna intenzione di mollare un metro né, peraltro, di arrendersi. È una pretesa irreale, buona solo per i talk e i patetici TG, dove orde di analfabeti funzionali conformano le proprie convinzioni.
Appena si muove qualcosa sul terreno, scatta il riflesso. La zona cuscinetto diventa espansione, la risposta diventa aggressione, il contesto sparisce. Nessuno dice che, quando hai postazioni ostili a ridosso del confine, creare distanza è la prima cosa che fai, non l’ultima.
E UNIFIL, la più inutile organizzazione mai pensata da mente umana, che dovrebbe garantire equilibrio, resta lì senza mai incidere; anzi, diciamocelo, spesso al soldo del migliore offerente. Perché noi le cose le sappiamo, non abbiamo bisogno dei mass media occidentali per saperlo. Il risultato è semplice: le milizie restano operative, avanzano verso Israele attraverso avamposti costruiti sottoterra, e chi è sotto tiro viene invitato a gestire la minaccia invece di toglierla di mezzo. Non è difficile da comprendere, serve solo un minimo di onestà.
La guerra non è una questione estetica. Non è una gara a chi appare meglio nei titoli. È gestione del rischio, è eliminazione del pericolo quando il pericolo è reale. Tutto il resto è racconto costruito a tavolino.
Questo Israele lo ha capito dal 1948: considera l’opinione pubblica occidentale un pitale immondo, si arma contro chi vorrebbe distruggerlo, combatte e se ne sbatte. Fatevene una ragione e datevi pace, sarebbe meglio.
Piero Terracina

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